Disarmare la storia, l’attualità delle Beatitudini in un tempo di macerie
Nel drammatico contesto contemporaneo, la beatitudine degli operatori di pace risuona come un mandato urgente, attivo e profondamente scomodo
Oggi, domenica 1° novembre, la Chiesa celebra la Solennità di Tutti i Santi, una festa che non guarda a un passato nostalgico, ma parla al presente. La liturgia propone il Discorso della Montagna (Mt 5,1-12a), che da molti è stato giustamente definito come “il manifesto politico e spirituale con cui Gesù capovolge le logiche del mondo”. Nel drammatico contesto contemporaneo – segnato da una “terza guerra mondiale a pezzi” – (Papa Francesco), conflitti sanguinosi ai confini dell’Europa, In africa e nel Medio Oriente, la beatitudine degli operatori di pace risuona come un mandato urgente, attivo e profondamente scomodo.
La contestualizzazione storica: il monte e l’autorità
Per comprendere la portata rivoluzionaria del testo di Matteo, occorre guardare alla sua cornice originaria. Scrivendo per una comunità di cristiani di origine ebraica, l’evangelista descrive Gesù che sale sul monte e si siede. Il monte evoca immediatamente il luogo dove Mosè ricevette i comandamenti. Gesù non abolisce quella legge, ma la porta al compimento, trasformando i precetti esterni in un’attitudine del cuore. Sedendosi – postura tipica dei maestri dell’epoca – Gesù assume un’autorità che scardina l’ordine costituito. Davanti all’oppressione dell’Impero Romano e alle risposte violente dei gruppi ribelli del tempo (come gli Zeloti), Egli indica una terza via: quella della mitezza, della giustizia, della pace e della riconciliazione.
Il pensiero di don Tonino Bello: la pace non è sedentarismo
Nessuno in tempi recenti ha incarnato questa pagina evangelica con la stessa audacia di don Tonino Bello, il vescovo che ha speso la vita per la nonviolenza e gli ultimi. Nel suo commento alle Beatitudini, don Tonino faceva notare come la parola greca makarios (beato) possa essere tradotta, secondo la radice semitica, con l’espressione “in piedi”. I beati non sono dei rassegnati che subiscono la storia, ma persone in cammino. Per don Tonino, la pace subiva spesso lo stesso fraintendimento delle Beatitudini: «La pace non è un dato, ma una conquista. Non un bene di consumo, ma il prodotto di un impegno. La pace richiede lotta, sofferenza, tenacia. Esige alti costi di incomprensione e di sacrificio. Rifiuta la tentazione del godimento. Non tollera atteggiamenti sedentari. C’è un’espressione terribile che usiamo: “Riposa in pace”. No! La pace è dinamica, è un cammino in salita. E gli operatori di pace sono artigiani che si sporcano le mani». Don Tonino ricordava che la pace ha un marchio di fabbrica, è “Made in Cielo”, ma cammina sulle gambe degli uomini attraverso la giustizia sociale. Finché le ricchezze saranno distribuite in modo iniquo, non potrà esserci vera pace.
L’audacia di “osare la pace” oggi
Applicare le Beatitudini oggi significa fare i conti con la tentazione della rassegnazione. Di fronte alle notizie di bombardamenti e tensioni internazionali, l’errore più grande è pensare che la pace sia un affare confinato solo alle cancellerie diplomatiche. L’invito di don Tonino a “osare la pace” si traduce nel presente attraverso tre binari quotidiani:
- Smantellare l’economia di guerra: Gridare, come faceva il vescovo di Molfetta, contro l’ingiustizia di spendere miliardi in armamenti mentre intere popolazioni muoiono di fame o mancano di cure fondamentali, ascoltare le grida degli agricoltori, pescatori e trasportatori italiani che fanno i conti con il caro gasolio;
- Curare il linguaggio: Nei social media e nel dibattito pubblico assistiamo a una costante fabbricazione di “nemici”. Essere puri di cuore e operatori di pace oggi significa disarmare le parole, rifiutando la logica del disprezzo dell’altro;
- La santità dei ponti: I santi celebrati il 1° novembre non sono eroi da nicchia, da far prendere aria ogni tanto attraverso le processioni, spesso inutili passeggiate per le vie dei Paesi, ma persone che hanno aperto varchi di dialogo dove c’erano muri. Sono coloro che hanno scelto la logica del perdono, l’unica capace di interrompere le catene storiche della vendetta.
La Solennità di Tutti i Santi, allora, non è una fuga dal mondo, ma una chiamata a starci dentro con criteri alternativi. Gli operatori di pace sono figli di Dio perché continuano la Sua stessa opera: ricucire i frammenti di un’umanità ferita, convinti che l’ultima parola della storia non spetti alla violenza, ma alla promessa di felicità del Vangelo. (redazione@corrierecal.it)
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