La ’ndrangheta calabrese e il caso Cristina Mazzotti, mezzo secolo dopo il processo arriva in appello
In aula a dicembre. Alla sbarra i reggini Demetrio Latella e Giuseppe Calabrò, alias ’u duttiricchiu, entrambi condannati all’ergastolo
MILANO Cinquant’anni dopo il sequestro e la morte di Cristina Mazzotti, la studentessa lombarda di 18 anni rapita il 30 giugno 1975 a Eupilio, nel Comasco, la vicenda giudiziaria torna in aula. Il prossimo 16 dicembre, davanti alla Corte d’assise d’appello di Milano, si aprirà il processo di secondo grado nei confronti dei reggini Demetrio Latella, 71 anni detto Luciano, e Giuseppe Calabrò, 74enne originario di San Luca alias ’u duttiricchiu, entrambi condannati all’ergastolo in primo grado dalla Corte d’assise di Como, con sentenza pronunciata il 4 febbraio scorso. A impugnare la condanna è stata la difesa di Latella, reo confesso e da decenni residente in provincia di Novara. Secondo il suo legale, non sarebbe stato dimostrato che l’imputato facesse parte dell’organizzazione che pianificò il rapimento della giovane. La difesa sostiene inoltre che Latella non fosse in grado di prevedere la morte dell’ostaggio e che, di conseguenza, non gli si possa attribuire la responsabilità dell’omicidio. A suo carico, secondo questa ricostruzione, resterebbe soltanto il reato di sequestro di persona, ormai prescritto. Da qui la richiesta di rivedere le motivazioni della condanna all’ergastolo.
L’anonima sequestri
La storia di Cristina Mazzotti è una delle pagine più drammatiche della stagione dei sequestri di persona a scopo estorsivo che, negli anni ’70, insanguinò il Nord Italia per mano di gruppi criminali legati all’Anonima sequestri calabrese. La ragazza fu rapita la sera del 30 giugno 1975 e tenuta prigioniera in una piccola buca ricavata in un cascinale a Castelletto Ticino. Dopo settimane di prigionia, il suo corpo venne ritrovato il 1° settembre in una discarica a Galliate, nel Novarese. Cristina fu la prima donna a morire in quella drammatica stagione di rapimenti.
Per liberarla, il padre, imprenditore lombardo, arrivò a vendere tutto ciò che possedeva e pagò un riscatto di un miliardo e 50 milioni di lire. Ma il denaro non servì a salvarle la vita. Quando il pagamento fu effettuato, la giovane era già morta. Il suo corpo, privo di vestiti, venne abbandonato nella discarica.
Quell’estate del ’75
L’estate del 1975 per Cristina, per tutti Cri-Cri, è la stagione del sole e dei sorrisi quella dei 18enni impazienti di diventare adulti. La gioia per la promozione all’ultimo anno di liceo, le vacanze nella villa di Eupilio, è spezzata da un rapimento ideato dalla ’ndrangheta. Helios Mazzotti, il padre di Cristina, lavora nell’importazione di cereali dall’Argentina, e dinanzi alla prima richiesta di riscatto (cinque miliardi di lire) rimane sgomento se pensa alle sue risorse finanziarie.
A tartteggiare i contorni della vicenda è Emilio Magni, cronista e scrittore. «Venivo continuamente avvicinato da persone in cerca di notizie – ricorda Magni -. Dovevo per forza sapere qualcosa…». La famiglia Mazzotti – nel frattempo – paga il riscatto di un miliardo e 50 milioni. Ma il destino di Cristina è segnato. Il telefonista del commando viene intercettato, arrestato e costretto a confessare: «Cristina è morta» e rivela anche il luogo della sepoltura: una discarica di rifiuti a Galliate.
A mezzo secolo da quei fatti, il processo d’appello dovrà valutare le contestazioni della difesa e la posizione dei due imputati, riportando in aula una vicenda che continua a rappresentare una ferita profonda nella memoria collettiva. (f.b.)
LEGGI ANCHE
Cristina Mazzotti, resta in carcere Calabrò: «L’omicidio fu il biglietto da visita della ‘ndrangheta in Lombardia»
Peppe Calabrò era «il passeggero armato» nella Mini. L’ergastolo per “U Dutturicchiu” a 50 anni dall’omicidio Mazzotti
Il Corriere della Calabria è anche su WhatsApp. Basta cliccare qui per iscriverti al canale ed essere sempre aggiornato
