“Non vendere petardi ai ragazzini”: l’ordine della cosca che a Melicucco faceva da legge
Nelle carte della Dda di Reggio Calabria, il novembre 2022 in cui i Costa impongono le proprie regole: divieti ai negozianti e pestaggi
REGGIO CALABRIA Tutto parte da un petardo. Un pomeriggio di novembre 2022, a Melicucco, il figlio più piccolo di Rosario detto Angelo Costa, dieci anni, ne fa esplodere uno vicino a una palestra. Una ragazzina si spaventa. Un adulto che lì dà lezione a dei giovani lo raggiunge, lo spinge, gli molla uno schiaffo. Il bambino chiama i fratelli, piangendo: “Vieni a Melicucco che mi stanno riempiendo di botte”. È l’inizio di quarantotto ore che, nell’ordinanza del gip Claudio Treglia, diventano la fotografia di una “autorità criminale” esercitata a colpi di telefonate, schiaffi, calci e scope. Una storia piccola, quasi paesana, che per la Dda di Reggio Calabria dice però molto di come la cosca Costa-Filippone sarebbe stata percepita sul territorio: come un potere a cui ci si rivolge, o da cui si scappa, ma che non si denuncia.
Il divieto
La sera del 10 novembre Pasquale Costa, figlio maggiore di Angelo, chiama il commerciante di fuochi d’artificio che avrebbe venduto i petardi al fratellino. Non ha il numero, se lo fa dare da Dario Varamo, il braccio destro del padre. Non ha nemmeno confidenza: si presenta così, “Pasquale Costa di San Fili”. “Il figlio di Angelo sei?”, risponde l’altro. Poi l’ordine: “Non gli vendere a questi ragazzini queste bombette”. Per gli inquirenti il punto è tutto qui. Nessuna richiesta di non vendere al fratello, ma un divieto esteso a tutti i minorenni del paese. Il commerciante lo capisce benissimo, e si sfoga con Varamo: “Mi mettono il vincolo che non le posso vendere?”. Riporta il commento dei suoi cugini: “Può essere il figlio di Totò Riina, ma come fa a dirti…”. Per la Procura è la prova che la caratura dei Costa è nota a tutti. Ed è significativo che a lamentarsi con i Costa il commerciante vada proprio da Varamo.
Le botte
Intanto, nel caseificio di contrada San Fili, le microspie dei carabinieri registrano il padre. Angelo Costa promette di “fermare” il venditore e di tagliargli “i coglioni”. Il bersaglio vero però è un altro. L’uomo che ha dato lo schiaffo al bambino, un istruttore di mezza età residente a Melicucco, viene raggiunto dai tre fratelli maggiori. Salvatore, il più “fumantino”, se ne vanta: “Prendo e gli meno io”. Davanti alla moglie e alla figlia. Non basta. Angelo Costa lo cerca a sua volta e lo picchia davanti alla macelleria del cognato, dove l’uomo era andato per chiedere una mediazione. Colpisce anche un suo parente che si trovava lì. Si ferma, racconta lui stesso, solo perché la figlia della vittima è a terra a piangere: “Mi ha indebolito la figlia, perché io ho anche dignità”. Il giorno dopo i Costa discutono come finire il lavoro, e qui le carte sfiorano il grottesco. Angelo vuole portare il figlio di dieci anni: “Un paio di calci nel muso quando è a terra, gli metto gli scarponi”. Salvatore: “Lo aspetto sotto casa”. Varamo, “evidentemente esperto di tali situazioni”, gli indica il tragitto che l’uomo fa a piedi la sera, e consiglia di aspettare un paio di giorni. Angelo suggerisce di colpire il figlio della vittima: “Menagli in faccia, così gli rimangono i segni per quattro mesi”. La vittima non denuncia. Per l’ordinanza è “un diffuso stato di assoggettamento”: la lite si risolve con mediazioni “potenzialmente criminali”, non rivolgendosi alle autorità. (p.suraci@corrierecal.it)
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