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ROMA DIABOLIKA

’Ndrangheta, Diabolik e la protezione del boss Gallace da “spendere” a Roma. «Vai là a nome mio»

Dalle intercettazioni la richiesta di aiuto contro un’estorsione e l’«imbasciata» attribuita all’esponente di Guardavalle. Poi l’ira per le «prepotenze» ad Anzio

Pubblicato il: 14/09/2026 – 18:59
di Giorgio Curcio
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ROMA Prima la richiesta di aiuto, poi l’«imbasciata» e, infine, un nome da spendere per fare cessare il problema. È uno dei passaggi più significativi dell’ordinanza del gip di Roma che ricostruisce i rapporti tra Fabrizio Piscitelli, “Diabolik”, e Bruno Gallace, esponente della famiglia di ’ndrangheta originaria di Guardavalle e da decenni radicata nel Lazio. Quindi non una semplice conoscenza, secondo la ricostruzione investigativa. Quando Alessandro Marrone, imprenditore legato a Piscitelli, avrebbe avuto bisogno di protezione rispetto a un’estorsione, il percorso seguito avrebbe condotto proprio a Gallace. E quando nella vicenda sarebbe entrato direttamente Diabolik, dalle conversazioni intercettate emerge un meccanismo ancora più netto: presentarsi dagli interlocutori spendendo il nome dell’esponente calabrese. L’ordinanza dedica alla vicenda un intero paragrafo. Già perché per il gip, tra gli elementi di maggiore interesse provenienti dall’indagine “Tritone” vi sono proprio l’espansione degli interessi di Piscitelli verso Anzio e la richiesta di protezione rivolta a Gallace e a Gregorio Spanò, anch’egli imputato in “Tritone” e tra i soggetti per i quali nel luglio 2026 la Cassazione ha disposto un nuovo giudizio sul capo relativo all’associazione mafiosa.

L’incontro a casa di Gallace

La storia prende forma il 13 giugno 2019. Marrone, proprietario del Marron Five di Anzio, secondo quanto ricostruito dagli investigatori si reca nell’abitazione di Gallace per chiedere protezione rispetto a un’estorsione attribuita a terze persone. Con lui c’è Francesco Samà, anche lui imputato nel procedimento “Tritone”: nel luglio 2026 la Cassazione ha riaperto pure per la sua posizione il capitolo relativo al 416bis, disponendo un nuovo giudizio davanti alla Corte d’Appello di Roma. I rapporti tra Marrone e Gallace, del resto, sarebbero precedenti. Nelle carte si ricorda che l’imprenditore aveva organizzato gratuitamente nel proprio locale la festa di compleanno della figlia di Gallace: un «omaggio nostro», viene definito in una conversazione. Quello che sarebbe accaduto dopo emerge soprattutto dalle intercettazioni. L’11 luglio Gallace parla al telefono con un socio di Marrone. È il dialogo di chi ritiene di essere già intervenuto una prima volta e non accetta che quella disponibilità venga poi utilizzata per regolare altre questioni. «Se tu c’avevi un problema co sti signori… ti è stato fermato sto problema», dice Gallace. Subito dopo arriva il rimprovero: «Mo tu che fai, porti sti signori a crea’ problema sempre qua in zona da noi ad altre persone?». E ancora: «Quando c’hai il problema tu vai piangendo e poi usi ste situazioni per prevalere su altri?». Secondo gli investigatori, il riferimento che emerge dai dialoghi successivi è proprio a Piscitelli.



«Vai là e vai a nome mio»

La conferma del ruolo attribuito a Gallace arriva da un’altra intercettazione registrata quella stessa sera. A parlare è Vincenzo Italiano, indicato nelle carte come stretto collaboratore di Gallace e anch’egli imputato nel procedimento “Tritone”. Come per Gallace, Samà e Spanò, la Cassazione nel luglio scorso ha disposto un nuovo giudizio sul capo associativo, mentre ha respinto il suo ricorso personale sulle altre statuizioni. Italiano racconta al suo interlocutore che Piscitelli si sarebbe rivolto a un suo «paesano», identificato dagli investigatori proprio in Gallace, per chiedere un intervento contro chi stava avanzando pretese estorsive. Secondo il racconto intercettato, Gallace avrebbe fatto arrivare un’«imbasciata» e autorizzato Piscitelli a presentarsi agli altri spendendo il suo nome: «Vabbè, tu vai là e vai a nome mio». L’effetto, sempre secondo quanto raccontato nella conversazione, sarebbe stato immediato: «Quando è arrivato là questi hanno sentito il nome de questo e… vabbè, a posto così». Italiano si interroga anche su un punto: perché avanzare comunque la richiesta di denaro se gli interlocutori sapevano degli interessi di Piscitelli nell’attività? Arriva a ipotizzare, senza fornire elementi ulteriori, che Diabolik potesse fare «la cresta» sulla vicenda. È un sospetto formulato durante la conversazione e come tale rimasto nelle carte.

