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Inchiesta Anemone

’Ndrangheta a Roma, chiesti oltre tre secoli di carcere per il gruppo Marando. Venti anni per Rosario e il figlio Francesco – NOMI

La requisitoria sul narcotraffico a San Basilio: richieste di pena per 24 imputati. Dalla «legge dei Marando» alle violenze contro i pusher dissidenti

Pubblicato il: 01/11/2026 – 8:03
di Gi. Cu.
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ROMA Oltre tre secoli di carcere. È questo il conto delle pene chieste dalla pubblica accusa per 24 imputati coinvolti nell’inchiesta «Anemone», l’indagine della Direzione distrettuale antimafia di Roma che nel luglio 2025 aveva svelato il presunto sistema di controllo del narcotraffico imposto dalla famiglia Marando nel quartiere romano di San Basilio. Complessivamente, le richieste ammontano a 312 anni, 8 mesi e 24 giorni di reclusione, con cinque posizioni per le quali vengono sollecitate pene da 20 anni.
La richiesta segna un nuovo passaggio giudiziario per un’inchiesta che aveva riportato alla luce la capacità di una famiglia di origine calabrese di radicarsi nella Capitale, governando una delle principali piazze di spaccio e mantenendo rapporti con organizzazioni criminali attive anche all’estero.

Venti anni per Rosario Marando e il figlio Francesco

Le richieste più pesanti riguardano Rosario Marando (1968), originario di Locri e indicato dagli investigatori come figura apicale dell’organizzazione, e il figlio Francesco Marando (1997). Per entrambi la pubblica accusa ha chiesto 20 anni di reclusione. Nel caso di Rosario Marando, la pena richiesta deriva da una base di 20 anni, aumentata a 30 per effetto della recidiva, delle aggravanti contestate e della continuazione, prima della riduzione per il rito. Analogo il risultato per Francesco Marando, per il quale la pena base di 20 anni è stata aumentata a 25 per l’aggravante prevista dall’articolo 416-bis.1 del Codice penale e successivamente a 30 per la continuazione, prima della riduzione finale. Venti anni sono stati chiesti anche per Marco Bettini, Marco Lenti e Arjan Sagajeva, mentre per Antonio, Luigi e altri esponenti della famiglia Marando le richieste sono inferiori. I calcoli contenuti nella requisitoria mostrano il peso attribuito dalla pubblica accusa alle aggravanti, alla recidiva e alla continuazione dei reati contestati. In diversi casi, infatti, le pene inizialmente individuate vengono sensibilmente aumentate prima dell’applicazione della riduzione prevista dal rito.

La «legge dei Marando» e il controllo dello spaccio a San Basilio

La requisitoria si inserisce nel procedimento nato dall’operazione «Anemone», eseguita l’8 luglio 2025 dai carabinieri del Ros e sfociata in 28 arresti. L’inchiesta, coordinata dalla Dda capitolina, aveva delineato una presunta associazione finalizzata al traffico di stupefacenti con forti collegamenti con la ‘ndrangheta calabrese e, in particolare, con gli ambienti criminali di Platì. Al centro del sistema, secondo gli investigatori, Rosario Marando avrebbe mantenuto il controllo di una vasta rete criminale, riuscendo a riorganizzare la piazza di spaccio di San Basilio a partire dall’estate del 2020 nonostante fosse sottoposto agli arresti domiciliari. Un’organizzazione articolata, nella quale ciascun componente avrebbe avuto compiti precisi: dall’approvvigionamento della droga alla distribuzione, dal controllo dei pusher alla gestione dei proventi. Un sistema capace, secondo l’accusa, di garantire guadagni consistenti ai suoi appartenenti, con una struttura gerarchica nella quale il ruolo della famiglia Marando sarebbe stato determinante. Il legame con la Calabria rappresenta uno degli elementi centrali della ricostruzione investigativa. Pur operando stabilmente nella Capitale, il gruppo avrebbe mantenuto rapporti con la propria area criminale di origine, riproducendo nel mercato romano degli stupefacenti modalità organizzative e intimidatorie riconducibili al metodo mafioso.

