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un contrasto stridente

Dalla vigna del Vangelo ai contratti precari: se la paga di Dio umilia il profitto dei padroni

La radicale differenza tra ciò che propone il Vangelo e la nostra cultura contemporanea, dove viene calcolato unicamente il valore dell’uomo in base a ciò che produce

Pubblicato il: 20/09/2026 – 11:32
di Ennio Stamile
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Oggi desidero proporre ai lettori una riflessione partendo dal Vangelo di questa XXV domenica del tempo ordinario, perché ritengo che scuote profondamente la nostra mentalità e ci costringe a fare i conti con un contrasto stridente: da un lato la logica economica del nostro tempo, basata sul profitto e sul calcolo matematico, e dall’altro la logica di Dio, fondata sulla dignità insindacabile di ogni essere umano. Nel testo si parla di un padrone di casa che esce a cinque ore diverse del giorno per cercare lavoratori per la sua vigna. All’alba, alle nove, a mezzogiorno, alle tre e persino alle cinque del pomeriggio, quando ormai la giornata volge al termine. Nella cultura contemporanea del mercato globale, quegli operai rimasti in piazza fino alle cinque sarebbero considerati “scarti”, “inadatti”, “improduttivi”. Il sistema economico odierno li avrebbe semplicemente ignorati o, peggio, sfruttati, offrendo loro pochi centesimi proprio perché rimasti senza alternative. Ma guardiamo l’atteggiamento del padrone che è, appunto, l’immagine di Dio. Quando chiede agli ultimi arrivati: «Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?», la loro risposta è drammatica nella sua semplicità: «Perché nessuno ci ha presi a giornata». Non è pigrizia. È la disperazione di chi vorrebbe dare dignità alla propria vita attraverso il lavoro, ma si scontra con le porte chiuse di un sistema in cui non c’è posto per tutti. Qui emerge la radicale differenza tra ciò che propone il Vangelo e la nostra cultura contemporanea, dove viene calcolato unicamente il valore dell’uomo in base a ciò che produce. Se produci molto, vali; se produci meno, o se le tue forze diminuiscono, diventi sacrificabile. Questo genera lo sfruttamento selvaggio che vediamo ogni giorno: contratti precari, salari da fame che non permettono di arrivare a fine mese, turni massacranti che rubano il tempo alla famiglia, alla salute e alla vita dello spirito. L’economia contemporanea dice: “Ti pago per le ore che mi hai dato, e se posso pagarti meno sfruttando la tua necessità, lo farò”. Il Vangelo propone una logica totalmente diversa: calcola la paga in base al bisogno vitale della persona. Il denaro (il denaro al giorno) non rappresenta una fredda tariffa oraria, ma il pane quotidiano necessario per far vivere una famiglia. Il padrone della vigna paga gli ultimi tanto quanto i primi perché sa che anche i figli degli ultimi hanno diritto a cenare. Quella evangelica non è una logica di profitto, ma la giustizia che si fa misericordia; non guarda al merito quantitativo, ma alla dignità della persona. Quelli della prima ora protestano, mormorano. Hanno lo sguardo malato dell’invidia e del capitalismo egoista: vedono il bene concesso a un altro come una perdita per se stessi. Ma il padrone risponde: «Tu sei invidioso perché io sono buono?». Questa domanda contiene tante non dette verità, quelle che riguardano coloro che non riuscendo a fare il bene vedono solo il male in tutto e in tutti. Questa pagina evangelica risuona come una potente denuncia contro ogni forma di sfruttamento lavorativo. Ci ricorda che il lavoro, come specificato al n. 6 dell’enciclica Laborem excenses di San Giovanni Paolo II: “è fatto per l’uomo, e non l’uomo per il lavoro”. Quando un sistema economico calpesta i diritti dei lavoratori, sottopaga le donne, nega la sicurezza sul posto di lavoro o ricatta i giovani con la minaccia della disoccupazione, quel sistema sta peccando contro la giustizia di Dio e quella degli uomini. Dovremmo impegnarci tutti, soprattutto coloro che hanno responsabilità politica, affinché nella nostra società il lavoro diventi lo strumento con cui l’uomo contribuisce a rendere una società più civile e autenticamente fraterna, ricevendo il giusto riconoscimento e il rispetto assoluto della propria dignità.

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