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la lettera

«La scelta di Denise e Lea, il prezzo della libertà per un testimone di giustizia»

La riflessione di Antonino De Masi

Pubblicato il: 14/09/2026 – 18:57
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«Lea e Denise. Quanto vale la libertà? La morte di Denise mi ha costretto a fermarmi. Non voglio aggiungere parole di circostanza alle tante che in questi giorni sono state pronunciate e non voglio commemorare. Vorrei, piuttosto, provare a comprendere e, soprattutto, rivolgere alcune domande a noi cittadini, alla società nella quale viviamo e alle istituzioni che rappresentano la nostra Repubblica». Inizia così una lunga lettera, pubblicata sull’Avvenire di Antonino De Masi, imprenditore e testimone di giustizia calabrese, in seguito alla tragica morto di Denise, la figlia di Lea Garofalo.
«Per farlo – scrive – bisogna tornare indietro, bisogna tornare a Lea Garofalo. Lea era una giovane donna calabrese. Viveva dentro un mondo nel quale il potere criminale poteva offrire denaro, disponibilità economica, relazioni, protezione, quella forma falsa e malata di rispetto che nasce dalla paura. Era la compagna di un uomo appartenente a quel mondo ed era madre di una bambina, Denise. A un certo punto della sua vita Lea si trovò davanti a un bivio».

Il bivio di Lea Garofalo

«Da una parte c’erano il denaro, il potere, la sicurezza materiale che quel sistema poteva garantire, purché se ne accettassero le regole; dall’altra c’erano la dignità e la libertà. Ma quella seconda strada aveva un prezzo enorme: rompere con il proprio mondo, denunciare, vivere sotto protezione, perdere relazioni e radici, esporsi alla vendetta. Proviamo per un momento a togliere Lea dalla storia e a mettere noi stessi davanti a quel bivio. Viviamo in una società nella quale il successo viene troppo spesso misurato attraverso ciò che possediamo: denaro, case, automobili, posizione sociale, potere. Parole come dignità, onore, libertà, rispetto sembrano talvolta appartenere a un vocabolario antico, quasi ingenuo. E allora la domanda diventa scomoda: che cosa avremmo scelto noi? Quanti di noi sceglierebbero la dignità sapendo di poter perdere il benessere? Quanti sceglierebbero la libertà sapendo che quella scelta potrebbe significare paura, isolamento, rinunce? Quanti sceglierebbero di essere liberi sapendo che il prezzo potrebbe ricadere anche sui propri figli? Lea scelse. E credo che nella sua scelta ci fosse qualcosa di ancora più grande della propria libertà: era una madre e scelse quale ricchezza lasciare a sua figlia. Avrebbe potuto consegnarle la ricchezza materiale di quel mondo; scelse invece di provare a consegnarle una ricchezza infinitamente più difficile da possedere: la dignità di essere libera. Per quella scelta Lea fu uccisa».

«Denise scelse sua madre»

«E Denise? Denise scelse sua madre. Ebbero un significato enorme le parole con cui, divenuta adulta, rivendicò la propria condizione di testimone di giustizia e la scelta compiuta contro suo padre come una scelta di libertà interiore. Non era soltanto una deposizione processuale: era la prosecuzione della scelta di Lea. Madre e figlia, in momenti diversi, avevano scelto la stessa parte del bivio. Ed è qui che la loro storia dovrebbe smettere di essere soltanto la storia di Lea e Denise e diventare una domanda per tutti noi. Perché Denise, dopo quella scelta, dovette vivere protetta, nascondere la propria identità, allontanarsi dalle proprie radici e ricostruire una vita che portava dentro una ferita immensa. Sua madre aveva rifiutato il mondo criminale per regalarle un’identità libera e, per proteggerla da quel mondo, Denise dovette nascondere la propria identità. È un paradosso che dovrebbe interrogarci profondamente.
Denise è morta a trentacinque anni. Non voglio trasformare il suo ultimo gesto in una spiegazione semplice di una vita che semplice non è stata, ma davanti alla sua morte sento il dovere di pormi una domanda che riguarda ciò che siamo stati capaci di offrirle dopo che lei e sua madre avevano pagato un prezzo così alto per scegliere la libertà. Perché un essere umano non è soltanto un corpo da mantenere in vita. È un nome, è memoria, è appartenenza; sono radici, una famiglia, amicizie, affetti, lavoro, quotidianità. È la possibilità di camminare per strada senza sentirsi estraneo alla propria esistenza, è la possibilità di riconoscersi e di essere riconosciuto. È dignità ed è libertà».

