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Il centrosinistra è assolutamente immaturo

Doris Lo Moro ai giovani : «riprendetevi i partiti»

Una vita pubblica e privata riletta oggi con lucidità, tra ideali mai rinnegati, dolore e responsabilità. Il colloquio con Tommaso Cozzitorto

Pubblicato il: 07/10/2026 – 9:06
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LAMEZIA TERME Doris Lo Moro non ama definire la propria una storia di successo: «È una storia complicata in cui ci sono stati però dei successi», dice. È una precisazione che contiene già una chiave di lettura della sua vita pubblica lunga e accidentata, divisa tra magistratura e politica.
La passione, quella che ancora oggi riconosce come una delle cifre della propria personalità, nasce anche da un vincolo familiare divenuto, dopo la morte del padre, una sorta di responsabilità morale: «Sono rimasta inchiodata a quella storia e inchiodata ai suoi valori», racconta. E aggiunge: «Ho sentito molto su di me la responsabilità di mantenerlo in vita, di mantenere in vita i suoi sogni».
È una concezione della politica lontana dalla riduzione della politica stessa a tecnica del consenso: «La politica è innanzitutto la capacità, la possibilità di cambiare le cose, quindi il destino di un paese, di una città». Ma governare significa anche saper guardare oltre il proprio recinto: «La politica è la capacità di essere in qualsiasi posto del mondo ma mettersi in relazione, riflettere, non restringere la propria visuale».
Il magistrato ammette di avere conosciuto delusioni profonde, nell’amicizia come nella vita pubblica senza però lasciare che quelle esperienze incrinassero la fiducia nei suoi ideali: «Ho sempre distinto la giustizia dai giudici, l’amicizia dagli amici». È una distinzione che considera necessaria per non soccombere alla quotidianità: «Se tu vuoi mantenere degli ideali devi distinguere l’ideale da quello che succede in concreto».
La magistratura rimane dentro il suo modo di intendere la cosa pubblica: «Ero veramente un magistrato dentro e quindi me lo sono trascinato», dice. Anche quando è entrata in politica non ha smesso di portare con sé quel rigore, talvolta persino a costo di apparire poco incline al compromesso: «Io sono fiera di questa storia», afferma, ricordando le battaglie sulla sanità pubblica e il rifiuto di una politica intesa come costruzione di clientele.
Proprio la sanità resta uno dei terreni sui quali più insiste la necessità di distinguere la realtà dagli stereotipi: «Non si guarda alla Sanità nel suo complesso ma alla sanità dell’ospedale sotto casa», osserva. La sua idea era invece quella di una sanità capace di concentrare le specializzazioni e di distribuire le funzioni secondo una logica regionale. Anche Lamezia, nella sua visione, avrebbe dovuto assumere un ruolo strategico non in quanto sua città, ma perché «era baricentrica nel contesto regionale».
La parola «visione», oggi molto usata nel linguaggio politico, per Doris Lo Moro ha senso soltanto se non si riduce a uno slogan. «La visione è “visione complessiva”, per cui tutto quello che fai deve poi entrare in contatto, deve intervenire in questo contesto». Applicata a Lamezia, significa soprattutto interrogarsi sul suo destino: «Avere visione significa dare un destino a questa città».
Anche il rapporto con i partiti è, per l’ex parlamentare, più complesso di quanto suggerisca la semplice appartenenza. Si riconosce nel centrosinistra, ma non nasconde le proprie perplessità sull’attuale gestione del Partito democratico. Al tempo stesso rivendica la necessità di non abbandonare i partiti alla loro autoreferenzialità: «Io credo molto anche nei partiti politici». Perché, avverte, se chi ha idee e competenze si ritrae, «lasci i partiti politici in mano ai peggiori».
Da qui il suo appello soprattutto alle nuove generazioni: «Venite. Ai giovani, soprattutto, impadronitevi di queste strutture». La politica, per essere cambiata, va attraversata, non semplicemente giudicata dall’esterno: «Come fai a prendere le distanze se non ti sporchi le mani e non cerchi di esserci, di entrare dentro questi meccanismi?».
Nel libro Forte come il dolore, il magistrato ha affrontato la tragedia familiare per sottrarsi al ruolo di vittima: «Io sono una vittima che però ha avuto la sua vita e ha avuto anche i suoi successi, e credo che le vittime abbiano diritto ad averli». È qui che la memoria diventa una forma di ribellione: «Siate orgogliosi di voi e venite avanti».
Il dolore non ha prodotto in lei né odio né desiderio di vendetta: «Io non mi sono voluta immiserire», dice, ricordando una lezione del padre: «Coltivare sentimenti negativi verso gli altri finisce per impoverire chi li coltiva».
