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PROCESSO HYDRA

«Ti brucio vivo, qua comandiamo noi». Le minacce e il terrore di un imprenditore. E il brindisi durante il pestaggio

La drammatica testimonianza nel processo Hydra sulla presunta alleanza tra le mafie in Lombardia. Le violenze attribuite ai Nicastro, la paura di denunciare e il racconto dell’aggressione: «Mi sentiv…

Pubblicato il: 06/11/2026 – 6:29
di Giorgio Curcio
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MILANO «Mi sentivo una nullità». Il sangue che scende dal naso, gli schiaffi, le minacce. E poi un brindisi, con le bottiglie di birra, mentre lui continua a sanguinare. «Hanno fatto cin-cin davanti a me». C’è tutto questo nella deposizione di un imprenditore di Busto Arsizio, diventato testimone di giustizia e oggi sottoposto a un programma di protezione, ascoltato dai giudici del Tribunale di Milano nell’ambito del processo Hydra. Un racconto durissimo, che attraversa quasi mezzo secolo di vita, dall’emigrazione dalla Sicilia alle difficoltà incontrate in Lombardia, fino alle violenze e alle intimidazioni che l’uomo attribuisce ai Nicastro, imputati nel procedimento sulla presunta alleanza tra ’ndrangheta, Cosa nostra e camorra. «Ammazzami che io ti denuncio», racconta di aver detto a uno dei suoi aggressori mentre temeva per la propria vita. Una frase pronunciata nel mezzo di quello che descrive come un pestaggio, ma anche il punto di rottura di una storia fatta di paura, silenzi e minacce. Perché, secondo il commerciante, a Busto Arsizio c’erano persone che si comportavano come se potessero decidere chi dovesse lavorare, chi potesse entrare in un locale e chi fosse tenuto a pagare. «A Busto comandiamo noi». È una delle frasi che il testimone attribuisce a Dario Nicastro, accompagnata da un’altra minaccia: «Ti brucio vivo, ti do fuoco al locale».

Hydra e la presunta alleanza tra le tre mafie

La testimonianza si inserisce nel grande processo nato dall’inchiesta Hydra, coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Milano. Al centro delle indagini il cosiddetto «sistema mafioso lombardo», una presunta organizzazione nella quale, secondo la Procura, esponenti riconducibili a ’ndrangheta, Cosa nostra e camorra avrebbero collaborato per gestire affari, interessi economici e attività criminali nel Nord Italia. Una sorta di alleanza tra organizzazioni storicamente distinte, fondata, secondo l’accusa, anche sulla possibilità di utilizzare il prestigio criminale e la forza intimidatrice dei clan di appartenenza. Nel gennaio 2026 il filone celebrato con rito abbreviato si è concluso con 62 condanne e 18 assoluzioni, mentre altri 45 imputati sono stati rinviati a giudizio. Il gup ha riconosciuto, in quella sentenza di primo grado, l’esistenza dell’associazione mafiosa contestata dalla Dda. Nel processo ordinario figurano anche Dario Nicastro, il fratello Fabio e Francesco Nicastro, figlio di Dario, che secondo la ricostruzione accusatoria sarebbero riconducibili alla componente gelese legata al clan Rinzivillo, nell’ambito della presunta alleanza tra le mafie.

«I lombardi non ci volevano. Non ci affittavano la casa»

Prima delle minacce c’è un’altra storia. Quella di un ragazzo nato a Gela, cresciuto negli anni della guerra di mafia, quando la violenza faceva parte della quotidianità. «Ho assistito a omicidi da vicino», racconta ai giudici. Ricorda una macelleria nella quale venne ucciso il proprietario, gli spari per strada, le stragi. «C’erano stragi in quegli anni e non volevo stare là, me ne sono andato quindi». La Lombardia rappresenta la possibilità di costruirsi un futuro diverso. Ma l’arrivo al Nord non è semplice. «I lombardi non ci volevano. Non ci affittavano la casa. Quello era un periodo che eravamo visti come extracomunitari». Il testimone si commuove ripercorrendo gli anni dell’emigrazione. Ricorda le porte chiuse, le case che improvvisamente risultavano già affittate quando si presentava un meridionale, gli insulti. «Lavoravo ma non mi affittavano lo stesso». Con la moglie e la prima figlia vive per circa tre anni e mezzo in uno spazio ricavato all’interno della ditta nella quale lavora. «Vivevamo in 2 metri quadri, con un letto pieghevole che ci aveva comprato il datore di lavoro». Una vita di sacrifici, segnata anche da episodi dolorosi. E poi il lavoro, gli anni trascorsi in fabbrica, i figli che crescono. E il desiderio di offrire loro qualcosa di diverso. Quando il figlio decide di dedicarsi alla ristorazione, il padre ipoteca la casa per acquistargli un bar. Da quella prima attività nasceranno altri locali, fino alle difficoltà economiche provocate dalla pandemia.