Il messaggio alle Istituzioni

«Ed è proprio qui che voglio rivolgermi alle Istituzioni. Lo faccio senza retorica e senza chiedere privilegi per nessuno. Un testimone di giustizia non è un oggetto da proteggere, non è un numero, non è un fascicolo, non è una scorta. Non è una pratica da istruire, trasferire da un ufficio all’altro e infine archiviare: è un essere umano. Dietro ogni pratica esistono una persona, una famiglia, dei figli, una storia, paure, speranze, identità, affetti. E quei figli sono spesso ragazzi e ragazze che non hanno compiuto alcuna scelta e non hanno alcuna colpa, ma possono pagarne per anni le conseguenze sulla propria normalità, sulle relazioni, sulle radici e sulla libertà. Io questo lo so».

La vita sotto scorta

«Da molti anni vivo sotto scorta, la mia azienda è presidiata e anche i miei figli vivono sotto protezione. La mia famiglia conosce il prezzo che può accompagnare determinate scelte e i miei figli hanno pagato conseguenze per decisioni che non avevano preso loro. Non lo dico per sovrapporre la mia storia a quella di Lea e Denise, sarebbe sbagliato. Lo dico perché conosco quel bivio. E anni fa, davanti alla Commissione parlamentare antimafia, sentii il bisogno di dire allo Stato una cosa semplicissima: io non sono una controparte. Dovrei essere una persona che lo Stato accompagna affinché possa avere una prospettiva, non un ostacolo. Oggi quella domanda è ancora più grande. A coloro che rappresentano le Istituzioni vorrei dire: non considerate queste persone un problema da gestire, considerate queste persone per ciò che sono, una risorsa della Repubblica, un riferimento. Sono persone che hanno reso concreti, attraverso la propria vita, quei valori che lo Stato proclama nelle sue leggi, nella Costituzione, nelle cerimonie e nei giuramenti. E allora siate voi, uomini e donne dello Stato, all’altezza dello Stato che rappresentate. Gestite queste vite con umanità, con rispetto e con onore, perché libertà, dignità, legalità e onore non possono essere soltanto parole solenni pronunciate davanti a una bandiera. Devono diventare comportamenti quando davanti a quella bandiera arriva un essere umano che quelle stesse parole le ha vissute sulla propria pelle. Forse abbiamo imparato a proteggere un testimone dalla criminalità; dobbiamo chiederci se abbiamo imparato anche a proteggere il significato della sua scelta».

«La libertà non è gratuita, qualcuno ne paga il prezzo»

«E se non lo abbiamo fatto, dobbiamo avere il coraggio di domandarci se non vi sia stato qualcosa di più grave di un errore amministrativo: il mancato rispetto, forse persino il tradimento, di quei valori umani e costituzionali che diciamo di voler difendere. Ma sarebbe troppo facile fermarsi qui e processare soltanto lo Stato, perché c’è un altro destinatario al quale voglio parlare: noi, i cittadini. Noi che ogni mattina ci alziamo, usciamo di casa, accompagniamo i nostri figli a scuola, lavoriamo, incontriamo gli amici, viaggiamo, scegliamo dove vivere, diciamo ciò che pensiamo e consideriamo tutto questo normale. Abbiamo mai pensato a quanto vale questa normalità? Abbiamo mai pensato a quanto vale la nostra libertà? La libertà non è gratuita. Qualcuno, prima di noi e accanto a noi, ne ha pagato e continua a pagarne il prezzo».

