Il nome del boss Galluzzi per non pagare nei negozi a Rossano. «30 euro? Potevi dire che era mio»
Dai vestiti ai ricambi per l’auto, fino alle ordinazioni ai commercianti. Nelle intercettazioni il potere attribuito al capo della cosca rossanese. E il rimprovero per un acquisto
CORIGLIANO ROSSANO Trenta euro. Tanto era costato un pezzo di ricambio per l’alzacristalli di un’automobile. Una spesa ordinaria che, secondo Salvatore Galluzzi (classe 1976), si sarebbe potuta evitare semplicemente pronunciando il suo nome. «E sei più stupido delle altre volte, te l’ho detto, potevi dire che era mio, no?». È il 13 luglio 2022 quando il presunto capo della cosca di ’ndrangheta di Rossano, finito in carcere nell’ambito dell’operazione “Ginestra”, rimprovera un suo interlocutore per aver pagato un componente acquistato presso un’autorimessa. «Secondo te si pagava 30 euro il coso da me?», insiste Galluzzi. L’altro prova a giustificarsi: sapeva che, facendo il suo nome, probabilmente non avrebbe pagato, ma non voleva creargli problemi. La risposta è ancora più significativa: «Lo faccio per gli altri e non lo faccio per te?». Poche battute, intercettate dagli investigatori e riportate nell’ordinanza firmata dal gip Fabiana Giacchetti, che raccontano un particolare aspetto del potere mafioso: la convinzione che la reputazione criminale sia sufficiente per ottenere privilegi anche nelle situazioni più comuni.
I vestiti e i regali nei negozi
Non è l’unico episodio ricostruito nelle carte dell’inchiesta coordinata dalla Dda di Catanzaro. Il 4 settembre 2021 Galluzzi parla con il figlio di alcune felpe da ritirare in un negozio di abbigliamento di Rossano. Di fronte alla richiesta di chiarimenti, si dice disponibile a passare personalmente dall’esercente. Quattro giorni dopo invita l’altro figlio a scegliere un pantalone e una felpa, anche tra quelli più costosi, spiegando che sarebbero stati già pagati da altre persone come regalo. «Ti puoi scegliere qualsiasi, quello che vuole, pure i più costosi che ci sono», afferma. L’ordinanza non chiarisce chi avesse effettivamente pagato quei capi di abbigliamento, ma gli investigatori inseriscono comunque le conversazioni nel capitolo dedicato ai privilegi che Galluzzi riteneva di poter ottenere grazie alla propria posizione.
Le scatole da acquistare
Un ulteriore episodio risale, poi, al 19 gennaio 2022. Galluzzi raggiunge in automobile un esercizio commerciale di Rossano e incontra il titolare, al quale propone l’acquisto di alcuni prodotti non meglio identificati. Il commerciante cerca di limitare l’ordinazione, spiegando che gli affari non vanno bene e che le disponibilità economiche sono ridotte. Galluzzi, però, insiste affinché acquisti venti scatole, dieci per ciascuno dei due prodotti. L’interlocutore prova a ridurre la quantità. Dopo una trattativa, si arriva a dieci scatole complessive. Il presunto boss non nasconde il proprio disappunto e, una volta ripartito, commenta che sarebbe tornato per chiarire la situazione. Le carte non attribuiscono ai commercianti coinvolti in questi episodi responsabilità penali: l’attenzione degli investigatori è rivolta al comportamento di Galluzzi e alla pressione derivante dalla sua reputazione criminale. È lo stesso contesto che emerge nell’altro capitolo dell’inchiesta «Ginestra», dedicato alle pressioni per l’assunzione del figlio Antonio nel servizio di portineria della centrale Enel di Rossano. Due vicende profondamente diverse, accomunate però da un elemento: il peso di un cognome che, secondo gli investigatori, poteva condizionare i rapporti economici e sociali del territorio. Anche quando in gioco c’erano soltanto trenta euro. (g.curcio@corrierecal.it)
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