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Nove scosse di terremoto in poche ore: cosa succede sotto il Catanzarese

La sequenza di oggi riporta l’attenzione sulla struttura geologica della Calabria, tra sistemi di faglie e una delle zone di subduzione più importanti del Mediterraneo

Pubblicato il: 16/09/2026 – 14:41
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CATANZARO Nove scosse in poche ore hanno riportato questa mattina l’attenzione sulla sismicità del Catanzarese. La più forte, di magnitudo 3.5, è stata registrata alle 7.04 nell’area di Squillace, seguita pochi minuti dopo da altri due eventi di magnitudo superiore a 3 tra Amaroni e Borgia. L’INGV ha localizzato la sequenza a profondità comprese all’incirca tra i 36 e i 40 chilometri. Per l’evento di M 3.5, il dato disponibile indica una profondità di 39,6 chilometri. Numeri che raccontano già una parte importante di quello che sta accadendo, come spiegato sul sito Geopop. Non soltanto perché spiegano in parte perché scosse avvertite dalla popolazione non abbiano prodotto, allo stato, conseguenze segnalate sul territorio, ma soprattutto perché mostrano quanto sia complesso il sottosuolo calabrese. Qui terremoti superficiali e terremoti profondi possono essere legati a strutture tettoniche differenti, all’interno di un quadro geodinamico particolarmente articolato. L’INGV descrive infatti nell’area dell’Arco calabro la presenza di una zona di subduzione, accanto a strutture tettoniche più superficiali.

Sotto la Calabria c’è una lunga storia geologica

Per capire la frequenza dei terremoti, come evidenziato da Geopop, bisogna allontanarsi dalla singola scossa e guardare alla struttura della regione. La Calabria occupa infatti una posizione particolare nel Mediterraneo, in un’area interessata dall’interazione tra la placca africana e quella euroasiatica e dalla complessa evoluzione di diverse microplacche. Uno degli elementi decisivi è la cosiddetta subduzione dell’Arco calabro: una porzione di litosfera oceanica dello Ionio sprofonda sotto la Calabria e prosegue nel mantello. È proprio questo processo, sviluppatosi nell’arco di milioni di anni, a spiegare anche la presenza di terremoti molto profondi nell’area tirrenica. L’INGV sottolinea che la sismicità profonda dell’Arco calabro è associata alla presenza dello slab, cioè della porzione di litosfera che si è immersa nel mantello. Non significa però che ogni terremoto registrato in Calabria sia prodotto direttamente dalla subduzione. Il quadro è più articolato. Gli studi dell’INGV evidenziano infatti l’esistenza, a diverse profondità, di differenti strutture tettoniche che contribuiscono alla sismicità regionale.

Il ruolo della profondità

Le scosse di questa mattina sono state localizzate a decine di chilometri sotto la superficie. È una caratteristica che merita attenzione perché la profondità di un terremoto contribuisce a determinarne il modo in cui l’energia viene trasmessa e percepita. L’INGV, nella sua attività di monitoraggio, distingue infatti tra la sismicità più superficiale della crosta e quella molto più profonda legata alla struttura dell’Arco calabro. La mappa della sismicità italiana degli ultimi 25 anni mostra proprio questa differenza: mentre gran parte dei terremoti italiani si concentra nei primi 15 chilometri, nell’area del Tirreno meridionale sono presenti eventi con ipocentri che raggiungono anche centinaia di chilometri, in relazione alla subduzione dell’Arco calabro. La profondità, naturalmente, non consente da sola di stabilire gli effetti di un terremoto in superficie. Entrano in gioco anche la magnitudo, la distanza dall’epicentro, le caratteristiche del terreno e degli edifici e il modo in cui l’energia sismica viene propagata.

Le faglie attorno a Squillace

Un’altra chiave per leggere la sequenza è la presenza di numerose strutture sismogenetiche nell’area. Il database DISS dell’INGV raccoglie e georeferenzia le principali sorgenti sismogenetiche italiane, cioè strutture individuate sulla base di dati geologici, geofisici e storici e considerate potenzialmente capaci di generare terremoti. Nell’area del Catanzarese compaiono diversi sistemi di faglie. Tra quelli riportati negli studi e nei database di riferimento c’è la Caraffa-Squillace, mentre più a nord-est si incontra il sistema Crotone-Rossano. Più a sud sono presenti altre strutture, tra cui quella delle Serre. Un recente lavoro tecnico collegato alla modellazione della pericolosità sismica attribuisce alla sorgente Caraffa-Squillace una profondità della struttura compresa tra circa 3 e 20 chilometri e indica, nel modello, una magnitudo massima potenziale di 6.9: un dato riferito alla capacità della sorgente nel modello sismotettonico e non una previsione di ciò che accadrà. È una distinzione importante: la presenza di una faglia sismogenetica non permette di prevedere quando avverrà un terremoto, né significa che una sequenza come quella di oggi debba necessariamente evolvere verso un evento più forte.

Una regione dove la sismicità fa parte della geologia

La Calabria è dunque una delle aree italiane nelle quali la sismicità è strettamente legata alla storia geologica del territorio. La convergenza tra Africa ed Eurasia ha prodotto, nel Mediterraneo, un sistema di deformazioni e strutture molto complesso. L’INGV sottolinea che proprio la collisione tra le grandi placche e l’evoluzione delle microplacche mediterranee continua a generare sismicità nella regione. La sequenza registrata oggi nel Catanzarese va quindi letta dentro questo scenario più ampio. Le nove scosse costituiscono una sequenza locale che ha avuto il suo evento più energetico, almeno finora, nella magnitudo 3.5 di Squillace. I dati disponibili non consentono però di stabilire, sulla base della sola sequenza, quale sarà la sua evoluzione. Quello che la geologia calabrese racconta con chiarezza è un’altra cosa: sotto la regione non esiste un unico sistema responsabile dei terremoti, ma un intreccio di strutture superficiali e profonde, inserite in uno dei contesti tettonici più complessi del Mediterraneo. (redazione@corrierecal.it)

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