«C’abbiamo la cassaforte in Italia»: dalle ’ndrine alla Baviera, così la droga diventava fatturato negli autolavaggi
Un ingranaggio collaudato che partiva dai fortini della Locride per estendersi fino al cuore della Baviera. «Con questi soldi sul conto puoi comprarti quello che vuoi»
«C’abbiamo la cassaforte in Italia». Un ingranaggio collaudato che partiva dai fortini della Locride per estendersi fino al cuore della Baviera: le immense disponibilità liquide generate dal mercato del narcotraffico venivano trasferite in Germania e sistematicamente polverizzate all’interno di un’attività commerciale insospettabile, trasformando così il denaro sporco della ‘ndrangheta in fatturati trasparenti e tasse regolarmente versate. Un vero e proprio impero invisibile messo nero su bianco dal gup di Reggio Calabria Antonino Foti, che nelle motivazioni della sentenza del processo “Eureka”, rito abbreviato, ricostruisce il perimetro di un’imponente operazione di autoriciclaggio, attraverso una catena di autolavaggi in Germania e un tesoro in contanti nascosto in Calabria.
Il sistema
Il meccanismo svelato dalle carte giudiziarie racconta di una rete imprenditoriale apparentemente impeccabile, cresciuta a Monaco di Baviera attorno al business della pulizia delle auto. Dietro le vetrine di ditte individuali e società di persone si nascondeva in realtà una vera e propria lavatrice contabile. Come osserva il giudice nelle motivazioni, «il compendio probatorio acquisito consente di affermare la penale responsabilità» per una condotta in cui «le attività di autolavaggio operanti a Monaco di Baviera costituivano lo strumento imprenditoriale attraverso il quale venivano immessi nel circuito economico legale capitali contanti provenienti dai traffici di stupefacenti».
La forza del sistema stava nella sua continuità e nella capacità di mascherare l’illecito dietro un’attività reale. Non si trattava di società fantasma, ma di imprese operative che facevano da schermo. Nelle parole del gup, «il denaro custodito in Calabria veniva prelevato, trasferito in Germania, immesso nelle casse degli autolavaggi, contabilizzato come corrispettivo di prestazioni inesistenti o comunque artificiosamente sovrastimate e, infine, versato sui conti correnti aziendali, assumendo così la veste apparente di ricavo commerciale lecito». Un impianto indiziario solido, dove la prova della colpevolezza «si ricava non da singoli frammenti isolati, ma dalla convergenza di plurime fonti: le chat, i riscontri tecnici sui viaggi e le conversazioni ambientali».
La rotta della cassa: il caveau dietro il quadro e la fabbrica degli incassi
A sostenere questa architettura economica non erano i profitti di singole spedizioni di droga, ma un vero e proprio fondo di riserva permanente. Di fronte ai tentativi delle difese di ridimensionare le accuse facendo leva sul fallimento di alcune importazioni di cocaina, il giudice chiarisce che la disponibilità di denaro sporco era preesistente e autonoma. Nelle motivazioni si legge infatti che «il giudizio sulla provenienza delittuosa delle provviste oggetto di reimpiego non può essere circoscritto al solo esito di singole importazioni, dovendosi invece valutare l’intero contesto associativo». A confermare l’esistenza di questa riserva centrale sono le stesse voci degli indagati intercettati mentre descrivono la cassa calabrese come un vero proprio bancomat. Nelle conversazioni captate a bordo delle auto si parla senza troppi filtri della provvista: «C’abbiamo la cassaforte in Italia», «c’abbiamo una cassaforte in casa sua dietro un quadro», «adesso abbiamo fatto soldi un po’ in altre cose» e «sono rimaste tutte quante là». Un deposito pronto all’uso anche per le emergenze fiscali dell’impresa tedesca, come quando è bastato inviare un referente a fare il viaggio di ritorno per recuperare in contanti i 30mila euro necessari a saldare le tasse arretrate.
Una volta arrivato in Germania, il contante entrava nella routine contabile dei locali. Ogni filiale doveva garantire una quota fissa di incasso quotidiano: «fai una macchina o fai dieci macchine non fa differenza, perché la cassaforte deve essere svuotata»; «ogni filiale deve fare mille euro»; «quattromila euro al giorno devono uscire». Poco importava se le corsie dei lavaggi restavano deserte per intere giornate con gli operai fermi. L’anomalia è emersa in tutta la sua evidenza durante i controlli della polizia tedesca, che in soli sette giorni di marzo ha registrato oltre 81mila euro di incassi in contanti in un singolo punto vendita.
«Con questi soldi sul conto puoi comprarti quello che vuoi»
La regolarità delle fatture, le ricevute emesse e persino i contratti reali stipulati con grandi clienti non sono bastati a coprire il sistema. Per il gup, «la regolarità apparente della documentazione non è incompatibile con il meccanismo contestato, ma ne rappresenta, anzi, il momento funzionale». La carta prodotta serviva proprio a creare uno scudo legale per somme che, restando sotto forma di banconote nascoste, non si sarebbero mai potute spendere liberamente. Il passaggio cruciale era proprio trasformare quel contante intoccabile in saldi bancari trasparenti. Le conversazioni intercettate lo spiegano con disarmante concretezza: «questi soldi li metti sul conto e con questi soldi puoi comprarti la macchina, puoi comprarti la casa, puoi comprarti quello che vuoi», mentre «con quei soldi che hai nella cassaforte non puoi comprarti solo la gingomma». (m.r.)
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