I lavori di ristrutturazione e l’avvertimento: «Non sai con chi hai a che fare»

È durante il percorso imprenditoriale che l’uomo racconta di aver conosciuto Fabio Nicastro. Un familiare gli avrebbe suggerito di affidarsi alla sua impresa edile per i lavori di ristrutturazione di un nuovo locale. Il preventivo iniziale, secondo il testimone, oscillava tra 120mila e 150mila euro. Ma i lavori avrebbero incontrato difficoltà, con ritardi e imprese subappaltatrici che lamentavano mancati pagamenti. «Ti sto pagando, loro non sono pagati, perché i lavori non vanno avanti», racconta di aver chiesto a Nicastro. Alla fine, sostiene, avrebbe dovuto affrontare spese ben superiori a quelle previste, ricorrendo anche ai prestiti dei familiari. La cifra complessiva, nella sua ricostruzione, avrebbe raggiunto i 400-450mila euro. A un certo punto, un geometra gli avrebbe suggerito di fare attenzione, perché non sapeva con chi avesse a che fare. «Io non sapevo con chi avevo a che fare. Sentivo voci di popolo, ma non ho mai avuto a che fare con questi qua». Una vicenda sulla quale la difesa ha posto diverse domande e che dovrà essere valutata nel dibattimento. Lo stesso testimone, durante il controesame, ha precisato che Fabio Nicastro non lo avrebbe mai minacciato direttamente.

«Ti diamo 50mila euro». La proposta per un locale che non era in vendita

Le tensioni, secondo il racconto dell’imprenditore, sarebbero aumentate quando Francesco Nicastro avrebbe cominciato a frequentare uno dei locali della famiglia. «Voleva fare lui il padrone del locale», afferma il testimone. Racconta di litigi, provocazioni e consumazioni che qualcuno avrebbe preteso senza pagare. «Voleva comandare lui, fare lui il grande». Più volte, sostiene, sarebbe stato costretto ad allontanarlo. Fino a quando si sarebbero presentati Dario e Fabio Nicastro, insieme a Rosario Bonvissuto, per parlare di una possibile cessione dell’attività. Dario, secondo la deposizione, avrebbe sostenuto di aver visto il locale in vendita presso un’agenzia immobiliare per 60mila euro. Ma il proprietario non ne sapeva nulla. «Non avevo messo in vendita nessun locale». La proposta sarebbe stata comunque formulata: «Ascolta, facciamo una prova, ti diamo 50mila euro contanti quando usciamo dal notaio». L’imprenditore avrebbe rifiutato. Quell’attività rappresentava il risultato di anni di lavoro e una fonte di sostentamento per la vecchiaia. «Ci pagavo la pensione con questo locale». Secondo il testimone, dopo il rifiuto sarebbero arrivate nuove pressioni. Bonvissuto avrebbe prospettato la possibilità di costringerlo a chiudere e ad andarsene. Dario Nicastro, invece, lo avrebbe minacciato direttamente. «Se non dai a mio figlio quello che vuole e non lo fai entrare, ti strozzo con le mie mani». Parole che, secondo il commerciante, si accompagnavano a continue rivendicazioni di potere sul territorio. «A Busto comandiamo noi», avrebbero ripetuto, sostenendo che neppure polizia e carabinieri potessero contrastarli.

La sera del pestaggio: «Ammazzami che io ti denuncio»

