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Il parto

«Cesareo una volta, cesareo per sempre»? Il mito che l’Italia fatica a superare

Nel 2025 solo il 17,3 per cento delle donne ci è riuscito, con scarti enormi tra regioni. Il nodo sono organizzazione e cultura, non la sicurezza

Pubblicato il: 27/10/2026 – 8:00
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Chi ha avuto un cesareo può partorire per via naturale la volta successiva? Secondo le linee guida dell’Istituto Superiore di Sanità, che lo dicono dal 2012, la possibilità andrebbe offerta a tutte. Nella pratica dipende molto da dove si vive. Nel 2025 in Italia solo il 17,3 per cento delle donne con un cesareo alle spalle ha avuto un parto vaginale (VBAC): dall’1,8 per cento del Molise al 44 della Toscana. Il quadro generale non aiuta. La media nazionale di cesarei è del 29,8 per cento, contro il 20 che già il Piano sanitario nazionale 2006-2008 indicava come obiettivo, e le regioni che ne fanno di più sono di solito anche quelle che offrono meno VBAC. Tra Toscana e Campania lo scarto è di 27,5 punti. Eppure il vecchio adagio «cesareo una volta, cesareo per sempre», coniato nel 1916 dal ginecologo newyorkese Edwin Cragin, è superato da tempo. Le cicatrici di oggi sono molto più resistenti e tre donne su quattro, tra quante tentano, ci riescono, evitando un secondo intervento e i suoi rischi. Per il ministero della Salute il ricorso al taglio cesareo in Italia resta eccessivo: la media nazionale è del 29,8 per cento, mentre il Piano sanitario nazionale 2006-2008 indicava come obiettivo il 20.

Questione di organizzazione

Una delle ragioni principali è di ordine pratico. Un cesareo programmato semplifica la vita ai punti nascita, cioè alle strutture che seguono madre e bambino fino al post-partum: con una data fissata in anticipo sono garantiti sala operatoria ed équipe, mentre un travaglio spontaneo può iniziare a qualsiasi ora. Questo vale sempre, ma ancora di più quando c’è un precedente cesareo, perché aumenta la probabilità di una complicanza che richieda un intervento immediato. La complicanza più temuta è la rottura dell’utero. Oggi si verifica in circa 4 casi ogni mille tentativi di parto vaginale dopo cesareo, che salgono a 10 se il travaglio è indotto. Può provocare una grave emorragia nella madre e ridurre l’afflusso di sangue e ossigeno al feto, mettendo a rischio entrambi. Francesca Monari, ginecologa e responsabile dell’Ambulatorio di patologia ostetrica del Policlinico di Modena, ha spiegato al Post che si tratta di un evento raro ma da trattare come un’emergenza assoluta: il cesareo va eseguito nel minor tempo possibile. Servono quindi un ginecologo esperto e un anestesista presenti in ospedale giorno e notte, con una sala operatoria pronta. Nei piccoli punti nascita, dove anestesista e personale di sala sono solo reperibili da casa, questo tipo di travaglio non può essere proposto. Le società scientifiche dei ginecologi indicano in questi casi di indirizzare la donna verso un altro centro attrezzato, ma non sempre sul territorio ce n’è uno.

Non solo organizzazione

Le dimensioni non spiegano tutto. Un cesareo programmato semplifica i turni e, per i medici, riduce il timore dei contenziosi, perché le condanne riguardano più spesso un cesareo non fatto o fatto in ritardo. Uno studio del 2020 su Women and Birth attribuisce la distanza tra paesi con molti VBAC (Finlandia, Svezia, Paesi Bassi) e quelli con pochi (Italia, Irlanda, Germania) soprattutto alla cultura del parto. In Italia pesano le convinzioni dei singoli: a Genova alcuni medici hanno ammesso che molto dipende da chi è di turno.

La ricetta emiliana

Una strada però esiste. Tra il 2015 e il 2016 l’Emilia-Romagna ha finanziato la formazione di un ginecologo di riferimento in ogni punto nascita pubblico, con il compito anche di spiegare alle donne vantaggi e rischi di entrambe le opzioni. I VBAC sono passati dal 18 per cento del 2012-2014 al 23 del 2017-2019 e al 25,8 del 2025, senza più complicanze per madri e neonati. Per Monari è la prova che formazione e organizzazione fanno la differenza.


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