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INCHIESTA KLEOPATRA

’Ndrangheta, il potere di Vitale sui traffici dei Gallace anche dai domiciliari. «Dove c’è Tigre non si mette nessuno»

Le conversazioni tra Pasquino e Romeo raccontano l’influenza del 50enne di Guardavalle. Secondo la Dda avrebbe coordinato importazioni di cocaina e movimentazioni di denaro anche durante la detenzion…

Pubblicato il: 03/11/2026 – 10:15
di Giorgio Curcio
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LAMEZIA TERME «Dove c’è Tigre non si mette nessuno compa’». È il 30 novembre 2020 quando Vincenzo Pasquino, all’epoca latitante in Brasile, scrive queste parole in una conversazione criptata con Antonio Romeo. Parlano di cocaina, dei rapporti con i fornitori sudamericani e degli equilibri che regolano gli affari dei narcos calabresi. Ma soprattutto parlano di Domenico Vitale, classe 1976, di Guardavalle, alias “Tigre”. Un personaggio che, secondo la Dda di Catanzaro, avrebbe avuto un ruolo centrale nel sistema internazionale di narcotraffico ricostruito nell’inchiesta “Kleopatra” (il suo è il troncone abbreviato del processo). Il particolare più significativo, però, è un altro. Mentre i suoi interlocutori lo descrivevano come un punto di riferimento imprescindibile per le importazioni di cocaina attraverso il porto di Gioia Tauro, Vitale era sottoposto a detenzione domiciliare a Guardavalle, misura terminata l’8 dicembre 2020. Una condizione che, nella ricostruzione degli investigatori della Guardia di Finanza, non gli avrebbe impedito di continuare a gestire contatti, spedizioni e movimentazioni di ingenti somme di denaro.

«Dove c’è Tigre non si mette nessuno»

È una conversazione del 30 novembre 2020 a restituire il peso attribuito a Vitale negli equilibri del narcotraffico. A parlare sono Vincenzo Pasquino, identificato nelle chat con il nickname “Ronaldo”, e Antonio Romeo, alias “Beckham”. Il primo racconta i precedenti rapporti con i trafficanti di Platì, i contatti con gli Assisi e il successivo avvicinamento agli ambienti criminali di Guardavalle. «Tigre non è un fesso compa», osserva Romeo. E Pasquino rincara la dose, sottolineando l’influenza della famiglia Vitale, i cosiddetti “Manganari”, ritenuti legati alla cosca Gallace: «Si ma la famiglia di tigre e forte compa […] Ma forteeeeee». Il passaggio decisivo arriva quando Romeo cerca di comprendere a chi debba rendere conto Pasquino per le spedizioni dirette a Gioia Tauro. La risposta è eloquente: «A tigre solo». E ancora: «Se facciamo gioia con te c’è tigre e lui la gestisce». Secondo gli investigatori, quelle parole delineano una precisa distribuzione delle responsabilità all’interno della presunta organizzazione criminale. Al vertice ci sarebbe Cosimo Damiano Gallace, indicato dalla Dda come il principale riferimento della struttura, mentre a Vitale sarebbe stata affidata la gestione operativa dei flussi di cocaina destinati allo scalo portuale della Piana.

La regia dei traffici durante la detenzione domiciliare

Nelle carte dell’inchiesta “Kleopatra”, la Guardia di Finanza descrive Vitale come un uomo capace di coordinare operazioni internazionali pur trovandosi sottoposto a una misura restrittiva della libertà personale. Fino all’8 dicembre 2020, infatti, il 50enne era in detenzione domiciliare a Guardavalle. Eppure, secondo l’accusa, avrebbe continuato a intrattenere rapporti con fornitori e intermediari, seguendo i movimenti dei container e le operazioni necessarie a finanziare le spedizioni di stupefacenti. Il suo ruolo, nella ricostruzione della Dda, non si sarebbe limitato alla raccolta del denaro. Vitale avrebbe individuato e ingaggiato personalmente le squadre incaricate di recuperare la droga nei porti, mantenendo rapporti con i referenti sudamericani e intervenendo direttamente nelle fasi organizzative delle importazioni. Un’attività che si sarebbe sviluppata sotto l’egida di Gallace e in stretto collegamento con Cesare Antonio Arcorace, alias “Kleopatra”, il broker del narcotraffico latitante dal 29 gennaio 2025. Gli investigatori descrivono quest’ultimo come una figura operativa di primo piano, inserita in un rapporto anche gerarchico con Vitale.

