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L’attesa

«Sei euro l’ora e contratti di due mesi»: gli assistenti educativi chiedono un incontro con Cannizzaro

Scade il 31 ottobre l’incarico di circa 160-200 operatrici che affiancano gli alunni con disabilità nelle superiori della Città Metropolitana

Pubblicato il: 29/10/2026 – 17:59
di Paola Suraci
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REGGIO CALABRIA Il contratto scade il 31 ottobre e, a meno di quarantotto ore, per gli assistenti educativi delle scuole superiori della Città Metropolitana di Reggio Calabria il rinnovo è atteso ma non ancora formalizzato. Per due mesi, come già accaduto a settembre, dovrebbe arrivare una nuova proroga. Ma è proprio questo il punto: da anni si vive di scadenze ravvicinate, senza sapere se si resterà accanto al ragazzo seguito fino a quel momento e quando arriverà il prossimo pagamento. È da questa incertezza, che si ripete, che gli assistenti educativi sono partiti per chiedere un appuntamento al sindaco metropolitano Francesco Cannizzaro e per questo si sono incontrate a Piazza Italia. Quel giorno, però, il primo cittadino era a Roma. Alla segreteria hanno lasciato la richiesta e si sono sentite rispondere di inviare una e-mail, che molte di loro, raccontano, avevano già scritto più volte a partire da settembre. A parlare per il gruppo è Antonietta Caridi, assistente educativa da 17 anni nella stessa scuola. «L’idea è nata da una collega: cerchiamo di fare qualcosa insieme e chiediamo un appuntamento al sindaco», racconta. Il tono è conciliante: «Non vogliamo andare contro di lui. Si è insediato da poco e forse non conosce bene la differenza tra la situazione degli assistenti del Comune e la nostra». Il problema, precisa, viene da lontano e non è attribuibile alla nuova amministrazione, ma la speranza è che il cambio al vertice possa aprire una fase diversa. Non c’è un sindacato alle spalle. Un avvicinamento ad alcune sigle negli anni scorsi non ha dato i risultati sperati e, per certe operatrici, ha avuto anche ripercussioni sul lavoro in classe. A tenerle unite è un gruppo di messaggistica di circa 160 persone, ma il totale sarebbe più alto, intorno alle 200, perché «c’è chi non è nel gruppo e si va avanti col passaparola».

Il rinnovo a due mesi e l’ansia di ogni scadenza

Caridi spiega che oggi si lavora con contratti bimestrali: «Domani se ne parlerà a scuola e probabilmente ci rinnoveranno il contratto», dice, ricordando che la responsabilità non è degli istituti ma dipende dalla Città Metropolitana. Il rinnovo, quindi, è dato per probabile, ma l’incertezza pesa lo stesso. «Non puoi prendere un impegno con un ragazzo che segui da due anni e vivere con la tensione di non sapere se ti rinnovano. Sono situazioni che stressano». Il quadro, raccontano, è peggiorato negli ultimi anni. I contratti, in passato più lunghi, si sono accorciati. Le ore assegnate agli alunni con disabilità sono state ridotte: un tempo le scuole avevano più libertà di calibrarle sulla gravità dei casi, oggi sono stati fissati limiti rigidi, 12 ore ad alunno e, se l’alunno è assente, si torna a casa. In alcuni casi le ore sarebbero scese da 24 a 9. Per chi arriva da lontano il danno è doppio: «C’è chi lavora lontano dalla sede scolastica e se il suo alunno è assente, torna indietro, a casa, e perde il costo del viaggio, oltre alla giornata».

Pagamenti che non arrivano

L’altro punto dolente sono i pagamenti. L’anno scorso, racconta Caridi, era stato annunciato un sistema con pagamenti ogni due mesi, poi il contratto è stato prorogato fino a giugno, ma i soldi non sono arrivati con quella cadenza: «Abbiamo dovuto lottare». I fondi ministeriali, spiega, sono scaglionati e arriveranno alla Città metropolitana probabilmente a febbraio, e si teme che il primo stipendio non arrivi prima di marzo, nonostante il servizio sia partito il 18 settembre. La procedura è lunga: il foglio firme va alla scuola, poi alla Città Metropolitana, agli uffici competenti, alla ragioneria, alla banca, e solo dopo la scuola può pagare. Il cuore della vertenza è la paga: sei euro l’ora, a volte sette. Con il massimo di 24 ore settimanali si arriva a stento a 600 euro al mese. Le colleghe delle scuole comunali, a parità di orario, possono raggiungere i 900 euro e hanno ferie, tredicesima, disoccupazione e permessi per malattia. Le assistenti educative che dipendono della Città Metropolitana vengono pagate solo per le ore firmate: chi non va a scuola non percepisce nulla, né in caso di malattia né nelle giornate di allerta meteo. 

Ogni scuola decide per conto suo

C’è poi la frammentazione. Dal confronto nelle riunioni del gruppo è emerso che non esiste un modello unico nemmeno all’interno della Città Metropolitana. Ci sono scuole che assegnano 9 ore ad alunno, altre 12, altre ancora 21 o 24. In alcune, se l’alunno non c’è, la prima ora resta pagata; in altre no. Cambia anche la retribuzione: in certi istituti la paga è di sei euro l’ora, ma vengono versati i contributi e in estate c’è la disoccupazione, perché la somma viene distribuita; in altri è di otto euro, ma senza contributi né indennità. Diversa anche la continuità: nella scuola di Caridi l’alunno seguito dal primo anno viene accompagnato fino alla quinta, in altri istituti, pur in presenza della continuità, gli alunni non sono stati confermati. «Ognuno fa quello che vuole: non c’è tutela di nessun tipo».

«Se si è trovata una soluzione per il Comune, perché non per la Città Metropolitana?»

La richiesta è un contratto unico e dignitoso, con regole chiare e pagamenti regolari, sul modello di quanto individuato per le scuole comunali. «Sappiamo che a livello nazionale si spera di ottenere di più, ma intanto perché non motivare anche a livello locale? Se si è riusciti a trovare una soluzione per il Comune, perché non farlo per la Città Metropolitana?». Quanto agli altri territori, Caridi parla di situazioni a volte simili e a volte peggiori, mentre al nord, nelle scuole superiori, esistono realtà analoghe a quelle comunali, in certi casi anche migliori, dove viene riconosciuta persino la mezz’ora in più. Per ora la linea è l’attesa. «Daremo tempo al sindaco, quando rientra, e speriamo che abbia percepito la nostra situazione. Aspettiamo un paio di giorni per capire se c’è l’intenzione di riceverci. Altrimenti vediamo cosa dicono le colleghe e troviamo un’altra strategia». L’obiettivo, dice, è «risolvere un minimo la nostra situazione, essere più tranquille e più motivate, andare al lavoro con un carico un po’ più leggero».


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