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L’INIZIATIVA

Agguato a Cassano, Savino: «Nessuno può assolversi». Iacobini annuncia il vertice sulla sicurezza

Teatro comunale gremito per l’assemblea dopo l’omicidio di Silvana Sibarelli. Il vescovo: «Tre rischi, impotenza, indifferenza e retorica». Il sindaco propone un percorso nelle scuole e una mobilitaz…

Pubblicato il: 26/10/2026 – 20:35
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CASSANO ALLO IONIO La paura che attraversa la Sibaritide, il rischio della rassegnazione, il silenzio che finisce per lasciare spazio al potere mafioso. Ma anche la necessità di reagire, di costruire una risposta collettiva che non si esaurisca nell’indignazione di qualche giorno. È attorno a questi temi che si è sviluppata l’assemblea pubblica convocata al Teatro comunale di Cassano allo Ionio dal sindaco Gianpaolo Iacobini e dal vescovo Francesco Savino, dopo l’agguato di contrada Lattughelle nel quale è stata uccisa Silvana Sibarelli ed è rimasto gravemente ferito il marito Damiano Pepe. Un teatro gremito, rappresentanti delle istituzioni, delle organizzazioni sindacali e della società civile, chiamati a confrontarsi su una questione che va oltre l’ultimo episodio di sangue. Perché il timore, più volte richiamato durante l’incontro, è quello di una comunità costretta a convivere nuovamente con la violenza e con la presenza ingombrante della criminalità organizzata. Dal palco sono arrivati due messaggi complementari: quello del sindaco, che ha annunciato la convocazione per giovedì del Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica e proposto una mobilitazione che coinvolga scuole e mondo del lavoro; e quello del vescovo, che ha invitato i cittadini a non cedere alla paura, indicando tre pericoli da evitare: «L’impotenza, l’indifferenza e la retorica».

Savino: «Cassano non è la ‘ndrangheta»

«Questa è l’ora della responsabilità. Questa è l’ora della corresponsabilità e aggiungo che questa che vogliamo vivere da questa assemblea in poi vuole essere anche l’ora del coraggio». È uno dei passaggi con cui monsignor Savino ha richiamato la comunità alla necessità di assumere una posizione chiara davanti alla violenza mafiosa. Il vescovo ha voluto innanzitutto respingere l’identificazione tra Cassano e la criminalità organizzata. «Cassano allo Ionio non è la ‘ndrangheta», ha scandito, riconoscendo l’esistenza di un potere mafioso radicato sul territorio ma rifiutando l’idea che questo possa rappresentare l’intera comunità. «Quando stamattina qualcuno mi ha chiamato, tra le tante telefonate che ho ricevuto in queste ore, e ha parlato del nostro territorio come territorio maledetto, io ho detto: non ci sto». Perché, ha aggiunto, Cassano è soprattutto una città di persone oneste, lavoratori e famiglie che non meritano di essere identificate con la criminalità. È proprio da questa distinzione che parte il suo ragionamento. Il riconoscimento della presenza mafiosa non deve trasformarsi in una condanna collettiva, ma neppure in una giustificazione per restare a guardare. Tre, secondo Savino, sono i rischi concreti. Il primo è l’impotenza, ovvero la convinzione che davanti alla ‘ndrangheta non ci sia nulla da fare. Il secondo è l’indifferenza, riassunta in un’espressione che il vescovo ha voluto contestare apertamente: «Sono fatti tra di loro, se la vedessero loro tra di loro, si uccidono pure, noi teniamoci fuori». Il terzo è la retorica, quella delle dichiarazioni di principio che non si traducono in azioni. «Nessuno può assolversi di fronte a quello che accade sul nostro territorio», ha ammonito Savino, invitando a superare la convinzione che la violenza criminale riguardi soltanto chi ne è direttamente coinvolto.

Iacobini: «Giovedì il Comitato per la sicurezza». L’idea di una mobilitazione

Sul versante istituzionale, il sindaco Gianpaolo Iacobini ha comunicato un primo sviluppo concreto. Il prefetto, contattato nelle ore immediatamente successive all’agguato, ha convocato per giovedì 29 ottobre una seduta del Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica. «Credo sia un primo segnale, ma naturalmente non è un segnale che possa essere considerato risolutivo», ha spiegato il primo cittadino, sottolineando la necessità di accompagnare la risposta sul piano dell’ordine pubblico con ulteriori iniziative. Da qui la proposta di costruire un percorso che coinvolga direttamente la popolazione, partendo dalle scuole e dai luoghi di lavoro. Iacobini ha immaginato assemblee dedicate alla criminalità organizzata negli istituti scolastici, momenti di confronto con le organizzazioni sindacali e, soprattutto, una mobilitazione collettiva. «Sarebbe importante, io credo, prepararci tutti insieme a dare anche una dimostrazione di forza», ha affermato, precisando il significato dell’espressione: contrapporre alla violenza di chi pretende di controllare il territorio attraverso le armi la forza della partecipazione democratica e dell’impegno civile. Un movimento che, nelle intenzioni del sindaco, dovrebbe andare oltre Cassano, coinvolgendo l’intera Calabria e possibilmente richiamando l’attenzione nazionale. «Le cosche agiscono a livello ormai internazionale, non conoscono i confini comunali», ha ricordato Iacobini, evidenziando come la risposta non possa fermarsi ai confini amministrativi di una città. All’assemblea ha preso parte anche il sindaco di Corigliano Rossano, Flavio Stasi, salutato dal primo cittadino cassanese durante l’intervento.

