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LA DECISIONE

Caso Mazzotti, la Cassazione annulla il carcere per Giuseppe Calabrò. Da rivalutare il rischio di fuga

Accolto il ricorso dei difensori del 76enne di San Luca, condannato all’ergastolo in primo grado. I giudici chiedono una nuova valutazione delle esigenze cautelari

Pubblicato il: 26/10/2026 – 17:06
di Gi. Cu.
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MILANO La condanna all’ergastolo resta, ma il provvedimento che ha portato Giuseppe Calabrò, classe 1950, originario di San Luca e conosciuto come «’U Dutturicchiu», in carcere dovrà essere riesaminato. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso presentato dai suoi difensori, gli avvocati Cesare Placanica ed Ermanno Gorpia, annullando con rinvio l’ordinanza cautelare nei confronti del 76enne, condannato il 4 febbraio scorso dalla Corte d’Assise di Como per il sequestro e l’omicidio di Cristina Mazzotti, avvenuti nel 1975. La questione torna ora al Tribunale di Milano per una nuova valutazione.

L’età e il pericolo di fuga

Al centro della decisione della Suprema Corte ci sono l’età dell’imputato e la necessità di dimostrare, attraverso elementi concreti e attuali, la sussistenza di esigenze cautelari eccezionali. Per mantenere in carcere una persona ultrasettantenne, infatti, non è sufficiente richiamare genericamente il rischio di fuga o di reiterazione del reato. Calabrò era stato fermato il 6 febbraio, due giorni dopo la condanna all’ergastolo. Tra gli elementi valorizzati dagli inquirenti figurava un biglietto aereo per Reggio Calabria, interpretato come un possibile segnale della volontà di sottrarsi alla giustizia. Per la Cassazione, tuttavia, l’acquisto del biglietto non costituisce di per sé una prova del pericolo di fuga, potendo essere compatibile con il rientro presso la propria residenza.

I presunti rapporti con la ‘ndrangheta

Un altro passaggio riguarda la presunta disponibilità di una rete di protezione criminale. Nelle precedenti valutazioni cautelari Calabrò era stato descritto come una figura di elevato spessore negli ambienti della ‘ndrangheta, capace di interloquire con esponenti di primo piano delle cosche calabresi anche in Lombardia. Un quadro emerso anche dalle indagini milanesi, comprese quelle legate all’inchiesta «Doppia Curva», nelle quali erano stati evidenziati presunti rapporti con esponenti della criminalità organizzata e l’utilizzo di strumenti di comunicazione criptati. La Cassazione, però, ha ritenuto non adeguatamente dimostrata l’effettiva operatività di una rete di protezione in grado di consentire a Calabrò di sottrarsi alla giustizia. I giudici hanno inoltre osservato che nella sua carriera criminale non emergono condotte di associazione mafiosa. Quanto al rischio di reiterazione, la Suprema Corte ha richiamato la distanza temporale dai fatti oggetto della condanna, risalenti a oltre mezzo secolo fa, e l’assenza di condanne successive al 2008.

La condanna all’ergastolo resta

La pronuncia della Cassazione riguarda esclusivamente la custodia cautelare e non modifica la sentenza con cui la Corte d’Assise di Como ha condannato Calabrò all’ergastolo per il sequestro e l’omicidio di Cristina Mazzotti. Spetterà ora ai giudici milanesi riesaminare la posizione del 76enne alla luce dei rilievi formulati dalla Suprema Corte, valutando nuovamente la sussistenza delle esigenze cautelari e la possibilità di ricorrere a misure alternative alla detenzione in carcere.


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