Duecentotrenta euro a tonnellata: l’affare dei rifiuti che Costa avrebbe discusso con i pugliesi
A Pulsano, nell’ottobre 2022, la trattativa captata dai carabinieri: camion vuoti e certificati di smaltimento mai avvenuti, capannoni riempiti di balle, conti in Albania
REGGIO CALABRIA «No, la mia voce si conosce». Carmelo Costa lo dice a Pulsano, in provincia di Taranto, quando gli propongono di parlare al telefono con un’applicazione criptata, pensata per «parlare in chiaro» senza essere intercettati. È il 12 ottobre 2022 e sul tavolo c’è un affare che nei calcoli captati vale milioni di euro: smaltire rifiuti che sulla carta risultano distrutti e che invece finirebbero in capannoni abbandonati. Costa, già condannato in via definitiva per associazione mafiosa nel processo “Crimine” (fratello di Rosario Costa, detto Angelo, “figura centrale” dell’indagine sulla ‘ndrangheta di Melicucco), arrivato dalla Calabria con Salvatore Mangiaruga, non vuole discuterne a distanza. Chiede agli interlocutori pugliesi di scendere: «Che ci vediamo di persona…». È l’episodio da cui prende le mosse la parte dell’ordinanza firmata dal gip Claudio Treglia dedicata al business dei rifiuti. Secondo gli inquirenti Costa e Mangiaruga sono «interessati al business della gestione illecita dei rifiuti» e vanno a Pulsano a incontrare un referente locale per discutere «nel dettaglio i particolari dell’affare». Il terreno è scivoloso e, a leggere le trascrizioni, tutti lo sanno. Il referente pugliese chiama al telefono un parente, che non è presente, e gli chiede se può parlare dell’affare con il suo socio. Gli viene risposto che va bene lo stesso. Dall’altra parte arriva però un’indicazione precisa: farsi richiamare con il telefono criptato di un familiare, «in modo da poter parlare in chiaro e non essere oggetto di intercettazioni». «Tanto non stiamo parlando di niente», si sente dire, «questo è un imprenditore».
Il programma «particolare»
Quando la chiamata criptata sta per partire, Costa frena. Nonostante le rassicurazioni («No no puoi parlare con quel programma compare…»), il calabrese, scrivono gli investigatori, si mostra «riluttante nell’affrontare argomenti di natura illecita al telefono». Dice: «Ah… ma è un programma particolare…». Poi la scelta di lasciar parlare un altro e l’invito a muoversi: «Scendete li… ci passiamo una giornata insieme e facciamo quello che dobbiamo fare». A fine conversazione Costa, definito dagli inquirenti «persona assai attenta e prudente», raccomanda di non parlare di argomenti illeciti al telefono, perché le forze dell’ordine troverebbero comunque il modo di ascoltare. La sua frase: «Tu dici noi inventiamo una cosa loro ne inventano un’altra…». Il faccia a faccia con il socio dei pugliesi, un uomo indicato solo come Giuseppe e «allo stato non identificato», non viene captato: prima di scendere dall’auto, a Costa viene chiesto di lasciare il telefono nel veicolo. «Compà il telefono lascialo qua eh…». Le microspie riprendono a incontro concluso.
Il meccanismo
È in macchina, a incontro finito, che la trattativa viene spiegata ai due calabresi. Secondo quanto ricostruito nell’ordinanza, i rifiuti partono da Catania con destinazione un impianto di Viterbo, dove, attraverso soggetti compiacenti, verrebbe certificata una distruzione mai avvenuta. Il camion, dicono le trascrizioni, «va lo stesso vuoto e torna, risulta tutto a posto, c’è la distruzione, c’è partenza e arrivo». I rifiuti veri non arriverebbero mai: finirebbero in capannoni disponibili lungo il percorso. Il passaggio successivo è giuridico e, nelle parole dell’interlocutore, sfrontato: riempiti i capannoni di balle, il proprietario dichiara di essere stato abbandonato dalla ditta, e per legge è l’ente pubblico a dover bonificare. «La regione in due mesi ti deve ripulire per legge». Il guadagno, nei calcoli captati, è la ragione dell’affare: duecentotrenta euro a tonnellata contro i venti di uno smaltimento regolare. Per un capannone nella zona di Taurianova, viste le dimensioni, si parla di una cifra intorno ai cinque milioni di euro. In quelle ore c’è anche un problema operativo: quindici camion carichi di rifiuti, già risultati formalmente distrutti, senza più la bolla di carico e scarico e senza il sito dove scaricarli. Servirebbe un capannone abbandonato, di diecimila metri, da svuotare «in una giornata».
«Senza pestare i piedi a nessuna ditta»
C’è poi un punto che per gli inquirenti pesa quanto i numeri. Uno degli interlocutori pugliesi si premura di ribadire che l’eventuale avvio dell’attività nella Piana di Gioia Tauro sarebbe stato fatto «senza pestare i piedi a nessuna ditta che sta là». Una precisazione che per chi indaga allude alla necessità di ottenere la necessaria «copertura» per operare in una zona ad alta densità criminale: copertura che, secondo l’ipotesi accusatoria, non poteva che provenire da Costa e Mangiaruga e dalla cosca di cui, sempre secondo l’accusa, entrambi facevano parte. La zona indicata, tra l’altro, è vicina a Palmi, dove si parla di un altro impianto «compiacente».
Soldi, Albania e contanti
Agli stessi Costa e Mangiaruga, ritenuto dagli inquirenti pienamente coinvolto anche in questa parte del discorso, viene illustrato come sarebbe stato incassato e ripulito il guadagno illecito: le somme sarebbero confluite su conti aperti in Albania, dove, spiega l’interlocutore, è possibile prelevare in contanti importi ben superiori a quelli consentiti in Italia. Un sistema che, nella lettura dell’ordinanza, consentiva di eludere la normativa nazionale antiriciclaggio. «Ci ha fatto vedere le carte», si sente dire. Qui Costa mette un paletto: se parteciperà, il pagamento dovrà avvenire in contanti, dopo lo scarico di ogni singolo camion, per evitare qualsiasi tracciamento. «Io partecipo a modo mio… mi dai tanto appena scarichi mi paghi», dice, aggiungendo di non voler saperne nulla dell’Albania. (p.suraci@corrierecal.it)
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