’Ndrangheta, il ritorno dei Caraibi nelle rotte della cocaina. Il ruolo del Clan del Golfo e i collegamenti con Gioia Tauro
Il nuovo rapporto della Global Initiative ricostruisce le alleanze criminali tra Colombia ed Europa. I finanziamenti delle mafie, gli intermediari italiani e i riscontri nelle indagini del ROS
LAMEZIA TERME Le rotte della cocaina cambiano, si spostano da un porto all’altro, attraversano isole e territori dove i controlli sono più deboli. Ma dietro la continua trasformazione del narcotraffico internazionale restano alleanze criminali consolidate, sostenute da enormi disponibilità economiche. E tra i protagonisti di questa rete compare ancora una volta la ’ndrangheta, indicata insieme alla criminalità organizzata albanese tra i gruppi capaci di finanziare le organizzazioni locali che controllano il commercio della cocaina colombiana. È uno dei passaggi più significativi del nuovo rapporto della Global Initiative Against Transnational Organized Crime (GI-TOC), intitolato Colombia, Caribbean routes revive as cocaine flows shift towards European markets, pubblicato nell’ottobre 2026 e firmato dai ricercatori Lina María Asprilla e Andrés Aponte. Lo studio, basato su fonti documentali e trenta interviste a rappresentanti delle istituzioni, esperti, operatori e osservatori del fenomeno criminale, ricostruisce il ritorno dei Caraibi come corridoio strategico per i carichi destinati all’Europa. Un sistema in cui il Clan del Golfo, conosciuto anche come Ejército Gaitanista de Colombia (EGC), occupa una posizione centrale nella produzione, nella trasformazione e nella commercializzazione della droga.

Le alleanze internazionali e il potere economico delle mafie
Il passaggio più interessante, soprattutto per i collegamenti con la Calabria, è contenuto nel capitolo dedicato alle alleanze internazionali. Gli autori evidenziano come la riorganizzazione delle rotte caraibiche debba essere letta anche attraverso i rapporti tra il Clan del Golfo, la criminalità albanese e la ’ndrangheta. Secondo questa ricostruzione, la capacità finanziaria dei gruppi europei contribuisce a sostenere le organizzazioni criminali locali, consentendo loro di alimentare il traffico internazionale. Il rapporto richiama inoltre ricostruzioni attribuite alla Direzione investigativa antimafia, riprese dalla stampa colombiana, secondo le quali il Clan del Golfo rappresenterebbe uno dei principali fornitori di cocaina delle organizzazioni italiane operanti in Colombia. Tra i porti europei citati figurano Gioia Tauro, Anversa e Rotterdam, tre snodi che compaiono da anni nelle indagini sul narcotraffico internazionale. Il nuovo dossier non documenta un unico canale diretto e continuativo tra tutti questi porti, ma descrive una rete di collegamenti commerciali e criminali nella quale fornitori sudamericani, intermediari europei e organizzazioni capaci di controllare l’importazione operano su più direttrici.
Il ROS: i rapporti con i vertici del Clan del Golfo
A rafforzare il quadro delineato dagli analisti internazionali sono le parole pronunciate il 7 luglio scorso dal generale Vincenzo Molinese, comandante del Raggruppamento operativo speciale dei carabinieri, durante un’audizione davanti alla Commissione parlamentare Antimafia. Nel ripercorrere gli esiti dell’operazione «Eureka», l’alto ufficiale ha descritto il ruolo della ’ndrangheta nel narcotraffico internazionale e i collegamenti emersi dalle indagini con esponenti di vertice del Clan del Golfo. Molinese ha richiamato anche la disponibilità di soggetti compiacenti negli scali portuali di Gioia Tauro, vicini alle cosche della Piana, e il loro ruolo nelle operazioni di recupero della cocaina attraverso il cosiddetto sistema del rip-off, utilizzato per estrarre gli stupefacenti dai container senza coinvolgere necessariamente i legittimi destinatari delle merci. Un altro elemento emerso dalle dichiarazioni del comandante del ROS riguarda la stabile collaborazione con la criminalità organizzata albanese, in grado di garantire collegamenti e appoggi nei principali porti del Nord Europa, a partire da Rotterdam e Anversa. Le affermazioni del generale riguardano specifiche risultanze investigative precedenti alla pubblicazione del rapporto GI-TOC. Il loro interesse sta nella convergenza con l’analisi internazionale: le organizzazioni criminali non dipendono più da un unico porto o da una sola rotta, ma costruiscono reti flessibili capaci di adattarsi ai controlli e alle opportunità offerte dal commercio mondiale.

