PNRR, la lezione della Calabria: i “mattoni” della sanità non bastano se manca il sociale
Case e Ospedali di Comunità avanzano, ma l’integrazione con i servizi sociali resta debole. In Calabria pesano carenza di personale, vincoli dei Comuni e accordi ancora troppo spesso sulla carta
Da anni mi occupo di integrazione sociosanitaria e nel 2009 avevo condotto una delle prime analisi comparate dei modelli regionali di assistenza territoriale in Italia. Sedici anni dopo, ho deciso di tornare su quello stesso terreno per capire cosa sia cambiato con il Decreto Ministeriale 77/2022, il tassello della Missione Salute del PNRR che ha imposto per la prima volta standard nazionali uniformi: Case della Comunità, Ospedali di Comunità, Centrali Operative Territoriali. Ho analizzato i Piani di Attuazione Regionali di tutte le 21 Regioni e Province Autonome e i risultati raccontano una storia a due velocità che riguarda da vicino anche la Calabria. La buona notizia è che, sul piano strettamente sanitario, la standardizzazione ha funzionato. Tutte le Regioni hanno attivato le Centrali Operative Territoriali, e il 95% delle Case della Comunità previste risulta oggi formalmente attivato o in fase avanzata di realizzazione. È un risultato che va riconosciuto: per la prima volta il Paese ha superato la logica delle sperimentazioni locali disomogenee che avevo documentato quindici anni fa. Il problema che ho trovato riguarda l’altra metà del progetto, quella che a mio avviso ne giustificava davvero l’ambizione: l’integrazione con i servizi sociali dei Comuni. A livello nazionale solo il 23% delle Case della Comunità ospita stabilmente assistenti sociali comunali, e appena il 12% delle Centrali Operative Territoriali ha protocolli attivi con gli sportelli sociali del territorio. Ho scoperto, in altre parole, che abbiamo costruito ottimi hub sanitari, ma senza portarci dentro il sociale.
Perché guardo con attenzione alla Calabria
Nella mia analisi, la Calabria rientra nel gruppo di regioni con un livello di integrazione sociosanitaria effettiva ancora basso. Il Piano di Attuazione Regionale calabrese prevede 25 Case della Comunità, 8 Ospedali di Comunità e 4 Centrali Operative Territoriali, ma l’attuazione procede più lentamente rispetto alla media nazionale, anche per effetto del piano di rientro sanitario a cui la regione è sottoposta. Non è un dettaglio tecnico. Cosenza, con la sua Azienda Sanitaria Provinciale, è il bacino più esteso della regione, ed è qui che il nodo si fa più concreto: costruire strutture sanitarie moderne è un conto, dotarle stabilmente di personale sociale e di percorsi condivisi con i Comuni è un altro. È proprio su questo secondo fronte che, nella mia lettura dei dati, la Calabria — come gran parte del Mezzogiorno — accumula il ritardo maggiore, con accordi tra ASP ed enti locali che troppo spesso restano sulla carta. Il motivo è presto detto: i Comuni calabresi, stretti da cronici vincoli di bilancio e da un blocco del turnover che ha svuotato gli uffici sociali, faticano a garantire la presenza stabile di assistenti sociali nei nuovi presidi, anche quando la volontà politica ci sarebbe. Il rischio, a mio avviso, è quello che ho definito una “medicalizzazione” dell’assistenza territoriale: i nuovi presidi nascono per integrare sanità e sociale, ma finiscono per restare quasi esclusivamente sanitari, mentre l’assistente sociale — quando c’è — opera separatamente, senza condividere cartelle, budget o piani di cura con medici e infermieri. Nella mia analisi ho individuato solo tre eccezioni virtuose in tutta Italia: Toscana, le Province Autonome di Trento e Bolzano ed Emilia-Romagna, dove modelli di governance più risalenti nel tempo — penso in particolare alle Società della Salute toscane — hanno permesso di superare la semplice vicinanza fisica tra i servizi e costruire una regia realmente condivisa tra ASL e Comuni.
Cosa penso serva ora
Dalla mia ricerca emergono, a mio avviso, tre priorità: la presenza stabile e non solo simbolica di assistenti sociali nelle Case della Comunità; sistemi informativi che colleghino il fascicolo sanitario a quello sociale, oggi di fatto inesistenti a livello nazionale; e finanziamenti vincolati che non dipendano solo dalla capacità di spesa dei singoli Comuni. Senza questi passaggi, temo che anche in Calabria il PNRR rischi di lasciare in eredità edifici nuovi e ben attrezzati, ma un’assistenza di prossimità che continua a trattare separatamente la salute e il bisogno sociale delle persone più fragili. E, a conti fatti, sarebbe la più costosa delle sconfitte: aver speso miliardi per costruire muri nuovi, senza aver saputo costruire — dentro quei muri — un vero welfare di comunità. È proprio quello che, con questo studio, ho voluto mettere nero su bianco.
