Skip to main content

Ultimo aggiornamento alle 16:00
Corriere della Calabria - Home

I nostri canali


Si legge in: 5 minuti
Cambia colore:
 

Dalle carte dell’inchiesta

«Lo vuole fatto Tamburino»: a Melicucco l’assessore ai Lavori pubblici e l’asfalto fuori progetto per il giro ciclistico

Il soprannome è di Dario Varamo, indicato dagli inquirenti come uomo della cosca Costa. Secondo il gip, fu speso per piegare la ditta che rifaceva la Sp5

Pubblicato il: 04/10/2026 – 16:00
di Paola Suraci
00:00
00:00
Ascolta la versione audio dell'articolo

REGGIO CALABRIA Per due anni, raccontano gli intercettati, il sindaco di Melicucco aveva bussato inutilmente alla porta della Città metropolitana: quella strada provinciale era un colabrodo, andava rifatta. Poi è arrivato il giro ciclistico della città metropolitana di Reggio Calabria, prevista per il 16 aprile 2023, e i soldi sono comparsi in poche settimane. “La strada ora la fanno perché passa la gara”, dice Dario Varamo la mattina del 1° aprile 2023, parlando con un uomo che, per i carabinieri, è il fratello dell’assessore ai Lavori pubblici. “Sennò non ne facevano.” È l’inizio di una vicenda che la Dda di Reggio Calabria ha inserito tra le estorsioni contestate alla ‘ndrina di Melicucco e che il gip ha ritenuto fondata, con l’aggravante del metodo mafioso. L’assessore Gabriele Bruzzese è oggi ai domiciliari con l’accusa di concorso in estorsione. Varamo, indicato dagli inquirenti come braccio destro del capocosca Rosario Costa detto “Angelo”, è in carcere.

Il progetto e il “pezzo” fuori progetto

I lavori sulla SP 5, nel tratto urbano di via Gramsci verso contrada San Fili, rientravano in un quadro economico da 138.213,90 euro per la manutenzione in vista della gara ciclistica della Città metropolitana. Circa due chilometri e mezzo di carreggiata, larga circa sette metri, affidati in subappalto a una ditta di costruzioni stradali. Varamo, però, ha in mente un’altra cosa. Vicino alla sua abitazione, accanto alla villetta della Madonnina, c’è uno spiazzo che i carabinieri identificano come un ex distributore di carburante, usato dai residenti come parcheggio. Non è carreggiata. Non è provinciale. Non è nel computo metrico. Ma c’è una buca che gli dà fastidio, e un’area appena ristrutturata che, dice, “con questa villa fatta nuova fa schifo”.Il piano è chiaro fin dal primo giorno. “Ora quando sale (il titolare ) mi fermo io là, gli dico: fai tutto questo pezzo, qua che hanno fatto la villa, e fa parte della provinciale.” E aggiunge, con la volgarità che gli investigatori riportano per intero: “che fa schifo, non mi cacare il cazzo”.

L’assessore

Il 4 aprile Varamo incrocia Bruzzese per strada. Non è un incontro casuale per gli inquirenti: è il momento in cui l’iniziativa di un privato diventa, secondo l’accusa, un’azione a due. Varamo spiega cosa vuole. Aggiunge: il titolare della ditta “non è tanto dommitu”, non è uno che si lascia addomesticare. L’assessore non frena, non obietta, non dice che quel tratto non è nel progetto. Risponde in dialetto: “Avimu u mu n’domitamu nui”. Dobbiamo addomesticarlo noi. Per il gip è il passaggio chiave: Bruzzese “palesa comunione di intenti” con Varamo. Quando Varamo aggiunge che “se ne fotte” del titolare e che “là lo deve fare, facciamo che è parte” del progetto, l’assessore ride. Il giorno dopo, 5 aprile, Varamo scende dall’auto davanti agli operai. Offre il caffè. Poi dice: “Ho parlato con l’assessore ai Lavori pubblici”. E subito lo chiama, davanti a loro: vai tu, che sei l’assessore. Bruzzese rassicura: “Sto già andando Dario, non ti preoccupare.” E aggiunge la frase che il gip cita come prova della natura costrittiva dell’intervento: “Quando è là lo stringiamo”.