Il pusher torturato e la violenza come strumento di controllo

Tra gli episodi più inquietanti ricostruiti nell’inchiesta figura il rapimento e la tortura di un pusher considerato un «infame» dal gruppo criminale. La vicenda, già raccontata dal Corriere della Calabria attraverso gli atti investigativi, era stata documentata da dieci video recuperati dall’iPhone sequestrato a Francesco Marando. Le immagini, secondo gli investigatori, mostravano una lunga aggressione nei confronti di un giovane attivo nella piazza di spaccio denominata «La Lupa», a San Basilio. Il pusher sarebbe stato punito perché accusato di avere messo a rischio altri componenti dell’organizzazione durante un intervento delle forze dell’ordine. Un’aggressione che, nella prospettazione accusatoria, avrebbe avuto anche una funzione intimidatoria nei confronti degli altri soggetti impegnati nello spaccio. La violenza, dunque, non soltanto come punizione individuale, ma come strumento per imporre le regole del gruppo e scoraggiare eventuali tentativi di sottrarsi al controllo della famiglia Marando. Si tratta di uno dei filoni più significativi dell’inchiesta, che aveva ricostruito anche contrasti con pusher dissidenti e tensioni per il controllo delle attività illecite nel quartiere.

I tre latitanti arrestati a Ibiza

Tra i destinatari delle richieste di pena figurano anche Marco Lenti (1988), Alessio Di Pietro (2001) e Federico Mennuni (1997), i tre uomini legati al gruppo Marando arrestati nell’agosto 2025 a Ibiza, in Spagna, dopo essersi sottratti all’esecuzione delle misure cautelari dell’operazione «Anemone». Per Lenti la pubblica accusa ha chiesto 20 anni di reclusione, mentre per Di Pietro la richiesta è di 16 anni e per Mennuni di 8 anni, oltre a 40mila euro di multa. La cattura dei tre era arrivata grazie a un’operazione congiunta tra i carabinieri del Ros e la polizia spagnola. Durante le perquisizioni erano stati sequestrati denaro contante, gioielli, documenti falsi, sostanze stupefacenti e dispositivi elettronici. Secondo gli investigatori, Lenti e Di Pietro avrebbero avuto ruoli rilevanti nella gestione delle attività di spaccio, mentre il nome di Mennuni era emerso anche nella ricostruzione delle violenze contro il pusher considerato un traditore.

Tutte le richieste di condanna

Nel dettaglio, oltre alle cinque richieste da 20 anni per Rosario Marando, Francesco Marando, Marco Bettini, Marco Lenti e Arjan Sagajeva, la requisitoria indica:

  • 16 anni per Alessio Di Pietro, Beqir Mema e Pasquale Trimboli;
  • 14 anni e 8 mesi per Riza Muco e Gian Claudio Vannicola;
  • 14 anni per Fatjon Berisha, alias Bledar;
  • 13 anni, 4 mesi e 24 giorni per Marco Altomare;
  • 12 anni e 8 mesi per Angelo Turone;
  • 12 anni per Domenico Natale Perre;
  • 10 anni per Antonio Marando, Luigi Marando e Antonio Callipari, per quest’ultimo anche 80mila euro di multa;
  • 8 anni per Alessio Cervellini, Federico Mennuni, Maurizio Miconi, Elis Roga e Stefano Sbardella, con una multa di 40mila euro per Mennuni;
  • 7 anni e 4 mesi per Francesco Mozzetta;
  • 6 anni per Domenico Pangallo, oltre a 46mila euro di multa.

La pubblica accusa ha inoltre sollecitato la confisca delle somme di denaro e dei beni già sottoposti a sequestro, richiamando l’articolo 240-bis del Codice penale. (g.curcio@corrierecal.it)

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