L’ombra delle ’ndrine sul Veneto: così il bancomat delle fatture false ripuliva i milioni delle cosche a Verona
Fondi neri, società civetta e ritorni del 35%: l’asse tra gli imprenditori locali e i clan Grande Aracri e Arena-Nicoscia smantellato dalla Finanza
ROMA «Una miriade di soggetti societari operanti in un sistema funzionale all’emissione di fatture per operazione inesistenti, tramite il quale frodare l’Iva e procurare guadagni ingenti, previa ripulitura dei profitti illeciti, a imprese riconducibili alle cosche Grande Aracri e Arena-Nicoscia». Una silenziosa e imponente operazione finanziaria sul territorio scaligero. Al centro della vicenda c’era un ingranaggio capace di connettere gli imprenditori locali ai capitali provenienti dalla Calabria. Gli accertamenti della Guardia di Finanza hanno verificato «l’obbiettiva inesistenza delle operazioni fatturate a società riconducibili a Giorgio Chiavegato, imprenditore veronese, e la loro successiva utilizzazione nelle dichiarazioni fiscali». Il contesto in cui si svolgevano i fatti era caratterizzato dalla «ramificazione in territorio veronese della cosca di Cutro facente capo a Nicolino Grande Aracri», una consorteria che investiva i propri proventi nel Nord Italia «finanziando attività almeno apparentemente lecite e ottenendo successivamente indietro i guadagni ripuliti». Dalle motivazioni della Corte di Cassazione emerge la ricostruzione dettagliata di un sodalizio criminale.
Il meccanismo delle fatture fittizie e i personaggi chiave
Il funzionamento del circuito criminale poggiava su una precisa ripartizione dei ruoli. Le imprese controllate di fatto dalla cosca «emettevano fatture per operazioni inesistenti ad altre imprese regolarmente operanti e interessate a detrarre irregolarmente l’Iva, in cambio di un corrispettivo concordato e pari all’importo delle imposte dovute e mai versate». Tra i personaggi chiave dell’ingranaggio figurava Domenico Mercurio, il quale «consegnava in nero il denaro ricevuto dai finanziatori calabresi» alle società di Chiavegato. Quest’ultimo commissionava lavori, pagati ma mai eseguiti, alla ditta Riillo e ad altre aziende.
Fondi neri, società “vuote” e la sparizione dei capitali
Grazie a questo giro di fatture fittizie, il Gruppo Chiavegato «disponeva così di consistenti detrazioni fiscali e riusciva anche a ripulire altri “fondi neri” derivanti da ulteriori sovraffatturazioni nell’ambito di servizi per la Fondazione Arena di Verona». I finti appaltatori, oltre a ripulire il denaro, «lucravano l’Iva non versata, dividendola con Mercurio». Il flusso finanziario veniva poi convogliato verso altre società «vuote», riconducibili all’organizzazione ’ndranghetistica, e fatto infine sparire «contestualmente al fallimento o alla messa in liquidazione di queste ultime, mediante trasferimento ad altri soggetti societari riconducibili a componenti della cosca ovvero a persone ad essa contigue».
L’intera operazione garantiva un ritorno economico altamente remunerativo per i finanziatori originari. Il denaro, così al contempo ripulito, era «poi nuovamente trasferito alle cosche iniziali finanziatrici, tramite i Riillo e Mercurio, con una maggiorazione del 35% (pari alla somma degli importi per l’Iva asseritamente dovuta e a una provvigione remunerativa del 13%)». Un’architettura finanziaria che, dopo le verifiche bancarie e i riscontri investigativi, è stata definitivamente smantellata dalle sentenze di merito e dal verdetto della Suprema Corte.
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