Anche la fiducia nella giustizia, proprio perché maturata dentro una vicenda personale dolorosa e dentro l’esperienza professionale della magistratura, non è una fiducia ingenua. Doris Lo Moro distingue la giustizia dal modo concreto in cui viene amministrata: «La giustizia è una cosa, la capacità di dare giustizia è un’altra perché non dipende poi dal singolo». Il magistrato, spiega, è soltanto «un terminale» di un sistema molto più complesso, nel quale contano le indagini, le prove, le competenze scientifiche e il lavoro di molte persone.
È il presente politico, tuttavia, a suscitare oggi la sua maggiore inquietudine: «Sono molto preoccupata per Lamezia», afferma, ma la preoccupazione si allarga rapidamente al Paese e all’Europa. La inquieta il ritorno di linguaggi e valori che considera incompatibili con la cultura democratica maturata nel dopoguerra e richiama la Costituzione come argine: «Se si ritorna ai disvalori del fascismo qui c’è un argine che è nella Costituzione e va difesa».
La sua critica non risparmia il centrosinistra: «Il centrosinistra italiano è assolutamente immaturo», dice, sostenendo che la funzione dell’opposizione non possa esaurirsi nella contestazione dell’avversario: «Non vediamo la costruzione di un’alternativa, vediamo l’opposizione e questo è pericoloso».
A fronte delle inquietudini del presente, però, il magistrato guarda ai giovani con una fiducia: «Li vedo afflitti i giovani, non hanno le stesse chance che abbiamo avuto noi», dice. Eppure continuano a credere nella politica, nella giustizia, nel lavoro: «Nonostante tutto questo contesto mondiale e nazionale devastato e devastante, i giovani vogliono continuare a sperare». Ed è per loro, dice, che sarebbe disposta a mettersi «al loro servizio».
La stessa esigenza di distinguere ritorna quando parla di cultura, l’ex parlamentare teme una società nella quale tutto venga indifferentemente definito cultura e nella quale la quantità degli eventi finisca per sostituire la qualità dell’esperienza: «Credo che la cultura sia fondamentale», afferma, perché è attraverso la cultura che si trasmettono valori, memoria, strumenti critici. E mette in guardia dalla confusione tra intrattenimento e formazione: «È il concetto di cultura che è in discussione».
Tra le letture che hanno lasciato un’impronta c’è Lettera a un bambino mai nato di Oriana Fallaci, un libro dal quale in seguito ha preso le distanze sul piano delle idee ma che riconosce ancora come decisivo: «Mi ha trascinato in sentimenti che non erano i miei, però ha continuato ad essere fondamentale anche se ne ho preso le distanze».
L’amicizia, invece, rimane un valore non negoziabile: «L’amicizia è il sentimento più importante e gli amici mi mancano quando non li vedo». Persino quando le persone cambiano e le strade si separano, resta il valore di ciò che è stato vissuto insieme.
Il magistrato oggi guarda inevitabilmente al tempo con una diversa consapevolezza: «Doris ha superato i settant’anni e quindi è più passato». Ma è un passato che non considera archiviato: «È un passato che è presente che fa parte della mia vita». Anche la dimensione della nonna, racconta, le ha consegnato una tenerezza che la maternità, vissuta negli anni del lavoro e dell’impegno pubblico, non aveva avuto la stessa possibilità di esprimere: «L’essere nonna è molto più tenero, commuove, commuove veramente».
La fede rimane una presenza discreta, mai risolutiva. Il dolore non l’ha condotta verso una fede più intensa, come è accaduto ad altri: «Non direi mai che prendo le distanze dalla fede, assolutamente».
Alla fine, il messaggio che consegna è quasi un programma civile, ma pronunciato con il tono di chi ha attraversato una lunga esperienza e non ha più bisogno di dimostrare nulla: «Meno egoismo, meno attenzione al denaro e al potere, più capacità di vivere con semplicità la vita di ogni giorno, più rispetto nelle famiglie, più amore verso le donne e verso i figli».
È forse questa la sintesi più autentica della sua idea della politica e della vita: «La serenità può venire soltanto dal rispetto degli altri». E in un tempo nel quale la politica si misura sempre più con la concentrazione del potere economico, con la tecnologia e con l’intelligenza artificiale, Doris Lo Moro richiama proprio la politica alla sua funzione originaria: «La politica non ha prestato sufficiente attenzione verso le regole che deve porre a questo mondo». Perché, conclude, «l’intelligenza artificiale è il presente».

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