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«Parole erranti. Voci e visioni dalla Calabria»

Il Novecento inquieto di Corrado Alvaro

La sua Calabria non fu mai un confine, ma il luogo da cui guardare un secolo attraversato da guerre, ideologie, trasformazioni sociali e nuove inquietudini

Pubblicato il: 20/09/2026 – 14:00
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Tre giorni per tornare a interrogare la letteratura calabrese attraverso i suoi luoghi e la sua storia. È «Parole erranti. Voci e visioni dalla Calabria», la rassegna promossa dal Corriere della Calabria in programma a Lamezia Terme il 25, 26 e 27 settembre. L’ultima giornata, domenica 27 settembre, sarà dedicata a Corrado Alvaro e avrà come protagonisti Maria Saccà e Gioacchino Criaco. Saccà, pronipote dello scrittore, arriva all’appuntamento con una memoria che passa anche attraverso il volume che raccoglie le lettere di Antonio Alvaro al figlio Corrado. È un punto di vista prezioso perché consente di avvicinarsi all’uomo che continua a riemergere nelle sue pagine. Con Criaco il confronto assume un’altra direzione. Nato ad Africo e autore di una narrativa profondamente legata all’Aspromonte e alla sua gente, appartiene a una generazione letteraria lontana da quella di Alvaro, ma torna a misurarsi con lo stesso paesaggio umano. Non si tratta di stabilire continuità o discendenze, ma di mettere a confronto due sguardi sulla Calabria, separati dal tempo e accomunati dalla necessità di raccontare una terra che rischia continuamente di essere rinchiusa dentro una narrazione già scritta.

