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l’inchiesta

Da Catanzaro a Pisa, i terreni di Mellea e una “rete” di finti agricoltori: il sistema per le presunte truffe sui fondi PAC

Per gli inquirenti il sodalizio avrebbe usufruito di diversi prestanome per ottenere erogazioni pubbliche, poi girate in contanti e usate per altre attività

Pubblicato il: 12/09/2026 – 15:19
di Marco Russo
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CATANZARO «Di buono c’è che è arrivato un bonifico…». Una frase emblematica, per gli inquirenti una delle prove emerse dalle intercettazioni sulle presunte truffe nel settore delle PAC da cui il sodalizio, guidato secondo l’accusa da Danilo Abramo, Gennaro Pierino Mellea e Roberto Mercurio, avrebbe tratto una buona quantità di denaro per finanziare le proprie attività imprenditoriali. L’operazione, scattata pochi giorni fa, ha portato all’arresto di cinque persone e all’iscrizione come indagati di altre 31: alcuni di loro sarebbero stati “utilizzati” dal sodalizio per ottenere risorse dalla Regione Calabria e destinate all’agricoltura. Un sistema che si sarebbe avvalso, oltre che di una serie di terreni a disposizione dell’avvocato Mellea, di una “rete” di prestanome che avrebbero fatto da tramite per ottenere, secondo l’accusa, i soldi.

I terreni nel Catanzarese e nel Pisano

La ricostruzione del gip, basata sulle accuse degli investigatori, parte da una serie di terreni riconducibili all’avvocato Mellea e della sua famiglia, siti nel territorio di Catanzaro e nella provincia di Pisa. Una disponibilità che sarebbe stata finalizzata «al conseguimento di svariate tipologie di erogazioni pubbliche in materia di aiuti all’agricoltura». Il sistema si sarebbe avvalso di «vari soggetti compiacenti» formalmente indicati come «detentori/comodotari dei terreni». Per imbastire le operazioni, un ruolo fondamentale lo avrebbe svolto anche un tecnico agronomo specializzato nella realizzazione di pratiche finalizzate all’erogazione di fondi pubblici e, già in passato, indagato per truffe nello stesso settore.

La rete di prestanome

Il contributo, una volta erogato, sarebbe finito dunque alle persone intestatarie, che a loro volta lo avrebbero girato in contanti, secondo la ricostruzione investigativa, a Mellea e, a volte, anche ad Abramo. Nonostante la grande disponibilità di terreni, avrebbero quindi “frazionato” la percezioni dei finanziamenti per «eludere il taglio dei pagamenti massimi e le preclusioni derivanti dal pagamento dei minimi nei confronti dei richiedenti». In sostanza, spiegano gli inquirenti, tanti piccoli contributi per evitare di sforare il tetto massimo: per farlo, sarebbero state costituite numerose società da Mellea fittiziamente intestate a terzi. Una volta ottenuta l’erogazione, i soldi sarebbero finiti nella «cassa comune» del sodalizio e destinati ad essere reinvestiti in altre attività.

Tra i prestanome anche un “manovale”

Gli inquirenti citano anche il regolamento che, per ottenere le risorse, prevede che non basta avere un terreno ma essere “agricoltori in attività”. Incrociando i dati, tuttavia, i soggetti e le imprese individuali coinvolte «risultavano quasi sempre privi di dipendenti e di una reale struttura operativa». In pratica, nessun dipendente e nessuna sostanziale attività agricola, oltre ad essere soggetti giuridici «costituiti pressoché nelle stesse date». I prestanome coinvolti sarebbero stati scelti ad hoc solo tra persone di fiducia e in modo che rispettassero i requisiti per richiedere l’erogazione pubblica. Tra di loro, ricostruiscono gli inquirenti, anche un soggetto che di mestiere faceva il “manovale”. Il sodalizio si sarebbe attivato anche per cercare i terreni da “caricare” a qualcuno per ottenere le risorse: come emerge da un’intercettazione in cui, facendo riferimento a un terreno recentemente acquistato a Petrizzi, nel Catanzarese, uno degli indagati avrebbe esclamato: «Non l’abbiamo caricato a nessuno? Ci siamo dimenticati…». Un sistema che, secondo l’accusa, si sarebbe protratto non solo durante gli anni oggetto di indagine, ma fino al 2024-2025. (m.russo@corrierecal.it)

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