’Ndrangheta e appalti, il summit nel cantiere e gli incontri con Grande Aracri: ascesa e caduta dell’impero Lobello
Dai rapporti con Arena, Mazzagatti e Grande Aracri ai grandi lavori pubblici. Gli investigatori ricostruirono una rete di imprese, prestanome e relazioni criminali
LAMEZIA TERME Un summit interprovinciale di ’ndrangheta ospitato all’interno di un cantiere, gli incontri con Nicolino Grande Aracri nella tavernetta del boss di Cutro. E poi i rapporti con gli Arena di Isola Capo Rizzuto e i Mazzagatti di Oppido Mamertina, il calcestruzzo, le grandi opere, gli appalti pubblici e una galassia di società che, secondo gli investigatori, continuava a essere controllata dietro lo schermo di prestanome. C’è tutto questo dietro i 162 milioni di euro di patrimonio confiscati in via definitiva ad Antonio Lobello e ai figli Giuseppe e Daniele, la cui storia imprenditoriale e giudiziaria attraversa almeno quindici anni di indagini sulla ’ndrangheta e sui suoi rapporti con il mondo degli affari. Una storia tornata oggi al punto finale sul piano patrimoniale con il provvedimento eseguito dalla Guardia di Finanza di Catanzaro e disposto dal Tribunale nell’ambito del procedimento di prevenzione nato dall’inchiesta “Coccodrillo”.
Il summit dentro il cantiere
Fra tutti, però, c’è un episodio che racconta il livello dei rapporti ricostruiti nel corso delle investigazioni. Lo richiama la stessa Procura nel comunicare la confisca definitiva. Già perché durante le attività condotte per contrastare i tentativi di infiltrazione mafiosa nei lavori di ammodernamento del tratto Pizzo Calabro-Cosenza dell’allora A3 Salerno-Reggio Calabria, gli investigatori riuscirono a documentare lo svolgimento di un summit interprovinciale di ’ndrangheta proprio all’interno di un cantiere riconducibile agli imprenditori. L’inchiesta “Coccodrillo”, scattata nel marzo 2021, avrebbe poi ricomposto il mosaico. Al centro c’erano Antonio, Giuseppe e Daniele Lobello e un sistema di società formalmente intestate ad altri soggetti ma, secondo l’accusa, controllate e gestite di fatto dagli imprenditori, anche con l’obiettivo di sottrarre il patrimonio aziendale agli effetti delle misure antimafia. Alcune società del gruppo erano state già raggiunte da interdittive prefettizie.
La «strategia imprenditoriale»
A sintetizzare la tesi investigativa, nel 2021, era stato l’allora procuratore vicario Vincenzo Capomolla: «Il gruppo ha scelto la ’ndrangheta come strategia imprenditoriale». Secondo la ricostruzione degli inquirenti, i rapporti con le cosche avrebbero assicurato due vantaggi fondamentali: da una parte la possibilità di inserirsi e consolidarsi nel mercato degli appalti e delle forniture, dall’altra quella di lavorare senza subire le pressioni estorsive che normalmente gravavano sui cantieri. Il raggio delle relazioni ricostruite era ampio: gli Arena di Isola Capo Rizzuto, i Mazzagatti di Oppido Mamertina e il gruppo riconducibile a Nicolino Grande Aracri a Cutro. Rapporti che, secondo gli investigatori, avrebbero contribuito alla crescita delle società riconducibili alla famiglia Lobello nel settore delle costruzioni e soprattutto nella produzione e fornitura del calcestruzzo.
Gli incontri nella tavernetta di Grande Aracri
Tra gli episodi più significativi ci sono proprio gli incontri tra Giuseppe Lobello e Nicolino Grande Aracri. Gli investigatori avevano documentato come l’imprenditore si fosse recato nella tavernetta del boss di Cutro, luogo diventato negli anni uno dei simboli del potere della cosca Grande Aracri e teatro di numerose riunioni finite nelle inchieste della Dda. Secondo quanto spiegato dagli inquirenti nel 2021, Lobello si sarebbe rivolto a Grande Aracri anche per questioni apparentemente ordinarie, come alcuni danneggiamenti subiti. E analogamente si sarebbe rivolto agli Arena per comprendere le ragioni del danneggiamento di un’autovettura. Era proprio questo, secondo la lettura investigativa, uno degli effetti più importanti del rapporto con i clan: l’“alone” criminale che circondava l’imprenditore, rendendo evidente all’esterno la presenza alle sue spalle di cosche considerate particolarmente potenti.