Il richiamo ai Papi e la denuncia della delegittimazione

Il discorso di Savino ha assunto toni ancora più netti quando il vescovo ha affrontato il rapporto tra Chiesa e criminalità organizzata. Il presule ha ricordato due momenti della storia ecclesiale: l’appello alla conversione rivolto ai mafiosi da Giovanni Paolo II nella Valle dei Templi di Agrigento e le parole pronunciate da papa Francesco nella Piana di Sibari, il 21 giugno 2014, quando il Pontefice affermò l’incompatibilità tra appartenenza mafiosa e fede cristiana. Un richiamo che Savino ha accompagnato con un riferimento ai simboli religiosi utilizzati dagli stessi mafiosi: «Altro che i santini, altro che gli altarini che si scoprono nei bunker dei trafficanti e dei mafiosi». Ma il vescovo ha affrontato anche un altro tema: il tentativo di screditare chi prende posizione contro le organizzazioni criminali. «Come reagisce la mafia? Con la delegittimazione del vescovo e di chi si impegna nella Chiesa contro le mafie», ha affermato, ricordando quanto accaduto dopo l’assassinio di don Peppe Diana e le campagne di discredito rivolte nel tempo contro uomini di Chiesa impegnati nella lotta alla criminalità. Savino ha citato anche don Ennio Stamile e don Marcello Cozzi, richiamando il lavoro di sacerdoti che da anni operano sul terreno della legalità e del contrasto ai poteri mafiosi. La delegittimazione, ha osservato, può passare attraverso il pettegolezzo, il chiacchiericcio e quella che ha definito un’«infamia organizzata», nella quale rischiano di essere coinvolte anche persone apparentemente estranee agli ambienti criminali.

L’usura, il denaro sporco e l’Osservatorio diocesano

Tra i passaggi più significativi dell’intervento anche il riferimento agli strumenti già attivi sul territorio per contrastare l’influenza delle mafie. Savino ha ricordato l’esistenza dell’Osservatorio diocesano sui fenomeni mafiosi e per la legalità, affidato a don Marcello Cozzi, che opera anche nel sostegno alle persone intenzionate ad allontanarsi dai contesti criminali. Un’attività che il vescovo ha messo a disposizione della comunità, invitando in particolare quanti vivono situazioni di condizionamento o di soggezione nei confronti della criminalità a trovare il coraggio di chiedere aiuto, con la garanzia della riservatezza. Il presule ha richiamato anche il lavoro della Fondazione San Matteo nel contrasto all’usura, soffermandosi sul rapporto tra questa attività criminale e il riciclaggio dei capitali illeciti. «L’usura oggi è diventata la lavatrice, la lavanderia per pulire tutto il denaro sporco dei nostri poteri malavitosi che esistono sul nostro territorio», ha denunciato Savino. Un’affermazione che allarga il ragionamento oltre gli agguati e gli omicidi, richiamando l’attenzione su quelle forme di controllo economico e sociale attraverso le quali le organizzazioni mafiose consolidano la propria presenza nelle comunità.

«Dall’io al noi»: la risposta che deve nascere dal basso

Il filo conduttore dell’assemblea è rimasto quello della responsabilità collettiva. Savino ha insistito sulla necessità di costruire un movimento culturale contro il potere mafioso, richiamando anche l’insegnamento di Paolo Borsellino e l’importanza di una mobilitazione capace di incidere sulla mentalità delle persone. «Dobbiamo passare dall’io al noi, dall’io singolo che lotta al noi», ha spiegato il vescovo. Un progetto che, nelle intenzioni degli organizzatori, non deve essere imposto dall’alto. Lo stesso Iacobini aveva chiarito in apertura che l’amministrazione non intendeva presentare una piattaforma già definita, ma costruirla attraverso il contributo dei cittadini. Savino ha raccontato di aver preparato una serie di proposte, scegliendo però di lasciare spazio agli interventi della comunità e alla possibilità che nuove iniziative nascano direttamente dal confronto pubblico. L’obiettivo dichiarato è evitare che tutto finisca con una manifestazione di sdegno, destinata a esaurirsi quando l’attenzione mediatica sull’agguato si sarà affievolita. Perché, come ha sottolineato il vescovo, il potere mafioso non si limita a esercitare violenza, ma sottrae alle persone la libertà e la possibilità di immaginare il proprio futuro. Da Cassano arriva così la richiesta di una risposta che tenga insieme sicurezza, partecipazione, educazione e impegno civile. Il primo appuntamento istituzionale sarà giovedì, con la riunione del Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica. La sfida più difficile, invece, sarà dare continuità alla mobilitazione, trasformando le parole pronunciate in un teatro gremito in iniziative concrete sul territorio. (redazione@corrierecal.it)

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