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La protesta calabrese

La dignità pacifica del Mezzogiorno contro le derive del Nord. Perché il cinismo di Salvini offende i cittadini

«Al Sud serve un piano di sostegno reale, non la retorica dell’adattamento forzato»

Pubblicato il: 20/10/2026 – 10:38
di Ennio Stamile
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Ieri pomeriggio ho partecipato alla manifestazione indetta da autotrasportatori e agricoltori ad Acquappesa. In un luogo simbolo, lo snodo della SS 18 che collega la superstrada delle Terme. Luogo turistico, esattamente di fronte al famoso “scoglio della regina”, ma anche di vita quotidiana: luogo di appuntamenti di lavoro o di svago, luogo che segna i ritmi della quotidianità di questa parte meravigliosa del Tirreno cosentino.
C’erano tutti a esprimere la loro solidarietà e vicinanza: il sindaco di Cetraro Giuseppe Aieta con l’intero consesso comunale e di Acquappesa Francesco Tripicchio; c’erano gli insegnanti e gli studenti delle scuole di ogni ordine e grado, molti ragazzi accompagnati dai loro genitori, cittadini comuni che si sono ritrovati a esprimere vicinanza a un intero comparto in grave difficoltà economica.
Ma c’era soprattutto quella calabresità di cui essere fieri: accoglienza, sorrisi, crespelle e caldarroste. Non c’era alcun tipo di violenza, né di urla isteriche, solo la consapevolezza di essere cittadini che chiedono ciò che gli spetta: giustizia sociale, più risorse per la sanità pubblica, non esorbitanti spese per gli armamenti, priorità alle infrastrutture non ponti sullo stretto per alimentare le solite lobby, abbattimento drastico delle accise sui carburanti non provvedimenti tampone che non servono a nulla, salario minimo per dare dignità a tutti, adeguamento degli stipendi dei lavoratori al caro vita.


La protesta attuale che è partita dalla Calabria oltre dieci giorni fa e ha coinvolto tutto il Meridione, ha acceso inevitabilmente i riflettori su una profonda asimmetria nella gestione delle crisi sociali in Italia.
Quando le mobilitazioni toccano i nodi logistici ed economici del Nord, la risposta istituzionale e l’attenzione politica sono spesso immediate, dettate dal timore di bloccare il motore industriale del Paese. Nel caso del Mezzogiorno, invece, le rivendicazioni vengono troppo spesso derubricate a “questioni meridionali” o a fiammate emotive locali tanto da non meritare per circa una settimana alcuna attenzione da parte del servizio pubblico nazionale. Per rispondere all’emergenza, (finalmente) il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Matteo Salvini, ha convocato d’urgenza per oggi, 20 ottobre 2026, un vertice con le sigle e le associazioni di categoria. L’incontro, che si terrà presso la Prefettura di Milano, rappresenta lo snodo fondamentale per evitare il collasso logistico del Paese.
La speranza condivisa dai lavoratori e dalle imprese del Mezzogiorno è che dal ministero non arrivi la solita formula liquidatoria del “o ti rassegni o ti attrezzi”. Un aut aut cinico che ignora le disparità di partenza di un territorio già strutturalmente penalizzato. Il Sud, che sconta storici deficit infrastrutturali e sbilanciamenti nei collegamenti, non ha le risorse economiche per “attrezzarsi” da solo di fronte a un costo del carburante che azzera completamente i profitti dei padroncini e delle piccole aziende di trasporto.


Liquidare la crisi con un invito a sbrigarsela da sé significherebbe, per il Governo, firmare la condanna a morte di centinaia di imprese meridionali.
Nelle ultime ore, lo stesso leader della Lega ha rassicurato telefonicamente alcuni esponenti dei presidi territoriali, promettendo l’impegno a trovare coperture finanziarie. Tuttavia, la base dei manifestanti resta scettica e ha già annunciato che, in mancanza di decreti d’urgenza o risposte scritte vincolanti, i blocchi stradali e portuali continueranno a oltranza. Il vertice di oggi non è solo un tavolo tecnico sull’autotrasporto, ma un test politico decisivo: al Sud serve un piano di sostegno reale, non la retorica dell’adattamento forzato. Mi sia consentito un ultimo commento alla frase pronunciata da Salvini ricordata sopra. Sentir pronunciare simili parole da chi siede sulle poltrone delle istituzioni provoca, in qualunque cittadino che creda ancora nel patto sociale tra Stato e lavoratori, un profondo senso di vergogna. È inaccettabile che un ministro della Repubblica, pagato per trovare soluzioni strutturali alle emergenze del Paese, si deresponsabilizzi liquidando la disperazione delle imprese e delle famiglie con una formula da cinico motivatore aziendale o impresario senza scrupoli che bada solo e soltanto ai propri proventi.
Dire “o ti rassegni o ti attrezzi” a chi non arriva alla fine del mese a causa dei costi del gasolio significa abdicare al proprio ruolo pubblico. Uno Stato che scarica il peso dei mercati globali interamente sulle spalle dei propri cittadini, senza offrire scudi o tutele, smette di essere una comunità e diventa un semplice spettatore burocratico. Non è questo il livello di dignità e rispetto che i lavoratori italiani meritano dai propri rappresentanti.
Infine, un invito al ministro Salvini: per una volta nella vita faccia ciò che non ha mai fatto, vada a lavorare e sperimenti sulle sue spalle cosa significa portare avanti una famiglia con uno stipendio da lavoratore aziendale o da insegnante.

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