Per capire Corrado Alvaro bisogna partire da San Luca, ma non fermarsi all’Aspromonte. La sua storia attraversa la Grande guerra, il giornalismo, l’antifascismo, le capitali europee, la Russia sovietica e l’Italia della Repubblica, mentre la Calabria rimane uno sguardo che Alvaro porta con sé ovunque vada. Il padre, Antonio, è maestro elementare, in una famiglia dove la scuola rappresenta una possibilità concreta di emancipazione e dove il sapere non è separato dalla vita. Per dare ai figli un’educazione più aperta li manda a studiare fuori dal paese, una scelta destinata a segnare profondamente Corrado, che lontano da San Luca scopre la condizione di chi appartiene a un luogo periferico e deve imparare a rileggere il proprio mondo. Quella distanza, nata da una necessità familiare, accompagnerà Alvaro per tutta la vita, diventando parte del suo modo di osservare la realtà.
La prima grande fuga dall’infanzia, però, non è volontaria, ed è la guerra a interrompere bruscamente il percorso di quella giovinezza. Nel 1915 Alvaro parte per il fronte come ufficiale e viene ferito sul San Michele. Ha vent’anni e appartiene a quella generazione che entra nella vita adulta direttamente dentro la catastrofe europea, portandone poi il trauma nella memoria e nella scrittura. La guerra torna nelle sue prime poesie e, soprattutto, in Vent’anni, dove il conflitto diventa la storia di una giovinezza improvvisamente costretta a misurarsi con la morte, ma ciò che rimane nella sua opera è soprattutto la percezione di una frattura e la consapevolezza che dopo il 1918 l’Italia e l’Europa non saranno più le stesse.
Da quel momento Alvaro sceglie il giornalismo, e la scelta si rivela decisiva perché la redazione diventa il luogo nel quale può stare vicino alla realtà senza rinunciare alla letteratura. Scrive, osserva, viaggia, incontra uomini politici, segue gli avvenimenti e fa di ciò che vede materia narrativa. Nel 1922 entra nel Mondo di Giovanni Amendola, proprio mentre il fascismo conquista il potere e il giornalista si trova dentro una battaglia che non è più soltanto culturale. Il Mondo rappresenta uno dei luoghi dell’opposizione liberale e Alvaro firma nel 1925 il Manifesto degli intellettuali antifascisti promosso da Benedetto Croce; la violenza politica colpisce direttamente l’ambiente nel quale si è formato e l’assassinio di Amendola segna profondamente quella stagione.
Da qui in avanti la sua biografia diventa più difficile da raccontare. Alvaro è un antifascista e osserva il regime da una distanza sicura, perchè continua a lavorare, pubblicare, viaggiare, collaborare con giornali e riviste che appartenevano, in misura diversa, al sistema culturale dell’epoca. La sua esperienza è fatta di opposizione, prudenza, necessità e spazi di autonomia cercati dentro un sistema che tendeva a restringerli, e proprio questa situazione difficile da classificare rende la sua vicenda più interessante di qualsiasi ritratto. È negli anni del fascismo che il suo sguardo diventa sempre più europeo. Berlino è una tappa fondamentale, Alvaro vi soggiorna come giornalista della Stampa e osserva da vicino la Germania, dove il fermento culturale convive con le tensioni politiche di un’Europa che si avvia verso la sua crisi. La città gli permette di uscire, anche mentalmente, dal perimetro italiano e di guardare il proprio Paese a distanza.
Nel 1930 arriva Gente in Aspromonte e impone Alvaro all’attenzione della critica e dei lettori, ma il ritorno alla Calabria non è un ripiego nostalgico, nei racconti del libro non c’è una terra da contemplare come un paradiso perduto, bensì una società attraversata da povertà, gerarchie, sopraffazione e desiderio di riscatto, popolata da contadini, pastori, proprietari e famiglie imbrigliati in rapporti di forza così radicati che la società considera quasi naturali. Il mondo dell’Aspromonte diventa così il luogo nel quale osservare una questione più vasta, quella del rapporto tra chi possiede e chi non possiede, tra chi comanda e chi obbedisce, tra la legge e la giustizia. Alvaro porta la Calabria nella letteratura italiana come un laboratorio umano nel quale osservare il funzionamento del potere e la possibilità, sempre incerta, di potersi sottrarre. Proprio per questo Gente in Aspromonte ha avuto una fortuna duratura, ma il suo successo ha finito per legare Alvaro alla Calabria, mentre tra giornalismo e i viaggi, allargava il proprio sguardo all’Europa e al suo tempo. Nello stesso periodo, infatti, Alvaro guarda alla Russia. Il viaggio sovietico produce I maestri del diluvio, pubblicato nel 1935 e tre anni dopo, nel 1938, pubblica L’uomo è forte dove mette in scena gli effetti della paura e della pressione esercitata da un potere totalitario sugli individui.
Nel frattempo, però, il rapporto con il fascismo continua a produrre zone difficili. Terra nuova, dedicato alla bonifica dell’Agro Pontino e pubblicato nel 1934 è un’opera nata dentro il clima culturale del regime e legata a una delle sue grandi rappresentazioni, la bonifica e la trasformazione del territorio. La guerra torna una seconda volta nella sua vita e questa volta lo trova già scrittore affermato. Durante i quarantacinque giorni del governo Badoglio dirige Il Popolo di Roma; dopo l’8 settembre, quando la capitale viene occupata dai tedeschi, è costretto a nascondersi e raggiunge Chieti sotto falso nome, vivendo ancora una volta sulla propria pelle il passaggio dalla storia raccontata alla storia vissuta. Il giornalista che aveva attraversato la guerra e l’Europa si trova ora dentro il collasso dello Stato, l’occupazione e il disorientamento di un Paese nel quale la caduta del regime non coincide con la fine della violenza. Dopo la Liberazione Alvaro non si limita a ricominciare a scrivere. Nel 1945 fonda con Libero Bigiaretti e Francesco Jovine il Sindacato nazionale scrittori e ne rimane segretario fino alla morte, assumendo così un ruolo che appartiene a un Alvaro meno presente nell’immagine scolastica dello scrittore calabrese, quello dell’uomo che si occupa anche della condizione professionale degli scrittori. Il dopoguerra gli offre inoltre una nuova stagione di giornalismo, con la direzione de Il Risorgimento di Napoli nel 1946-47, mentre l’Italia prova a ricostruire istituzioni, linguaggi e forme della vita pubblica.
E la Calabria torna, naturalmente, ma in un’Italia diversa. Non è più soltanto la Calabria dell’infanzia, è il Mezzogiorno della Repubblica, delle promesse di sviluppo, dell’emigrazione, delle infrastrutture che arrivano lentamente e delle contraddizioni che restano. In L’Italia rinunzia?, nel giornalismo e negli scritti di viaggio, Alvaro guarda a un Paese che ha appena cambiato regime e deve ancora fare i conti con le proprie disuguaglianze. Un treno nel Sud, pubblicato postumo, appartiene a questa stessa attenzione per il Mezzogiorno e il treno diventa una delle immagini più alvariane possibili.
Negli ultimi anni Alvaro torna sempre più spesso alla memoria. Quasi una vita, pubblicato nel 1950 e relativo agli anni 1927-1947, è una selezione dove decide che cosa trattenere del proprio passato e che cosa consegnare al presente, quali incontri fissare sulla pagina e quali invece lasciare ai margini. L’ultimo diario, relativo agli anni 1948-1956, verrà pubblicato soltanto dopo la morte e completerà, almeno in parte, questo autoritratto frammentario. Alvaro muore a Roma l’11 giugno 1956, a 61 anni, lasciando romanzi conclusi e progetti ancora aperti; L’età breve è già uscita, mentre altri testi destinati a completare il grande disegno narrativo restano legati alla vicenda delle opere postume e la morte interrompe un progetto che saranno editori, eredi e curatori a dover ricostruire. La vicenda delle carte di Alvaro dimostra quanto questa parte della sua storia sia stata fragile, nel 1980 Maria Corti si imbatte nell’archivio Bompiani, in materiali di Alvaro destinati al macero, tra cui manoscritti legati a L’età breve, pagine che conservano le tracce del lavoro dello scrittore e passaggi riscritti rimasti fuori dai libri. Nel tempo, su Alvaro, si sono così depositate immagini diverse, quella che lui stesso ha consegnato ai libri e ai diari, quella restituita dagli amici, dai giornalisti, dagli editori e dagli avversari, e quella costruita dalla critica dopo la sua morte. La prima è quella del meridionalista, la seconda quella del giornalista che guarda all’Europa, la terza quella dello scrittore antifascista e dell’autore di Gente in Aspromonte.
Nessuna di queste immagini è falsa, ma nessuna basta da sola, perché le contraddizioni non sono ai margini della sua biografia, sono la sua storia. È dentro queste tensioni che bisogna cercare Corrado Alvaro. (redazione@corrierecal.it)

È un progetto finanziato a valere su Avviso Pubblico “Sostegno e promozione turistica e culturale” POC 2014/2020 Az.6.8.3 Linea 1 eventi Turistici e culturali nonché il brand Calabria Straordinaria

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