La scelta di diventare testimone di giustizia

«Quando un uomo denuncia un’estorsione, quando una donna rompe con una famiglia mafiosa, quando un imprenditore rifiuta il compromesso, quando un cittadino entra in un’aula di tribunale e indica il proprio aguzzino, quella persona non sta compiendo soltanto un atto privato: sta togliendo spazio alla paura, sta sottraendo territorio al potere criminale, sta dicendo che esiste un limite oltre il quale la violenza non può governare la vita degli uomini e, quindi, sta difendendo anche la nostra libertà, anche la vostra, anche quella dei vostri figli. È questo che troppo spesso non comprendiamo dei testimoni di giustizia. Non chiedono gratitudine perché sarebbero migliori degli altri e non hanno bisogno di essere trasformati in eroi; hanno bisogno che comprendiamo che la loro scelta produce un bene del quale beneficiamo tutti. Nel mio libro Inferi ho scritto che, dopo tutto ciò che avevo attraversato, continuavo a reclamare il diritto alla libertà “per coloro che amo e per chi verrà dopo di me”. È questo il senso: la libertà conquistata da uno può diventare libertà per molti. Ma anche l’abbandono di uno produce un messaggio per molti. Se chi accetta il compromesso continua tranquillamente la propria vita mentre chi sceglie la legalità perde identità, serenità, lavoro, radici e normalità, quale messaggio stiamo consegnando a un ragazzo che domani dovrà scegliere? Se denunciare significa diventare un problema, perché dovrebbe denunciare? Se scegliere lo Stato significa essere condannati alla solitudine, perché dovrebbe scegliere lo Stato? Questa è la responsabilità che abbiamo tutti, anche noi cittadini quando voltiamo la testa, quando celebriamo i morti e dimentichiamo i vivi, quando partecipiamo a una commemorazione, pronunciamo la parola legalità e il giorno successivo torniamo alla nostra indifferenza».

«Tocca a noi decidere da che parte stare»

«Ho scritto, pensando a Libero Grassi, quanto sia terribile un Paese capace prima di lasciare soli i propri figli migliori e poi di piangerli quando non ci sono più. Non facciamolo ancora con Lea, non facciamolo con Denise e, soprattutto, non continuiamo a farlo con coloro che sono vivi. Guardiamoli, ascoltiamoli e restituiamo loro il posto che meritano nella comunità: non come vittime da compatire, non come problemi da amministrare, ma come cittadini che, scegliendo la libertà quando sarebbe stato più conveniente voltarsi dall’altra parte, hanno difeso un pezzo della libertà di tutti noi. Alla fine della mia vita non vorrei essere ricordato per ciò che ho posseduto. La ricchezza che vorrei lasciare è soprattutto un patrimonio di valori e ho provato a riassumere la mia esistenza in una scelta: vivere da uomo libero. Oggi, davanti a Lea e Denise, quella parola, libertà, pesa ancora di più, perché forse abbiamo dimenticato quanto costa. E allora vorrei lasciare due domande. La prima alle Istituzioni: avete davvero compreso quale patrimonio umano e democratico vi viene affidato quando un cittadino sceglie lo Stato contro la criminalità? Avete compreso che trasformarlo in un problema significa rischiare di tradire proprio i valori che siete chiamati a custodire? La seconda è per ciascuno di noi: quanto vale la libertà nella quale viviamo? E se qualcuno ha sacrificato una parte della propria vita perché quella libertà fosse anche nostra, possiamo davvero permetterci di lasciarlo solo? Lea ha scelto, Denise ha scelto e tanti uomini e tante donne continuano a scegliere. Adesso tocca a noi decidere da quale parte stare. Smettiamo di isolare Abele. È Caino che deve essere isolato». (redazione@corrierecal.it)

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