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RELAZIONE ANTIMAFIA

’Ndrangheta, al Nord le imprese diventano «clienti» della mafia. Il mercato dei servizi illegali

Dalle false fatturazioni alla liquidità, fino all’acquisizione delle aziende in crisi. Il nuovo potere delle cosche passa anche attraverso gli imprenditori che cercano vantaggi illeciti

Pubblicato il: 03/11/2026 – 18:30
di Giorgio Curcio
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LAMEZIA TERME Non soltanto imprese da intimidire, imprenditori da taglieggiare e attività commerciali da assoggettare. Nel Nord Italia la ’ndrangheta ha sviluppato un modello operativo nel quale l’imprenditore può diventare cliente, partner o beneficiario dei servizi offerti dalle organizzazioni criminali. Un rapporto che non nasce necessariamente attraverso la minaccia, ma può svilupparsi intorno a una convenienza reciproca. È questo uno dei passaggi centrali della relazione sulla ’ndrangheta nell’Italia settentrionale, approvata il 3 novembre dalla Commissione parlamentare antimafia, presieduta da Chiara Colosimo.

La mafia che offre servizi alle imprese

La relazione descrive quella che definisce una «mafia mercatista», cioè capace di intercettare una domanda di illegalità proveniente da alcuni segmenti dell’economia formalmente legale. Il catalogo delle attività è, come facilmente immaginabile, molto ampio. Si va dalle false fatturazioni e le frodi Iva, fino alle società cartiere, la movimentazione di denaro contante e le esternalizzazioni illecite della manodopera, passando per le intestazioni fittizie, bancarotte, riciclaggio e acquisizione di aziende in difficoltà. L’organizzazione criminale di origine calabrese ma trapiantata da decenni al Nord, dunque, non si limita a reinvestire i proventi dei traffici illeciti, ma mette a disposizione strumenti capaci di garantire vantaggi economici a soggetti che operano nel mercato legale. Un’impresa, secondo quando si legge nella relazione, può ricorrere a questi circuiti per abbattere i costi del lavoro, ridurre il carico fiscale attraverso frodi, procurarsi liquidità o sottrarsi agli obblighi contributivi. Ma in questo modo, secondo la Commissione, il rapporto con la mafia può essere percepito come un’opportunità economica anziché come un’imposizione criminale.

Dalla convenienza alla dipendenza

È proprio nella trasformazione dei rapporti tra mafia e imprenditoria che la relazione individua uno degli aspetti più insidiosi. Nell’estorsione tradizionale, infatti, esiste una contrapposizione tra chi impone il pagamento e chi subisce la richiesta mentre nei nuovi rapporti economici l’incontro può avvenire sulla base di uno scambio: l’imprenditore ottiene un vantaggio illecito, l’organizzazione criminale incassa profitti, ricicla denaro e acquisisce relazioni e informazioni. E, quella che inizialmente appare come una collaborazione conveniente, può presto trasformarsi in una condizione di assoggettamento. L’impresa, infatti, rischia progressivamente di perdere la propria autonomia, mentre l’organizzazione acquisisce la possibilità di condizionarne le scelte. Tradotto: la mafia non deve necessariamente conquistare un’azienda con la forza, può invece entrare attraverso un servizio, un finanziamento, un’operazione commerciale e consolidare successivamente il proprio potere.

Professionisti, prestanome e l’«area grigia»

La trasformazione richiede competenze che non appartengono necessariamente agli affiliati, per questo motivo, secondo quanto emerge dalla relazione, assumono un ruolo centrale professionisti, consulenti, intermediari finanziari, imprenditori e prestanome. È la cosiddetta «area grigia», quella che nella ricostruzione della Commissione non rappresenta più soltanto un ambiente esterno alle organizzazioni mafiose, ma uno spazio nel quale si costruiscono rapporti di convenienza e cointeressenze. Un professionista, ad esempio, può mettere a disposizione competenze societarie o fiscali senza appartenere alla ’ndrangheta e un imprenditore può utilizzare servizi illegali senza essere affiliato. Un soggetto inserito nell’amministrazione può favorire determinate operazioni attraverso informazioni, omissioni o decisioni. Sono relazioni che consentono ai capitali criminali di entrare nel mercato e, soprattutto, di rimanervi.

«La criminalità economica modella quella mafiosa»

Il cambiamento viene sintetizzato dal procuratore di Milano Marcello Viola con un’affermazione riportata nella relazione: «Non è la criminalità mafiosa che conforma e modella la criminalità economica, è la criminalità economica che conforma e modella la criminalità mafiosa». Una lettura che ribalta la rappresentazione tradizionale delle infiltrazioni, nella quale un’organizzazione criminale penetra dall’esterno in un tessuto economico sostanzialmente sano. Nel modello descritto dall’Antimafia, invece, la presenza mafiosa può diventare una componente stabile di circuiti economici alimentati anche dalla disponibilità di operatori apparentemente legali. Questo non significa che la ’ndrangheta abbia abbandonato la propria natura violenta. La forza intimidatrice rimane una risorsa fondamentale, anche quando non viene esercitata apertamente. La reputazione criminale, i legami familiari e il rapporto con le cosche calabresi continuano a garantire riconoscibilità e capacità di condizionamento.

Il rischio di una mafia che non si vede

La conseguenza più grave è l’alterazione della concorrenza. Le imprese che ricorrono ai servizi criminali possono disporre di risorse e vantaggi illegittimi, sottraendo spazio agli operatori che rispettano le regole. Per questo la Commissione richiama la necessità di riconoscere i segnali della presenza mafiosa non soltanto negli incendi, nelle minacce e nelle estorsioni, ma anche nelle anomalie fiscali, nei bilanci, nelle catene societarie, nei subappalti e nei flussi finanziari. La ’ndrangheta conserva la propria identità calabrese, ma adatta gli strumenti alle opportunità offerte dai territori settentrionali. E la minaccia più insidiosa, secondo la relazione, è che il suo ruolo finisca per essere considerato una componente ordinaria del funzionamento economico e sociale. (g.curcio@corrierecal.it)

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