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L’INCHIESTA

’Ndrangheta, la “talpa” nell’ufficio gip di Milano e la lista segreta degli indagati finita ai vertici della «banca occulta»

L’assistente giudiziario, l’avvocato e gli accessi abusivi al sistema informatico dopo la scoperta delle microspie. Una foto inviata su Signal svela il passaggio delle informazioni riservate

Pubblicato il: 21/10/2026 – 12:19
di Giorgio Curcio
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MILANO Prima la scoperta delle microspie negli uffici della presunta «banca occulta» della criminalità organizzata. Poi la ricerca di informazioni riservate all’interno del Tribunale di Milano, fino alla fotografia di un documento giudiziario contenente i nomi degli indagati, arrivata nelle mani degli stessi uomini finiti sotto inchiesta. È uno dei capitoli più delicati dell’ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip Luca Milani nell’ambito dell’indagine della Dda milanese sul sistema di riciclaggio internazionale riconducibile, secondo l’accusa, anche a esponenti della ’ndrangheta e dei Casalesi.
Al centro della vicenda c’è Domenico Bruno (cl. ‘71) finito ai domiciliari, assistente giudiziario e autista in servizio presso l’ufficio Gip del Tribunale di Milano, destinatario degli arresti domiciliari per l’ipotesi di accesso abusivo a sistema informatico. Con lui, per la stessa contestazione, è finito ai domiciliari l’avvocato milanese ma nato a Gioiosa Jonica Rocco Romellano (cl. ’67) anche lui finito ai domiciliari. Secondo la ricostruzione degli investigatori, i due avrebbero consentito a Giuseppe Piscioneri, indicato tra i vertici dell’organizzazione, di conoscere l’esistenza di un procedimento penale che doveva ancora rimanere segreto.

Le microspie scoperte e la ricerca di informazioni

La vicenda prende forma tra il 27 e il 28 novembre 2025, quando Giuseppe Piscioneri (cl. ’75) di Locri, Paolo Pelaggi (cl. ’74) di Crotone e Luigi Mercadante (cl. ’73) di Caserta, tutti e tre finiti in carcere, avrebbero scoperto la presenza di dispositivi di videosorveglianza e intercettazione negli uffici della GE.MA. Multiservizi di Pero, considerati dagli investigatori la base operativa della «banca occulta». Da quel momento, secondo la ricostruzione accusatoria e secondo quanto riportato dal gip nell’ordinanza, sarebbe scattata la ricerca di informazioni per comprendere se fosse in corso un’indagine nei loro confronti. È il 4 dicembre quando Piscioneri sarebbe entrato in contatto telefonico con l’avvocato Rocco Romellano. Il giorno successivo, secondo quanto ricostruito attraverso le celle telefoniche, si sarebbe recato nei pressi dello studio legale del professionista a Milano. L’8 dicembre viene registrata una telefonata tra Romellano e Domenico Bruno, dipendente dell’ufficio gip. Gli approfondimenti della Guardia di Finanza avrebbero successivamente individuato proprio in Bruno l’autore materiale di due accessi ritenuti abusivi al Sistema Informativo della Cognizione Penale (SICP), la banca dati utilizzata dagli uffici giudiziari. Gli accessi risalgono al 9 e al 18 dicembre 2025 e riguardano il fascicolo dell’indagine sulla presunta organizzazione criminale.

Il dipendente dell’ufficio Gip e i due accessi al fascicolo

A consentire l’identificazione del dipendente sono stati, poi, gli accertamenti compiuti sui registri informatici del Tribunale. Gli investigatori hanno individuato un unico operatore, identificato dal numero utente 9007, che aveva consultato il fascicolo nelle due date considerate. Bruno lavorava presso l’Ufficio Archiviazioni del Tribunale di Milano, occupandosi degli adempimenti relativi ai procedimenti in fase di archiviazione e, tra le altre attività, della gestione di eventuali beni sottoposti a sequestro. Secondo quanto riferito agli investigatori dal responsabile della Cancelleria dell’ufficio gip, il dipendente non aveva alcun titolo per consultare un fascicolo non ancora giunto alla fase dell’archiviazione. Il primo accesso, il 9 dicembre, sarebbe avvenuto tra le 10:13 e le 10:14. Il secondo, il 18 dicembre, tra le 12:23 e le 12:26. In entrambi i casi sarebbe stato consultato l’elenco degli indagati, comprendente anche i nomi di Piscioneri, Pelaggi e Mercadante.

