L’impero della droga gestito dal Brasile e le direttive per i traffici: così la latitanza di Morabito alimentava il clan
Il boss e broker centro decisionale del narcotraffico internazionale. I telefoni criptati, la ricerca dei passaporti falsi e il ruolo dell’organizzazione per garantirgli la fuga e il comando
REGGIO CALABRIA La latitanza di Rocco Morabito, “U’ Tamunga”, era «uno dei presupposti funzionali dell’operatività associativa». Tra le attività portate avanti figuravano l’«invio di denaro, predisposizione di telefoni criptati, ricerca di documenti falsi, organizzazione di identità di copertura, movimentazione di somme tramite canali fiduciari e compensazioni internazionali»: condotte «dirette non soltanto a sottrarre il latitante alla cattura, ma a mantenerlo in condizione di continuare a esercitare il proprio ruolo di vertice». A descrivere il modus operandi dell’organizzazione, che vedeva al vertice proprio il superboss della ‘ndrangheta e broker internazionale, è il gup di Reggio Calabria Antonino Foti nelle motivazioni della sentenza emessa in abbreviato nell’ambito del processo scaturito dalla maxi inchiesta “Eureka” della Dda reggina.
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Il gup sottolinea come la disponibilità di Morabito «a interloquire dal Brasile con fornitori, guerriglieri, intermediari, corrieri e sodali italiani dimostra che la sua libertà di movimento e comunicazione era funzionale alla sopravvivenza e al rafforzamento del sodalizio». L’esponente della storica cosca Morabito-Bruzzaniti-Palamara di Africo, che ha rappresentato per decenni il punto di congiunzione tra i mandamenti della Locride e i grandi cartelli della droga sudamericani, viene definito un «narcotrafficante di rilievo sovranazionale, capace di muoversi tanto nel contesto nazionale quanto in quello internazionale e di fungere da raccordo tra consorterie di matrice ’ndranghetista e interlocutori criminali operanti nei principali mercati esteri di approvvigionamento della cocaina».
Dall’eredità del “Tiradritto” ai passaporti falsi in Sudamerica
Una storia criminale che affonda le radici nel legame di parentela con il cugino di secondo grado Giuseppe Morabito, detto “Tiradritto”, capo indiscusso del clan arrestato il 18 febbraio 2004 dopo un lungo periodo di irreperibilità. Con la cattura dell’anziano boss, Rocco Morabito ha assunto la guida delle proiezioni internazionali della cosca, trasformandosi in una figura apicale per l’intero settore del narcotraffico. Nel ricostruire l’evoluzione del boss, il gup evidenzia come «il profilo criminale di Morabito Rocco, quale desumibile dal suo consolidato trascorso giudiziario e dalle ulteriori emergenze acquisite nel presente procedimento, consente di qualificarlo come soggetto stabilmente inserito nei circuiti del narcotraffico, dotato di elevata capacità relazionale e operativa, nonché incline alla partecipazione a strutture associative finalizzate alla commissione di una pluralità di delitti in materia di stupefacenti». A fronte di condanne definitive per mafia e droga, Morabito è stato a lungo inserito nella lista dei latitanti di massima pericolosità del Ministero dell’Interno. La prima parentesi della sua irreperibilità si è chiusa il 3 settembre 2017 a Montevideo, in Uruguay, dove la polizia locale lo ha individuato all’interno di un hotel. Al momento del fermo disponeva di un passaporto brasiliano falso intestato a “Francisco Antonio Capeletto Sousa” e di una pistola. La successiva perquisizione nella sua villa di lusso a Punta del Este portava al sequestro di 12 carte di credito, 150mila dollari in contanti, 13 telefoni cellulari e 150 fototessere, confermando un livello di organizzazione e mimetizzazione di altissimo profilo.
In attesa del completamento delle procedure di estradizione verso l’Italia, il 24 giugno 2019 Morabito è evaso dal carcere “Carcel Central” di Montevideo insieme ad altri tre detenuti, riprendendo la fuga fino al definitivo arresto eseguito dalla Polizia Federale brasiliana il 24 maggio 2021 all’interno di un appartamento di un hotel nella città di Joao Pessoa, dove si trovava con l’ex broker e oggi collaboratore di giustizia Vincenzo Pasquino.
