«Se il compenso è da regione virtuosa, i risultati devono esserlo altrettanto»
Se paghiamo i vertici della sanità quanto vengono pagati nelle regioni con cui vorremmo confrontarci per attrarre le loro migliori competenze, possiamo pretendere di confrontare anche i risultati?
154.937 euro l’anno. È il trattamento economico indicato per un direttore generale della sanità calabrese. Una cifra che, con la quota legata ai risultati prevista fino al 20%, può arrivare a circa 186 mila euro l’anno, oltre ai rimborsi documentati previsti per le attività connesse all’incarico. In Lombardia il riferimento di partenza è praticamente identico: 154.937 euro. Con un intervento legislativo si è optato per questa scelta – allineare il compenso a quello delle regioni virtuose – per attrarre nella nostra regione manager capaci, provenienti da sistemi sanitari che funzionano. È una finalità condivisibile. Ma se la si persegue, diventa inevitabile una domanda. Se paghiamo i vertici della sanità quanto vengono pagati nelle regioni con cui vorremmo confrontarci per attrarre le loro migliori competenze, possiamo pretendere di confrontare anche i risultati? E c’è un’altra domanda, che riguarda il metodo. Perché, dopo aver accertato requisiti e idoneità professionale, la scelta finale deve restare affidata alla Regione all’interno di una rosa di candidati? Per incarichi che possono avvicinarsi ai 186 mila euro l’anno e con responsabilità enormi sulla vita dei cittadini, una selezione comparativa con criteri misurabili, punteggi pubblici e una graduatoria finale non renderebbe più trasparente e coerente il rapporto tra merito, nomina e responsabilità? Soprattutto se l’obiettivo dichiarato è proprio quello di attrarre i migliori. Un grande stipendio pubblico non è uno scandalo, può, anzi deve, essere giustificato da responsabilità, capacità e risultati. Ma proprio per questo dovrebbe esistere una regola semplicissima: stesso livello di retribuzione, stessa pretesa sui risultati. Altrimenti si realizza il paradosso: paghiamo come una regione virtuosa per attrarre manager virtuosi, ma poi non pretendiamo i risultati virtuosi per cui li avremmo pagati. Perché 154 mila euro sono tanti soprattutto agli occhi di chi guadagna 1.300 o 1.500 euro al mese e, dopo aver finanziato con le proprie tasse il Servizio sanitario e i suoi manager, deve mettere nuovamente mano al portafoglio per ottenere una visita in tempi ragionevoli. La vita patinata della dirigenza pubblica non è il problema. Lo diventa quando a non essere altrettanto brillante è il servizio pubblico che quella dirigenza è pagata per far funzionare. Viene spiegato che proprio questa scelta – allineare il compenso a quello delle regioni virtuose – sarebbe stata fatta per attrarre nella nostra regione manager capaci, provenienti da sistemi sanitari che funzionano. È una finalità condivisibile. Ma se la si persegue, diventa inevitabile una domanda. Se paghiamo i vertici della sanità quanto vengono pagati nelle regioni con cui vorremmo confrontarci per attrarre le loro migliori competenze, possiamo pretendere di confrontare anche i risultati? E c’è un’altra domanda, che riguarda il metodo. Perché, dopo aver accertato requisiti e idoneità professionale, la scelta finale deve restare affidata alla Regione all’interno di una rosa di candidati? Per incarichi che possono avvicinarsi ai 186 mila euro l’anno e con responsabilità enormi sulla vita dei cittadini, una selezione comparativa con criteri misurabili, punteggi pubblici e una graduatoria finale non renderebbe più trasparente e coerente il rapporto tra merito, nomina e responsabilità? Soprattutto se l’obiettivo dichiarato è proprio quello di attrarre i migliori. Un grande stipendio pubblico non è uno scandalo, può, anzi deve, essere giustificato da responsabilità, capacità e risultati. Ma proprio per questo dovrebbe esistere una regola semplicissima: stesso livello di retribuzione, stessa pretesa sui risultati. Altrimenti si realizza il paradosso: paghiamo come una regione virtuosa per attrarre manager virtuosi, ma poi non pretendiamo i risultati virtuosi per cui li avremmo pagati. Perché 154 mila euro sono tanti soprattutto agli occhi di chi guadagna 1.300 o 1.500 euro al mese e, dopo aver finanziato con le proprie tasse il Servizio sanitario e i suoi manager, deve mettere nuovamente mano al portafoglio per ottenere una visita in tempi ragionevoli. La vita patinata della dirigenza pubblica non è il problema. Lo diventa quando a non essere altrettanto brillante è il servizio pubblico che quella dirigenza è pagata per far funzionare.
Osservatorio per il Socialismo Riformista “Anna Kulischioff”
