La rete globale della ‘ndrangheta tra cocaina e alleanze: la mappa del «sistema osmotico» che ricicla i milioni dei clan
Nelle motivazioni della sentenza in abbreviato, il ruolo del pentito Pasquino, la figura del superboss Morabito e la regia dei clan: dalle alleanze con i cartelli sudamericani all’uso dei porti di An…
REGGIO CALABRIA «Un’attività investigativa di eccezionale ampiezza e complessità» che ha permesso di ricostruire «un sistema criminale non riducibile alla sommatoria di singole importazioni o cessioni di stupefacente, ma espressivo di una pluralità di organismi associativi stabili, tra loro comunicanti o comunque operanti nel medesimo contesto territoriale e relazionale di matrice ’ndranghetistica». Con queste parole il gup Antonino Foti apre la ricostruzione delle motivazioni della sentenza emessa con il rito abbreviato per il processo scaturito dalla maxi-inchiesta “Eureka” della Dda di Reggio Calabria che ha portato a 76 condanne. Il verdetto traccia la mappa di un gigante criminale la cui forza risiede nell’unione tra le radici territoriali dei clan della Locride e una proiezione economico-finanziaria globale.
Un’architettura criminale a più livelli
La complessità del quadro giudiziario deriva dalla simultanea emersione di diverse strutture associative. Nel medesimo compendio probatorio convivono infatti le organizzazioni finalizzate al traffico internazionale di droga, le reti logistiche e la storica associazione di stampo mafioso radicata nel territorio di Bianco e attiva nell’intero mandamento della Locride. Il giudice specifica che, pur conservando ciascun capo d’imputazione la propria autonomia strutturale, tutti concorrono a delineare l’esistenza di un «ambiente criminale di elevatissima professionalità, capace di proiettare sul piano internazionale la forza organizzativa, relazionale ed economica delle articolazioni calabresi accertate». Il risultato probatorio, evidenzia il giudice, «restituisce con plastica chiarezza la dimensione internazionale del narcotraffico gestito dalle articolazioni associative oggetto di giudizio: approvvigionamenti in Sud America, rapporti con fornitori operanti in Colombia, Brasile, Ecuador e Panama, utilizzazione dei porti di Gioia Tauro, Anversa e Rotterdam, impiego di squadre portuali, ricorso a criptofonini, movimentazione di ingenti somme di denaro contante mediante circuiti fiduciari e sistemi di riconoscimento, nonché reimpiego dei proventi in attività economiche formalmente lecite in Italia e all’estero».
Dalla Locride ai mercati globali
La capacità dei gruppi di «programmare, finanziare, importare, esfiltrare, custodire, trasportare, commercializzare e monetizzare quantitativi ingentissimi di cocaina dimostra la natura imprenditoriale, seriale e transnazionale delle condotte accertate». Ma il legame con la terra d’origine rimane la linfa vitale. Le associazioni dedite al narcotraffico si sviluppano in un ambiente connotato da «storiche famiglie di ’ndrangheta della Locride, da rapporti parentali e fiduciari di particolare intensità, dalla perdurante riconoscibilità delle regole interne della cosca e dalla capacità delle articolazioni territoriali di condizionare non solo i traffici illeciti, ma anche segmenti dell’economia e della vita politico-amministrativa locale». Particolarmente significativa – scrive il giudice – è la ricostruzione della locale di Bianco, che documenta «la sua capacità di controllo su beni economicamente strategici, la disponibilità di armi, la gestione di rapporti con altre consorterie, l’interferenza sulle competizioni elettorali e la forza di intimidazione derivante dal vincolo associativo mafioso».
Dagli atti emerge l’esistenza di un vero e proprio «piano osmotico tra i sodalizi» ed un «retroterra, storico e tradizionalmente mafioso». Il gup sottolinea come «gli accertati rapporti stabili con organizzazioni estere di tipo para-militare, in particolare in Sud America ma non solo, e la possibilità manifestata dai sodali di garantire il pagamento delle narcoimportazioni organizzate e nel contempo di assicurare anche canali stabili di rifornimento di armi micidiali di guerra costituiscono tutti indici sintomatici e chiarissimi di una nuova forma di programma criminoso delle cosche ‘ndranghetistica storiche».
