«I canguri non sono ancora partiti»: il codice segreto della ‘ndrangheta per la cocaina in Australia
Le motivazioni della sentenza Eureka svelano il piano sfumato: mezzo milione di dollari tra Ecuador e Oceania attraverso broker cinesi e chat criptate
REGGIO CALABRIA «I canguri?», «I canguri ancora non sono partiti ma è questione di qualche giorno, fino ieri ci hanno detto che sta proseguendo tutto bene». Un linguaggio in codice che, tuttavia, secondo gli investigatori non lascia spazio a dubbi: la risposta intercettata nonostante l’utilizzo di precauzioni adottate mostra con chiarezza la dinamica di un’imponente operazione di traffico di droga. Con queste e altre evidenze probatorie, il gup di Reggio Calabria Antonino Foti traccia, nelle motivazioni della sentenza emessa con il rito abbreviato per il processo scaturito dalla maxi-inchiesta “Eureka”, i dettagli del tentato traffico di droga tra l’Ecuador e l’Australia. Il settore del narcotraffico gestito dalle famiglie calabresi della Locride si conferma, dunque, un sistema capace di muovere ingenti capitali, stringere alleanze internazionali e organizzare spedizioni attraverso i porti e le rotte commerciali di tutto il mondo. Un’architettura che sfrutta canali di pagamento ombra, referenti all’estero e garanzie personali per tutelare i propri investimenti. Tuttavia, è proprio quando il meccanismo si blocca e le spedizioni non arrivano a destinazione che i ruoli dei singoli partecipanti emergono con chiarezza. È quanto accaduto di un’importazione di cocaina: la mancata partenza del carico destinato al mercato australiano ha scatenato una fase complessa, trasformandosi in una caccia al denaro bloccato tra l’Europa, il Sudamerica e l’Oceania.
Il sistema
Nel ricostruire il modus operandi e il quadro accusatorio complessivo nelle carte della sentenza, il gup chiarisce che «il compendio probatorio acquisito consente di affermare, al di là di ogni ragionevole dubbio, la responsabilità degli imputati oggi giudicati per il tentativo di importazione dall’Ecuador verso l’Australia di un rilevante quantitativo di cocaina, operazione programmata, finanziata e seguita attraverso una rete stabile di rapporti criminali operante tra San Luca, il Belgio, la Germania, l’Ecuador e l’Australia. La vicenda si inserisce in continuità con l’importazione di cocaina dal porto di Santa Marta”, rispetto alla quale era emerso il coinvolgimento dell’articolazione “Fracascia” attiva a Monaco di Baviera.
Il giudice sottolinea la solidità dell’impianto indiziario: «La responsabilità degli imputati si ricava non da singoli frammenti isolati, ma dalla convergenza di plurime fonti: le chat SkyEcc intercorse tra gli associati, i riscontri tecnici sui viaggi, gli incontri documentati in Italia e all’estero, le successive conversazioni ambientali e telefoniche nelle quali gli stessi protagonisti commentavano l’insuccesso dell’operazione, reclamavano la restituzione delle somme investite e individuavano i soggetti chiamati a “rispondere” della perdita del denaro. La struttura dell’operazione risultava chiara: una quota di cocaina destinata ai “Fracascia” doveva essere acquistata in Sudamerica, con denaro inviato in Ecuador mediante sistemi di trasferimento fiduciario e operazioni di pick-up money, per poi essere caricata e spedita verso l’Australia, ove la sostanza avrebbe avuto un valore di mercato estremamente elevato. La mancata partenza del carico – si legge nelle motivazioni – non elide la rilevanza penale delle condotte, poiché gli imputati avevano già posto in essere atti idonei, concreti e univocamente diretti alla realizzazione dell’importazione, avendo definito quote, finanziamenti, contatti, canali di trasferimento del denaro e modalità di interlocuzione con i referenti esteri».
La rotta dei soldi: 507mila dollari verso l’Ecuador e il canale dei broker cinesi
L’operazione non si è fermata alla pianificazione, ma ha visto la concreta movimentazione di somme destinate all’acquisto dello stupefacente. Tra il 26 giugno e il 25 agosto 2020, venivano inviati verso l’Ecuador complessivi 507mila dollari attraverso canali ben strutturati. La prima parte del pagamento, pari a 175mila dollari, è stata documentata tramite l’invio della fotografia del “token” — la banconota usata come ricevuta di riconoscimento — inviata come conferma dell’avvenuto versamento per il «lavoro di Australia». Per le somme successive, pari a 204.300 e 164.700 dollari, il gruppo si è affidato al sistema di compensazione e pick-up money gestito tramite un intermediario cinese con l’alias “Green”. Come rimarcato dal giudice nelle motivazioni di “Eureka”, «l’uso di token, corrieri, indirizzi di consegna e canali intermedi in Belgio, Dubai ed Ecuador dimostra l’esistenza di una procedura consolidata e non occasionale di movimentazione illecita del denaro». La prova trova riscontro anche nei messaggi scambiati con “Green”, in cui si sollecitava l’invio dei dollari con indicazioni sui corrieri e sui tempi di consegna.
Il codice cifrato
I messaggi scambiati sugli apparati criptati non sono bastati a nascondere il senso delle conversazioni agli inquirenti. Il gup chiarisce che «il lessico criptico utilizzato dagli imputati non impedisce la ricostruzione del fatto. I riferimenti ai “canguri”, alla “macchina”, al “lavoro”, al “materiale”, ai “soldi fermi in Ecuador” e alle quote in chilogrammi trovano costante riscontro nel contesto delle conversazioni e negli ulteriori elementi acquisiti». I richiami ai “canguri” – secondo la ricostruzione – indicavano la spedizione per il mercato australiano, mentre il termine “macchina” indicava la partita di cocaina acquistata ma mai spedita. Quando uno degli indagati spiegava di avere «mezzo milione fermo lì in Ecuador», si riferiva alle somme inviate in Sudamerica. (m.r.)
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