Dalla Colombia ai Caraibi: le vecchie rotte tornano strategiche
Per comprendere questa trasformazione bisogna tornare alle coste settentrionali della Colombia. Secondo il dossier, l’aumento della produzione di cocaina, la domanda europea e l’intensificazione dei controlli sulle rotte tradizionali hanno favorito il recupero dei corridoi utilizzati già negli anni Ottanta dai cartelli colombiani. La droga raggiunge il Mar dei Caraibi da diverse aree di produzione, tra cui Catatumbo, Putumayo, Bajo Cauca, Sur de Bolívar e Sur de Córdoba. I collegamenti interni attraversano territori controllati o contesi da organizzazioni armate, prima di raggiungere i porti commerciali o i numerosi approdi naturali distribuiti lungo la costa. Nella parte occidentale il Clan del Golfo esercita una posizione dominante. Più a est, nei territori di Magdalena e La Guajira, il controllo delle rotte è conteso anche dalle Autodefensas Conquistadoras de la Sierra Nevada (ACSN) e da altre organizzazioni. Non si tratta soltanto di territori attraversati dalla droga. I gruppi armati gestiscono depositi, trasporti, laboratori, collegamenti con gli intermediari e, secondo quanto ricostruito dai ricercatori, anche accordi con soggetti locali che consentono di raggiungere le aree di imbarco. Il dossier identifica inoltre un ruolo crescente della Repubblica Dominicana, delle Piccole Antille e del Venezuela. Le isole caraibiche permettono di trasferire, immagazzinare e successivamente reindirizzare i carichi verso i mercati europei, mentre Panama e Costa Rica costituiscono ulteriori punti di transito.
Container, banane e i punti deboli dei porti
Una parte rilevante dello studio è dedicata ai sistemi utilizzati per nascondere la cocaina nei flussi del commercio legale. Cartagena, Santa Marta e Barranquilla sono indicati tra i principali porti commerciali colombiani coinvolti nei traffici documentati dalle autorità. La quantità di merci movimentate, i tempi ristretti delle operazioni e la complessità dei controlli possono essere sfruttati dalle organizzazioni criminali per introdurre droga nei container. Tra i prodotti maggiormente esposti al rischio di contaminazione figurano le banane e la frutta tropicale, spedite verso l’Europa attraverso collegamenti marittimi regolari. Il dossier richiama anche il caso di carichi di cocaina nascosti in spedizioni di carbone. Accanto ai container, gli investigatori hanno documentato l’impiego di imbarcazioni veloci, pescherecci, sommergibili e il sistema cosiddetto parasite, che prevede l’occultamento dello stupefacente in strutture fissate esternamente agli scafi. Il controllo delle infrastrutture e la collaborazione di figure inserite nella catena logistica costituiscono, secondo gli autori, uno dei principali fattori che rendono possibile il traffico internazionale. E mentre i controlli si concentrano sugli scali più importanti, le organizzazioni cercano collegamenti alternativi attraverso porti secondari e paesi di transito.

I broker italiani in Colombia e il caso Gigliotti
Il rapporto dedica spazio anche alla presenza di intermediari italiani in Colombia, richiamando alcune operazioni condotte negli ultimi anni contro soggetti accusati di partecipare al traffico internazionale di cocaina. Tra i nomi compare Massimo Gigliotti, arrestato a Barranquilla nel novembre 2023, dopo anni trascorsi in Sudamerica. Il suo caso era stato approfondito dal Corriere della Calabria nel dicembre dello stesso anno, ricostruendo la latitanza, i rapporti con trafficanti calabresi e le vicende giudiziarie legate all’inchiesta «Ichnos». Gigliotti è stato indicato dalle autorità colombiane come soggetto collegato alla ’ndrangheta. Tuttavia, nelle sentenze allora esaminate dal Corriere non risultava riconosciuta nei suoi confronti una responsabilità per associazione mafiosa: una distinzione importante tra rapporti con ambienti criminali e appartenenza giudiziariamente accertata a un’organizzazione. Un altro caso richiamato dal dossier riguarda l’arresto, nell’agosto 2025 a Cali, di Federico Starnone, considerato dagli investigatori un intermediario tra i narcotrafficanti colombiani ed ecuadoriani e un gruppo criminale riconducibile alla ’ndrangheta di Platì. La sua cattura è arrivata nell’ambito di un’inchiesta coordinata dalla Dda di Reggio Calabria sul traffico internazionale di stupefacenti. Secondo l’accusa, Starnone avrebbe svolto un ruolo di collegamento tra gli acquirenti calabresi e i fornitori sudamericani. Le vicende documentano la presenza di intermediari italiani in Colombia, senza dimostrare necessariamente che tutti fossero coinvolti nelle specifiche nuove rotte caraibiche descritte dal rapporto.

Un mercato che cambia senza interrompere i collegamenti criminali
Il quadro che emerge dal lavoro della GI-TOC non è quello di un’organizzazione capace di controllare da sola l’intero mercato della cocaina, ma di una filiera internazionale composta da gruppi differenti, che cooperano attraverso accordi economici e logistici e ridefiniscono continuamente le proprie rotte. Da una parte i gruppi colombiani che controllano i territori di produzione e gli accessi al mare. Dall’altra gli intermediari internazionali e le organizzazioni europee con la capacità finanziaria e i contatti necessari per organizzare le importazioni. In mezzo, una rete di operatori, trasportatori, punti di stoccaggio e infrastrutture che rende possibile il trasferimento delle partite attraverso migliaia di chilometri. È in questo sistema che si colloca il ruolo attribuito alla ’ndrangheta. Non soltanto acquirente della cocaina sudamericana, ma interlocutore economico e criminale delle organizzazioni che ne gestiscono la produzione e la distribuzione internazionale. E mentre il narcotraffico riscopre i Caraibi, i porti europei continuano a rappresentare il punto di arrivo di una filiera che dalle coltivazioni colombiane raggiunge i mercati della droga del continente. (g.curcio@corrierecal.it)
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