Un ruolo cruciale nell’accreditamento internazionale è svolto dall’appartenenza alla ‘ndrangheta. A confermarlo sono le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Vincenzo Pasquino. Nelle parole del pentito, le vie – «la “strada” come viene esattamente definita dal collaboratore» – alla base dell’intreccio di rapporti con i narcos sudamericani «sono assicurate proprio dalla “fiducia” manifestata dall’appartenenza a contesti di criminalità organizzata ’ndranghetistica».
La figura del superboss Rocco Morabito
Dagli atti emergono le responsabilità di compagini riconducibili alla famiglia Nirta “Versu”, alla famiglia Mammoliti “Fischiante” e al gruppo facente capo alla famiglia Strangio “Fracascia”, al cui interno operavano soggetti coinvolti nella faida di San Luca e nei fatti di sangue culminati nella «strage di Duisburg» del Ferragosto 2007. Oltre al business della droga, le energie dell’organizzazione erano destinate alla protezione dei propri boss. Nelle carte si evidenzia «il rilievo dimostrativo» delle condotte di ausilio prestato al «mantenimento della lunga e annosa latitanza di Morabito Rocco», “Tamunga”, considerato personaggio di vertice del sodalizio di Africo, «rispetto alle quali emerge l’assoluta sinergica finalizzazione delle attività programmate nel settore del traffico internazionale di stupefacenti anche al mantenimento della libertà dello stesso capo e promotore».
Fiumi di cocaina, il ruolo dei broker cinesi e il riciclaggio in Europa
Le cifre della sentenza attestano una potenza di fuoco finanziaria e logistica fuori dal comune. Tra maggio 2020 e gennaio 2022 sono state documentate importazioni di cocaina per complessivi «4.046 chilogrammi di stupefacente, dei quali 2.060 chilogrammi cadevano in sequestro nei porti di Gioia Tauro, Anversa e Colon».
I gruppi operavano attraverso un «modello operativo ricorrente»: l’acquisto diretto del carico in Sud America a circa 7.000 dollari al chilogrammo con pagamento anteriore alla spedizione, oppure la gestione dell’esfiltrazione dai porti per conto dei fornitori latitanti. La gestione dei profitti richiedeva strutture finanziarie ombra di livello transnazionale. Tramite «collaudate organizzazioni di origine cinese» specializzate nel pick-up money, tra agosto 2020 e maggio 2021 è stato documentato il trasferimento in contanti di «euro 22.363.627,00, dalla Calabria verso Panama, Colombia, Brasile ed Ecuador».
Per comprendere la portata dei flussi internazionali, il giudice richiama l’attività della Polizia Federale del Limburgo nell’ambito dell’«indagine codificata “Costa”», che ha documentato l’operatività di Lucio Aquino in «importazioni di cocaina definite in Belgio per complessive 13,86 tonnellate». Gli atti attestano inoltre «la cooperazione instaurata dalle organizzazioni italiane» con gli esponenti di vertice del «“Clan del Golfo”, organizzazione paramilitare operante in Colombia» guidata dal noto boss «Otoniel».
Gli accertamenti patrimoniali hanno inoltre dimostrato che «parte dei proventi illeciti derivanti dalle attività di narcotraffico veniva destinata all’apertura di attività commerciali in Francia, a Mentone, e in Germania, a Saarlouis e Siegen», oltre che all’acquisto di beni di alto valore.
Emblematico il caso di tre società di autolavaggio a Monaco di Baviera: il denaro illecito, «custodito in una cassaforte a San Luca, veniva trasferito in Germania e versato sui conti correnti societari come se si trattasse di ricavi delle predette attività commerciali». Un meccanismo di ripulitura che realizzava una vera e propria «saldatura tra traffico internazionale di stupefacenti, movimentazione transnazionale del denaro e reinvestimento in attività commerciali formalmente regolari».
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