L’affare delle macerie, quando la ‘ndrangheta trasforma i terremoti in business
Dall’Aquila all’Emilia, fino alle “recenti” Marche: le inchieste sui tentativi di infiltrazione nella ricostruzione post-sisma, tra appalti, subappalti e fondi pubblici
Dove ci sono tragedie, la ‘ndrangheta vede opportunità. Appalti, subappalti, estorsioni, infiltrazioni nelle ditte, sfruttando procedure più celeri e controlli più flessibili con risorse a pioggia dal governo per cercare di tamponare l’emergenza: è il caso, emblematico, dei terremoti, da sempre terreno di interesse della criminalità organizzata calabrese. Le ultime presunte infiltrazioni sono emerse pochi giorni fa, a dieci anni dal sisma che colpì il centro Italia nel 2016, con un’inchiesta sulla ricostruzione nelle Marche che ha portato all’arresto di 8 persone, 51 indagati e sequestri per 57 milioni di euro. L’inchiesta della Dda di Ancona, condotta dalla Guardia di Finanza, ha fatto luce su tentativi di ‘ndrangheta e camorra di infiltrarsi nei lavori post sisma. Un business su cui le cosche calabresi avevano già tentato di estendere i tentacoli in terremoti recenti, dall’Emilia a L’Aquila.
Una criminalità che «non spara, ma usa il cemento»
Tra i filoni dell’inchiesta sulla ricostruzione nelle Marche appare anche quello relativo ad imprese che sarebbero collegate a ‘ndrangheta e camorra, favorite dal sistema dei subappalti e da quello delle fatture false per ottenere le risorse straordinarie destinate agli interventi. Si parla di un giro d’affari di milioni di euro, ma a colpire di più è la fotografia scattata dalla giudice per le indagini preliminari Sonia Piermartini. Nell’ordinanza parla di una «accoglienza» riservata nelle Marche a una criminalità organizzata «che non spara, ma usa il cemento», garantendo a sua volta tempi celeri e prezzi competitivi. «Un fulmine a ciel sereno» ha commentato Franco Castelli, commissario straordinario alla ricostruzione post sisma 2016, che si è detto «basito e sconcertato». In tre anni – ha aggiunto – sono state adottate «ben 102 interdittive antimafia» verso imprese che avevano tentato di accedere ai fondi della ricostruzione. Un numero che dimostra l’interesse e la pressione delle cosche.
Le infiltrazioni nel post-sisma dell’Aquila
Ma non è una novità. Già nel 2011, a due anni dal terremoto dell’Aquila che provocò la morte di 309 persone, un’inchiesta della Dda abruzzese portò all’arresto di quattro persone nell’ambito dell’operazione Lypas su presunti tentativi della ‘ndrangheta di infiltrarsi negli appalti privati per la ricostruzione delle case distrutte. Ombre che trovarono conferma nella maxinchiesta Aemilia contro la ‘ndrangheta al Nord e, in particolare, la cosca Grande Aracri: tristemente celebre l’intercettazione in cui, subito dopo la scossa che colpì il Modenese nel maggio 2012, alcuni indagati furono intercettati mentre ridevano pensando agli affari e ai capannoni da rifare. Così come emblematica la frase con cui il gip, nell’ordinanza, sintetizzò i tentativi immediati di infiltrazione della ‘ndrangheta, capace di «arrivare prima dei soccorsi o in contemporanea».
L’inchiesta su Mantova
Il copione si ripete nel 2023, a undici anni dal terremoto del 2012 nel Mantovano, a lungo considerato un sisma dimenticato rispetto alla tragedia più grande che colpì l’Emilia. L’operazione “Sisma”, coordinata dalla Dda di Brescia, portò a dieci misure cautelari tra Lombardia, Emilia-Romagna, Veneto e Calabria. Al centro, secondo i carabinieri, c’era un sistema corruttivo costruito per agevolare la concessione dei contributi destinati alla ricostruzione, anche qui con l’ombra della ‘ndrangheta interessata al business con i clan di Cutro in prima fila. Un modello che, dall’Emilia alle Marche, appare quasi consolidato: dove c’è un sistema fragile le ‘ndrine riescono a inserirsi più facilmente, dove ci sono macerie la ‘ndrangheta vede affari. (m.russo@corrierecal.it)
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