I 35 chili dal Brasile e i soldi per Pasquino

Uno degli episodi più significativi risale proprio al periodo della detenzione domiciliare. Il 27 novembre 2020, all’aeroporto di Francoforte, la polizia tedesca sequestra 35 chili di cocaina provenienti da San Paolo, in Brasile. La droga è suddivisa in 35 panetti contrassegnati dal logo Mercedes-Benz e dalla scritta “CBR 1000 RR”, nascosti all’interno di una scatola di cartone caricata su un volo della compagnia LATAM. Nella spedizione viene utilizzato anche un localizzatore GPS. Secondo la Dda di Catanzaro, tra gli organizzatori dell’importazione figurerebbero proprio Vitale, Pasquino, Romeo e altri interlocutori internazionali, tra cui un albanese identificato nelle chat con l’alias “Trosky”. Le conversazioni dei giorni precedenti raccontano anche la movimentazione del denaro necessario all’operazione. Il 24 novembre Vitale interviene nella discussione sulle modalità con cui far arrivare i soldi in Brasile, indicando San Paolo come destinazione. Il giorno successivo Pasquino conferma di aver ricevuto 127.500 dollari, riconducibili alla quota d’investimento dell’interlocutore albanese, attraverso un intermediario soprannominato “Dollero”. Per riconoscere il corriere incaricato della consegna viene persino utilizzata una banconota da cinquanta reais brasiliani, il cui numero di serie funge da codice di riconoscimento. La spedizione, tuttavia, termina con il sequestro della cocaina e l’arresto, da parte della polizia tedesca, di Murat Zorlu, individuato come l’uomo incaricato del ritiro della droga.

Il carico dall’Ecuador e i 102 chili sequestrati a Gioia Tauro

Il secondo episodio conduce direttamente al porto di Gioia Tauro. Il 22 dicembre 2020 la Guardia di Finanza e il personale dell’Agenzia delle Dogane sequestrano oltre 102 chili di cocaina, suddivisi in 84 panetti e nascosti in un container di banane fresche. Il carico, annotano gli inquirenti, era partito da Puerto Bolivar, in Ecuador, con destinazione finale Koper, in Slovenia, ed era arrivato nello scalo calabrese il 19 dicembre a bordo della motonave “MSC Naomi”. Anche in questo caso, secondo gli inquirenti, dietro l’importazione ci sarebbero stati Gallace, Vitale e Arcorace, con la collaborazione di Pasquino e di alcuni referenti sudamericani identificati attraverso gli pseudonimi “Corincia”, “Fantasma” e “Harly”. Le chat consentono alla Guardia di Finanza di ricostruire gli accordi economici e la suddivisione della partita di stupefacenti. Circa la metà sarebbe stata destinata ai fornitori, mentre una quota di 25 chili sarebbe stata finanziata dall’organizzazione guardavallese. Il costo indicato negli atti per questa parte del carico è di 162.500 euro, con un investimento attribuito a Gallace pari a 74.750 euro. La vicenda, secondo la Procura, confermerebbe la capacità del presunto sodalizio di mettere insieme capitali, intermediari internazionali e contatti negli scali portuali. Un sistema nel quale Vitale, secondo l’accusa, avrebbe ricoperto un ruolo essenziale, «occupandosi delle operazioni necessarie a far arrivare la cocaina in Calabria».

Il rapporto con Gallace e il potere di «Tigre»

La posizione di Vitale assume un significato ancora più rilevante se letta attraverso l’organigramma dell’associazione ricostruito dalla Dda. Secondo l’accusa, infatti, «avrebbe avuto accesso diretto a Cosimo Damiano Gallace, raggiungendolo anche durante la latitanza per ricevere disposizioni e riferire sull’andamento delle trattative per le importazioni dalla Colombia e dal Perù». Quella che emergerebbe dalle intercettazioni sarebbe dunque «una figura di raccordo tra il vertice della presunta organizzazione mafiosa e la complessa macchina del narcotraffico internazionale». Un uomo che, secondo gli investigatori, «avrebbe continuato a impartire disposizioni e gestire affari di droga persino mentre si trovava in detenzione domiciliare a Guardavalle». (g.curcio@corrierecal.it)

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