Tamburino vuole fatto un lavoro

Gli operai, secondo le carte dell’inchiesta della Dda, si limitano a risposte vaghe. La partita si sposta su un terreno più antico. Il 6 aprile Varamo e Costa vanno in auto fino al cantiere. Varamo parla con un lavoratore e quando risale racconta: l’operaio della ditta esecutrice dei lavori – si legge nelle carte dell’inchiesta – aveva riferito che lo stesso “Comune” , nella persona di Bruzzese, aveva speso il nome di “Tamburino”, ossia il soprannome di Varamo Dario, al fine di realizzare gli stessi, in quanto era costui che aveva preteso l’esecuzione dei lavori (Mi ha detto: “a noi il comune ha detto che Tamburino vuole fatto un lavoro là e glielo dovete fare”, guarda questi “pisciaturi”…), con ciò certificando che l’assessore aveva fatto riferimento al potere mafioso esercitato dallo stesso Varamo. Per gli inquirenti il passaggio vale come una confessione. L’assessore, non riuscendo a ottenere il lavoro come pubblico amministratore, avrebbe speso il nome di un uomo di ‘ndrangheta. “Anziché spendere la propria qualifica di assessore (poiché evidentemente ben consapevole della illegittimità della richiesta)”, scrivono, aveva evocato la “caratura mafiosa” di Varamo. Il gip fa propria la lettura: l’assessore “aveva fatto riferimento al potere della cosca di riferimento”, e solo in forza di quella forza intimidatrice Varamo “avrebbe potuto formulare una siffatta pretesa a cui si doveva adeguare la stessa amministrazione comunale”. Varamo si lamenta di essere stato “bruciato”. Costa ride: “Hanno paura, Tamburino. Lo vuole fatto Tamburino, che cazzo devi fare. Tu ti diverti a darti un tono.” Poi, davanti allo spiazzo asfaltato: “Ogni volta che passo lo guardo, è venuto bello.” E Varamo, che l’ha capito prima di lui: “Vedi che dalle altre parti non gliel’hanno fatto”.

I controlli dei carabinieri

Il Nucleo investigativo di Gioia Tauro ha poi verificato sulle carte e sul terreno. Esito: l’area su cui Varamo ottiene l’asfalto è fuori dalla carreggiata della SP 5, destinata a parcheggio dei residenti, compreso lo stesso Varamo. Le immagini satellitari ne mostrano la trasformazione: nell’agosto 2022 il tratto è sterrato, nel giugno 2025 ha un manto in continuità con la provinciale. Il gip ricostruisce l’estorsione: la ditta fu costretta a eseguire opere non previste e non remunerate. Riconosce l’aggravante del metodo mafioso, la partecipazione di Varamo all’associazione e la consapevolezza di questa “qualità” anche in capo a Bruzzese. Non ritiene invece provata l’aggravante dell’agevolazione mafiosa, vista la “natura strettamente privata” della pretesa, “inerente a un parcheggio a servizio dell’abitazione” di Varamo. Aggiunge un dato che pesa: nessuna denuncia, “nonostante la palese illiceità della pretesa”.

LEGGI ANCHE: «Una volta le cose tornavano indietro»: Costa e la ’ndrangheta dei favori

‘Ndrangheta a Melicucco, così il boss avrebbe messo alle strette il sindaco: «Quegli armadietti ve li spacco tutti in testa»

‘Ndrangheta a Melicucco, 12 arresti: c’è anche l’assessore ai Lavori pubblici – VIDEO


Il Corriere della Calabria è anche su WhatsApp. Basta cliccare qui per iscriverti al canale ed essere sempre aggiornat

Argomenti
Categorie collegate

x

x