La giornata del 18 dicembre e la foto inviata su Signal

È soprattutto la successione degli avvenimenti del 18 dicembre ad assumere un peso determinante nella ricostruzione del gip. Alle 10:56 Bruno chiama Romellano. Alle 11:51 è l’avvocato a contattare il dipendente del Tribunale. Tra le 12:23 e le 12:26 avviene il secondo accesso al sistema informatico. Appena quattro minuti dopo, alle 12:30, Romellano telefona a Giuseppe Piscioneri. Alle 13:32 viene registrato un nuovo contatto tra l’avvocato e l’assistente giudiziario. Nel pomeriggio, intorno alle 15:30, Piscioneri si reca presso lo studio legale di Romellano. Successivamente torna a Pero e, alle 17:48, raggiunge l’abitazione di Paolo Pelaggi a Segrate. È qui che, alle 18:03, avviene il passaggio ritenuto decisivo dagli investigatori: Pelaggi invia attraverso l’applicazione di messaggistica Signal a Luigi Mercadante la fotografia di un documento estratto dal sistema informatico del Tribunale, contenente l’elenco degli indagati. La fotografia viene successivamente recuperata dagli investigatori attraverso l’analisi forense di un tablet sequestrato a Pelaggi nel giugno 2026. Secondo il gip, la sequenza dei contatti telefonici, degli spostamenti e dell’invio della fotografia costituisce un insieme di elementi a sostegno dell’ipotesi che Romellano abbia fatto da intermediario tra Bruno e Piscioneri, consentendo il trasferimento di informazioni che gli indagati non avrebbero potuto conoscere.

I 349 contatti tra il dipendente e l’avvocato

Gli accertamenti sui tabulati hanno restituito un altro dato significativo. Tra l’avvocato Romellano e Domenico Bruno sarebbero stati registrati 349 contatti telefonici nell’arco di un anno. Un rapporto frequente che, secondo gli inquirenti, assume particolare rilievo se letto insieme ai contatti avvenuti nelle giornate dei due accessi al sistema informatico. Il giudice precisa, tuttavia, che il contenuto di alcune conversazioni intercettate tra l’avvocato e Piscioneri non può essere utilizzato, allo stato, per il dubbio che riguardi attività difensiva tutelata dalla legge. La ricostruzione accusatoria si fonda quindi anche su altri elementi, tra cui i tabulati, gli accertamenti sugli accessi informatici, i servizi di osservazione e i documenti recuperati dai dispositivi sequestrati. Per il gip, quanto emerso apre uno scenario preoccupante sulla capacità dell’organizzazione di raggiungere persone impiegate all’interno del Palazzo di Giustizia di Milano.

L’altra indagine e il denaro destinato a un uomo della cosca Condello

Il nome di Domenico Bruno era già emerso nell’estate del 2026 nell’ambito di una distinta indagine della Procura di Milano. In quel procedimento, secondo quanto riportato all’epoca dalle cronache giudiziarie, il dipendente del Tribunale avrebbe tentato di favorire la restituzione di una somma di circa un milione di euro, già sottoposta a confisca e confluita nel Fondo Unico Giustizia. Il denaro sarebbe stato destinato a un soggetto condannato definitivamente per associazione mafiosa e legato alla cosca Condello di Reggio Calabria. L’operazione non sarebbe andata a buon fine grazie a una segnalazione di Equitalia Giustizia, che aveva rilevato l’anomalia della richiesta di restituzione. Quella vicenda aveva portato alla perquisizione e al sequestro dell’ufficio occupato dal dipendente all’interno del Palazzo di Giustizia milanese. Si tratta di un procedimento distinto da quello sulla «banca occulta», nel quale Bruno è oggi destinatario della misura cautelare degli arresti domiciliari per gli accessi informatici contestati.

Le contestazioni e la decisione del gip

Nell’ordinanza vengono ricostruite due ipotesi di reato: l’accesso abusivo al sistema informatico e la rivelazione di segreti d’ufficio. Per la prima contestazione, il gip ha disposto gli arresti domiciliari nei confronti di Bruno e Romellano, con divieto di comunicare con persone diverse dai familiari conviventi e dai difensori. La contestazione relativa alla rivelazione di segreti d’ufficio viene affrontata separatamente, ma non costituisce il titolo della misura domiciliare, alla luce dei limiti previsti dalla legge.

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