«Tremava quella mattina»

Passano pochi giorni e Marrone torna a cercare Gallace. La scena emerge da una conversazione del 17 luglio 2019 tra Italiano e Francesca Romagnoli, convivente di Gallace e a sua volta imputata nel procedimento “Tritone”. Sulla sua posizione, nel luglio 2026 la Cassazione ha disposto un annullamento con rinvio limitatamente al trattamento sanzionatorio, respingendo il resto del ricorso. Romagnoli era presente al secondo incontro e descrive così lo stato d’animo di Marrone: «Oh, ma tremava quella mattina oh!». Il dettaglio successivo rende bene il clima. Prima di vedere Gallace, Marrone avrebbe cercato un intermediario per ottenere l’appuntamento. Quando gli viene proposto un caffè, secondo il racconto intercettato, risponde: «No, famme una camomilla… c’ho bisogno de na camomilla».
Questa volta, però, Gallace sarebbe tutt’altro che disponibile. Il problema per il quale era stato cercato una prima volta sarebbe stato risolto, ma Marrone e Piscitelli avrebbero poi coinvolto altre persone e Diabolik si sarebbe mosso nell’area di Anzio con modalità ritenute prevaricatrici. «Co questi vai a fa’ le cose ma poi porti la gente a fa’ le prepotenze a Anzio?», è la frase attribuita a Gallace nel racconto di Romagnoli. Un comportamento che avrebbe irritato ancora di più l’esponente calabrese considerando che Piscitelli era sottoposto alla sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno a Grottaferrata.

«Ti è piaciuta l’ansia?»

Il giorno successivo è lo stesso Gallace a tornare sull’episodio. Lo fa durante una conversazione con Silvio Roseo, anche lui imputato nel procedimento “Tritone” (il suo ricorso è stato rigettato dalla Cassazione). Gallace racconta di avere rimproverato Marrone per averlo coinvolto una prima volta e per avere poi continuato a mettere in mezzo altre persone. «Già ci sei andato vicino coinvolgendomi la prima volta», dice. Poi richiama direttamente la paura che Marrone avrebbe provato: «Perché ti è piaciuto quello che ti hanno fatto, l’ansia, sei andato là con la paura». Nella stessa conversazione compare anche un dettaglio concreto dell’intervento. Gallace racconta di avere mandato Andrea Perronace, definito nella stessa ordinanza pregiudicato per reati in materia di stupefacenti, a parlare con chi avanzava la richiesta di denaro. Se quella mediazione non fosse bastata, dalle sue parole emerge che sarebbe stato pronto a intervenire personalmente. Ma ormai il rapporto si sarebbe incrinato. Gallace manifesta apertamente la propria irritazione verso chi, a suo dire, aveva portato problemi sul territorio di Anzio. Le frasi diventano minacciose e il gip ritiene che alcuni dei riferimenti possano essere rivolti proprio a Piscitelli. «Nun ce sta pericolo, nun c’è paura, non c’è problema», dice Gallace. «So come difendermi».

La protezione cercata anche da Spanò

E Gallace non sarebbe stato l’unico interlocutore cercato. Durante una cena del primo agosto 2019, nelle intercettazioni emerge infatti che la famiglia Marrone avrebbe chiesto protezione anche a Gregorio Spanò, indicato nelle carte come stretto collaboratore di Giacomo Madaffari. È Spanò stesso a raccontare che il fratello di Marrone si sarebbe rivolto a lui perché aveva «un problema con i paesani nostri» e cercava «l’appoggio». La risposta attribuita a Spanò descrive ancora una volta la logica dell’intervento: «Vai a parlare, se vedi che vieni mi chiami che vengo io». È questo, più ancora dei singoli rapporti personali, il quadro che emerge dalle carte. Un sistema di relazioni nel quale, davanti a un problema, ci si rivolgeva a chi disponeva di un nome capace di pesare. Un nome da spendere per fare arrivare un messaggio, fermare una pretesa, garantire protezione. Dentro quel sistema compare anche Fabrizio Piscitelli. Diabolik, figura centrale della criminalità romana di quegli anni, che secondo la ricostruzione del gip davanti a quella vicenda avrebbe cercato a sua volta una protezione più forte. Quella di Bruno Gallace. (g.curcio@corrierecal.it)

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