Il racconto arriva al maggio 2021. È sera, il locale sta chiudendo nel rispetto delle limitazioni imposte durante la pandemia. L’imprenditore sta sistemando tavoli e ombrelloni quando, secondo la sua ricostruzione, Francesco Nicastro prende il telefono. «Sta arrivando», avrebbe annunciato sorridendo. Poco dopo si presentano Dario Nicastro e Rosario Bonvissuto. L’uomo racconta di essere stato colpito e circondato da più persone. «Non sono caduto perché mi hanno circondato». Poi il pestaggio prosegue all’interno dell’attività. Il testimone sostiene che le persone presenti sarebbero state allontanate e che gli aggressori avrebbero cercato di impedirgli di uscire mentre sanguinava. «Non volevano mi vedessero sanguinante fuori». Gli schiaffi, gli insulti, i colpi alla testa. Il commerciante racconta di aver cercato inutilmente di chiamare i soccorsi, ma di essere stato ostacolato. «Io stavo fermo, avevo paura che menassero più forte e non ho reagito». Poi, rivolgendosi a Dario Nicastro, avrebbe trovato la forza di pronunciare una frase. «Ammazzami che io ti denuncio». In quel momento, spiega, pensava davvero che lo avrebbero ucciso. «Mi sentivo una nullità». E mentre continuava a perdere sangue, sarebbe arrivato un altro gesto che gli è rimasto impresso. Francesco Nicastro avrebbe preso alcune birre e gli uomini avrebbero brindato davanti a lui. «Hanno preso le birre, si sono divisi le birre, hanno fatto cin-cin davanti a me». Bonvissuto, secondo il racconto, avrebbe anche sbattuto del denaro sul bancone, rimproverando al commerciante di aver preteso il pagamento di una birra durante un precedente incontro. «I soldi li ho ma tu hai il brutto vizio dei soldi, te lo devi togliere». Una dimostrazione di forza e di umiliazione, almeno nella ricostruzione del testimone che racconta di essere rimasto immobile, temendo conseguenze ancora peggiori. «Mi picchiavano in testa», ha riferito ai giudici. Quando gli aggressori lasciano il locale, l’uomo sale in macchina e raggiunge i carabinieri. Viene soccorso e portato in ospedale. Il naso è fratturato, sarà necessario un intervento chirurgico. Ma le conseguenze non si esauriscono con l’operazione. «Da un lato ancora faccio fatica a respirare». E soprattutto: «Mi vengono sempre in mente loro da quel giorno, l’inferno vissuto a parole e a botte».

«La gente trema quando sente il loro nome»

Dalla deposizione dell’imprenditore, ora testimone di giustizia, emerge continuamente un altro elemento: la paura, e non soltanto quella vissuta personalmente dall’imprenditore, ma anche quella che, secondo il suo racconto, avrebbe condizionato commercianti, clienti e conoscenti. «Tanti a cui ho chiesto di fare da testimone hanno paura», afferma. Persone che avrebbero assistito a episodi di violenza ma che non avrebbero voluto esporsi. Il commerciante racconta di clienti picchiati, persone minacciate e vittime che avrebbero preferito non denunciare. «Non mi metto in questa situazione», sarebbe stata la risposta ricevuta da alcuni possibili testimoni. E poi una frase che descrive il clima che, a suo dire, si respirerebbe ancora oggi nella città lombarda. «La gente trema quando li sente nominare». Secondo l’imprenditore, le intimidazioni avrebbero avuto anche conseguenze sulla frequentazione della sua attività. «Ancora oggi, nel 2026, la gente ha paura di venire». Non tutti gli episodi riferiti in aula sono frutto di una sua conoscenza diretta: per alcuni il testimone ha riportato quanto appreso da altre persone. Circostanze che dovranno essere sottoposte alla verifica del Tribunale, insieme alle contestazioni delle difese.

Il metodo mafioso e il significato della testimonianza per Hydra

È proprio il possibile clima di intimidazione e assoggettamento a rappresentare uno degli aspetti centrali della deposizione. Nel corso dell’udienza, la pm Alessandra Cerreti ha difeso la necessità di ricostruire anche il passato personale del testimone, dopo che una delle difese aveva sollevato perplessità sull’utilità processuale di ripercorrere episodi così dolorosi. «Per chiunque abbiamo necessità ed esigenza di ricostruire la sua attendibilità che passa anche per il suo vissuto», ha spiegato la magistrata. E ancora: «Abbiamo un tema di associazione mafiosa, metodo di controllo del territorio, su cui impattano le dichiarazioni di Picone». Per la Procura, dunque, il racconto delle minacce e delle aggressioni può contribuire a dimostrare non soltanto l’esistenza di singoli episodi di violenza, ma anche l’eventuale capacità di esercitare un potere intimidatorio sul territorio. E il testimone, dal canto suo, non ha utilizzato mezzi termini per descrivere le persone che ritiene responsabili di quanto subito. «Loro sono dei mafiosi».

«Adesso respiro da quando c’ho la scorta»

La violenza, racconta l’imprenditore, ha lasciato conseguenze che vanno ben oltre le ferite fisiche. Davanti ai giudici ha riferito di essere seguito da uno psicoterapeuta e di aver ricevuto una diagnosi di disturbo post-traumatico da stress. A sostenerlo, racconta, sono stati soprattutto i familiari. «La mia famiglia mi ha sostenuto nella denuncia, specialmente i miei figli». Oggi vive sotto protezione. Ha riferito che, da quando gli è stata assegnata la scorta, non si sono verificati altri episodi analoghi, anche se il ricordo delle minacce continua ad accompagnarlo. «Prima tenevo sempre la porta chiusa del locale. Ogni rumore che sentivo sobbalzavo», ha spiegato. Una paura che, nelle sue parole, si è progressivamente attenuata grazie alla protezione dello Stato. (g.curcio@corrierecal.it)

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