Il calcestruzzo e i grandi lavori
Il cuore economico del sistema era rappresentato dall’edilizia. Le indagini hanno ricostruito il ruolo assunto dalle imprese del gruppo nelle forniture di calcestruzzo e nell’acquisizione di importanti commesse pubbliche e private. Nel corso della conferenza stampa dell’operazione “Coccodrillo”, gli inquirenti citarono anche i lavori sui macrolotti della Statale 106, dove le forniture di calcestruzzo avrebbero visto operare l’impresa Lobello insieme ad aziende ricondotte agli ambienti dei Mazzagatti. Per il territorio catanzarese, invece, secondo l’accusa sarebbe stato particolarmente rilevante il rapporto con gli Arena di Isola Capo Rizzuto. Un intreccio che avrebbe consentito al gruppo di rafforzare una posizione già molto significativa nel mercato delle costruzioni.
I «25 appalti pubblici» e le estorsioni
C’è poi un altro passaggio dell’inchiesta che fotografa la profondità dei rapporti contestati. Secondo quanto spiegò nel 2021 il colonnello Carmine Virno della Guardia di Finanza, Giuseppe Lobello avrebbe svolto la funzione di collettore delle estorsioni per conto della cosca Arena nei cantieri, raccogliendo il denaro in modo da evitare la presenza diretta di soggetti riconducibili al clan. Nella stessa occasione Virno indicò un altro dato: attraverso l’azienda, secondo la ricostruzione investigativa, la cosca avrebbe ottenuto «25 appalti pubblici». Un sistema nel quale i Lobello, secondo gli investigatori, avrebbero continuato a gestire le attività anche attraverso parenti e soggetti formalmente posti alla guida delle aziende. Una rete nella quale, una volta assegnati i lavori, vennero ricostruiti anche numerosi passaggi di denaro tra le società aggiudicatarie e gli imprenditori.
Le società e i prestanome
È proprio seguendo il denaro e la struttura societaria che gli investigatori del Gico di Catanzaro sono arrivati al patrimonio oggi definitivamente confiscato. Gli approfondimenti economico-patrimoniali avrebbero infatti fatto emergere, oltre ai beni intestati direttamente agli imprenditori e ai familiari, la disponibilità sostanziale di società e consorzi schermati attraverso figure considerate prestanome, con un valore giudicato largamente sproporzionato rispetto ai redditi dichiarati. Già nel 2024 un primo capitolo si era chiuso con la confisca definitiva, nell’ambito del procedimento penale, di Strade Sud srl, Marina Cafè srls, Consorzio Stabile Genesi e Consorzio Stabile Zeus, oltre a somme di denaro, per un valore stimato complessivamente in circa 40 milioni di euro. Giuseppe Lobello è stato condannato definitivamente a 8 anni e 10 mesi per concorso esterno in associazione mafiosa, autoriciclaggio, trasferimento fraudolento di valori ed estorsione; Antonio Lobello a 3 anni e Daniele Lobello a 3 anni e 4 mesi per autoriciclaggio e trasferimento fraudolento di valori.
Il patrimonio da 162 milioni
La misura di prevenzione patrimoniale diventata ora definitiva amplia enormemente la dimensione economica della vicenda. Nel patrimonio confluiscono immobili e terreni tra Catanzaro e provincia e Cirò Marina, partecipazioni in società con sede anche a Firenze, aziende operanti nell’edilizia pubblica e privata, automezzi, macchine operatrici, rapporti bancari e un importante impianto per la produzione di calcestruzzo a Catanzaro. Un complesso di beni che supera complessivamente i 162 milioni di euro. È l’ultimo capitolo di una storia iniziata molto prima di “Coccodrillo”, tra cantieri, grandi opere e indagini antimafia. E che già nel 2021 Nicola Gratteri descriveva come il paradigma di imprese capaci di «mutare pelle» per continuare a operare nonostante interdittive e investigazioni. (g.curcio@corrierecal.it)
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