Il ruolo del nipote e la rete di supporto
Nelle motivazioni della sentenza “Eureka”, il giudice traccia inoltre le responsabilità del nipote Carmelo Morabito, accusato di aver garantito il sostegno materiale alla latitanza dello zio subito dopo la fuga dal carcere uruguaiano. Per il giudice, l’intervento di Carmelo Morabito non è stato un mero atto di vicinanza familiare, ma una condotta coordinata e continuata. Attraverso l’uso di apparati telefonici criptati, Carmelo Morabito gestiva i flussi di denaro e la copertura del latitante. Tra i compiti assolti vi è stato anche il procacciamento di documenti d’identità falsi per evitare l’esposizione diretta dello zio. Carmelo Morabito sollecitava opzioni con nazionalità estera («dimmi ci vuole persona x farlo originale!? facciamo fare uno nazionalità estera… italiano nn è buono k lo facciamo»), valutava l’ipotesi di un passaporto serbo rilevandone le difficoltà linguistiche («possibilità x passaporto serbo ma nn sai lingua e un casino»), giungendo infine all’individuazione di un passaporto bulgaro «originale» per l’importo di 8mila euro.
La struttura dell’associazione
Il giudice descrive inoltre la natura della rete criminale. Nelle motivazioni si sottolinea come la contestazione vada letta muovendo da una ricostruzione «unitaria, coordinata e non atomistica del complessivo materiale probatorio acquisito». Per il giudice, gli atti non mostrano una semplice sequenza di accordi occasionali, ma delineano «una struttura criminale stabilmente orientata alla realizzazione di una serie indeterminata di delitti in materia di narcotraffico internazionale», attiva in ogni segmento operativo: dall’approvvigionamento in Sudamerica al finanziamento dei carichi, dalla scelta delle rotte marittime al recupero dello stupefacente nei porti, fino alla gestione delle perdite e alla protezione della latitanza del vertice. Questa visione d’insieme permette di cogliere il valore associativo delle singole operazioni. Come evidenziato dal gup, ciascun episodio restituisce un frammento dell’attività di gruppo, ma la loro valutazione congiunta rivela «la presenza di un programma comune, di una ripartizione stabile di compiti, di canali comunicativi riservati, di risorse economiche condivise, di collegamenti con fornitori esteri e di una persistente capacità di reazione alle crisi». Non si è trattato quindi di una semplice somma di traffici distinti, ma di una vera e propria «piattaforma organizzativa stabile», alimentata da una concreta intesa tra i suoi componenti.

La regia di Tamunga
Un passaggio centrale della ricostruzione riguarda la posizione di Rocco Morabito, indicato nell’imputazione come promotore, dirigente e finanziatore del sodalizio. Il giudice chiarisce che la sua permanenza in territorio sudamericano non ha affatto attenuato la sua capacità di comando: «La sua condizione di latitanza in Brasile non attenua, ma anzi chiarisce la peculiare conformazione dell’associazione: il vertice non opera dal territorio nazionale, ma conserva dall’estero la capacità di orientare le decisioni strategiche, validare le scelte operative, mantenere i rapporti con fornitori sudamericani, serbo-balcanici e altri interlocutori criminali, nonché intervenire nei momenti di crisi».
Il ruolo di direzione di “U’ Tamunga” emerge chiaramente nei momenti in cui i sodali cercavano la sua approvazione prima di chiudere gli affari. Nelle trattative sulle rotte colombiane, Carmelo Morabito sottoponeva allo zio i dettagli dell’operazione: l’uso delle tratte tra Panama e Gioia Tauro, i nascondigli nei vani refrigeranti dei container, il prezzo d’acquisto a 7.600 dollari al chilo, fino alla possibilità di inviare il denaro a Medellin tramite Bitcoin. Contestualmente, venivano chieste indicazioni sulla destinazione dei fondi («Panama o Brazil?»). Per il gup, questi passaggi confermano che il boss latitante rappresentava il vero centro di validazione dell’organizzazione.
Una capacità d’intervento che si estendeva anche alle fasi operative e di recupero nei porti. Durante alcune operazioni, Morabito partecipava direttamente alle chat cifrate chiedendo «Allora come siamo messi» e dando istruzioni sugli attrezzi da usare, come «porta cacciaviti» e «piede di porco». A fronte delle prime difficoltà, dal Brasile venivano trasmesse indicazioni tecniche precise sulla posizione della droga, spiegando che la sostanza era «legata dentro questa stanza nella tubolatura» e occorreva smontare «la griglia lato sinistro poppa».
Lo stesso schema si è ripetuto in occasione del sequestro di 275 chilogrammi di cocaina ad Anversa. Morabito riceveva in tempo reale i dati sul container, sul terminal e sulle quantità inviate dal fornitore, coordinando le trattative sul credito concesso e la ripartizione delle quote tra i diversi gruppi calabresi. La corrispondenza tra i messaggi intercettati e i riscontri effettuati nei porti ha fornito ai giudici la prova dell’esistenza di una catena di comando strutturata. (m.r.)
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