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la sentenza

Cosenza, omicidio Rocco Gioffrè. Pena ridotta in appello per Tiziana Mirabelli

Assolta per l’occultamento del cadavere, esclusione l’aggravante della minorata difesa per il furto. Condanna a 15 anni e 6 mesi

Pubblicato il: 29/10/2026 – 16:36
di Fabio Benincasa
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COSENZA La Corte d’Assise d’Appello ha rideterminato la pena emessa, in primo grado, nei confronti di Tiziana Mirabelli, reo confessa dell’omicidio di Rocco Gioffrè: 75enne ucciso con 41 coltellate il 14 febbraio 2023 nello stabile popolare di via Monte Grappa nella città dei bruzi. L’imputata, difesa dall’avvocato Cristian Cristiano, era stata condannata in primo grado a 17 anni. All’esito della camera di consiglio, i giudici hanno deciso per l’assoluzione dall’accusa di occultamento di cadavere, l’esclusione dell’aggravante della minorata difesa per il furto, rideterminando la pena complessiva a 15 anni e 6 mesi di reclusione. Le parti offese sono rappresentate dagli avvocati Antonio Quintieri e Francesco Gelsomino.

Le dichiarazioni di Mirabelli

L’imputata, nel corso delle dichiarazioni spontanee rese in una delle ultime udienze del processo celebrato in Corte d’assise a Cosenza, ha sostenuto di aver agito per legittima difesa. «Stavo rifacendo il letto. Lui è arrivato alle spalle e mi ha puntato un coltello alla gola. L’ho deviato d’istinto, mi sono girata e gli ho dato un pugno. Abbiamo lottato. Ho cercato di afferrargli il polso e il coltello è caduto. Mi ha detto che quel giorno non sarebbe finita bene e l’ho colpito».

L’aggressione mortale

Sono 41 le coltellate inflitte sul corpo della vittima, 36 delle quali avrebbe effettivamente contribuito alla morte dell’anziano. Ma cosa è accaduto prima e durante lo sfogo mortale? Sulla dinamica, la Corte d’Assie di Cosenza – nelle motivazioni – aveva sottolineato: «quand’anche la Mirabelli avesse sferrato il pugno al Gioffrè e fosse stata colta da tergo dal suo aggressore, armato dell’arma (evenienza esclusa, ndr) la configurazione giuridica del fatto nella fattispecie dell’omicidio volontario non verrebbe affatto scalfita». La stessa imputata, infatti, ha ammesso che, «una volta caduto il coltello, ella lo prendeva da terra con la mano destra ed, anziché allontanarsi dall’uomo, peraltro già ferito allo stomaco e guadagnare l’uscita, iniziava un feroce e lungo accoltellamento della vittima, che era confinata contro il muro, con la forte determinazione di ucciderlo». Una ricostruzione che per i giudici esclude «la configurabilità della legittima difesa, invocata dal difensore di Tiziana Mirabelli, l’avvocato Cristian Cristiano. Sempre secondo la Corte, «non vi era necessità difensiva, da parte dell’imputata, la quale ben poteva scegliere se desistere dall’azione omicidiaria non ancora iniziata ed uscire dalla scena». In buona sostanza, sferrare le coltellate era un’azione evitabile «perché l’uomo non avrebbe opposto resistenza». Gioffrè, anzi, avrebbe avuto timore dell’imputata. Circostanza che emergerebbe chiaramente quando – in un messaggio – Mirabelli si rivolge all’anziano e dice: «Ma a pensare che ti volevo far venire ora un po’ ma se hai questa paura di me, nemmeno meno fossi un mostro, è successo un episodio ma non farei male ad una mosca». Il testo lascia ipotizzare che qualcosa sia accaduto e che il sentimento di timore palesato dall’anziano sia proprio da ricollegare a quell’evento. (f.benincasa@corrierecal.it)

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