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IL VANGELO DELLA DOMENICA

Il tempo che non torna: l’olio della prontezza e la porta chiusa

Ci sono appuntamenti nella vita, occasioni d’amore, di servizio, di vicinanza, di conversione e di presenza, che non permettono repliche

Pubblicato il: 08/11/2026 – 8:50
di Ennio Stamile
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Nel cuore dell’autunno, mentre la liturgia si avvia verso le ultime domeniche dell’anno liturgico, la parola di Gesù ci raggiunge con la gioia di un invito a nozze e con la forza di un risveglio improvviso. Il Vangelo di questa XXXII domenica (Mt 25, 1-13) ci mette davanti a una scena notturna, tesa e profondamente umana: dieci ragazze che attendono l’arrivo di uno sposo per dare inizio a una festa. Cinque sono sagge, cinque sono stolte (o spensierate).  Gesù in questa parabola ci descrive il regno di Dio come una grande festa nuziale, ben diversa da quelle che ormai da troppi decenni siamo abituati a vivere: interminabili, noiosi e costosissimi pranzi nei ristoranti, vissuti con il perenne dubbio se nella busta abbiamo inserito l’offerta giusta. Il regno di Dio è una festa senza buste da riempire ristoranti da scegliere, semplicemente una gioia infinita da vivere e condividere. Protagoniste di questo racconto parabolico, oltre allo sposo rimasto anonimo, sono dieci vergini. La differenza tra di loro non sta nelle intenzioni – tutte vogliono far festa, tutte si addormentano quando lo sposo tarda – ma in un dettaglio invisibile fino a mezzanotte: la scorta d’olio nei piccoli vasi.

La trappola del rinvio

Spesso leggiamo questa parabola come un trattato sulla moralità o sul giudizio finale, ma la sua urgenza è straordinariamente attuale. Rappresenta la nostra quotidiana tentazione di vivere procrastinando le cose essenziali. Rimandiamo il perdono,  la cura della nostra vita interiore, il bene che potremmo compiere oggi dicendo a noi stessi che ci sarà un “domani” più comodo in cui saremo in grado di farlo. Le cinque ragazze stolte non sono malvagie; sono semplicemente convinte di avere ancora tempo. Ma il grido nella notte – «Ecco lo sposo! Andategli incontro!» – rompe l’illusione. Ci sono appuntamenti nella vita, occasioni d’amore, di servizio, di vicinanza, di conversione e di presenza, che non permettono repliche. Se non si colgono quando passano, la porta si chiude. Cos’è quest’olio che non si può prestare? A un primo sguardo, il rifiuto delle vergini sagge di spartire il proprio olio con le compagne rimaste al buio può sembrare egoista. Ma l’olio della parabola non è un bene materiale. Rappresenta la nostra intimità più profonda vissuta con Dio, la fede che si traduce in gesti e scelte concrete, la passione quotidiana che tiene accesa la speranza. L’olio è la consistenza interiore di una persona, ciò in cui crede e per questo agisce:  non si può prendere in prestito la fede di un altro;  non si può vivere di rendita sulle preghiere e la carità dei genitori o sulla quella degli amici parenti e conoscenti. Al momento dell’incontro decisivo, ognuno si presenta con la propria lampada e con l’olio che ha faticosamente custodito nei vasi della propria esistenza. Il pensiero filosofico di Chistian Bobin ci aiuta a comprendere  in maniera semplice  cosa significhi credere: “la fede è ciò che arde”. È un fuoco interiore, una passione e una luce che dà calore agli altri, che trasforma l’esistenza e impedisce alla vita di spegnersi nella rassegnazione o nell’aridità.

Abitare il presente con responsabilità

Gesù non ci chiede di rimanere ansiosamente svegli la parabola dice chiaramente che anche le sagge si assopiscono – ma ci chiede di essere pronti, non lasciare che la nostra vita si svuoti di significato, non permettere che la routine spenga il desiderio di Dio e dell’altro. L’invito finale di questa domenica, «Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora», non è una minaccia, ma un atto di profondo realismo. Ci ricorda che il tempo presente è l’unico spazio reale che abbiamo per vivere in pienezza. La vera sapienza non sta nel fare cose straordinarie, ma nel riempire i vasi della nostra quotidianità con l’olio della fede, della passione per la polis che abitiamo, dell’ascolto, della condivisione, della carità. Come ci ricorda San Bernardo da Chiaravalle «Habet mundus iste noctes suas et non paucas» “ogni epoca ha le sue notti e (le nostre) non sono poche”. Per il grande teologo e dottore della Chiesa, la notte non è solo l’assenza di luce fisica, ma rappresenta i periodi di crisi, smarrimento valoriale, violenza, incertezza o declino morale che ciclicamente colpiscono questo vecchio mondo. Nonostante il riconoscimento delle difficoltà del proprio tempo storico, il pensiero di San Bernardo non scivola mai nella condanna sterile o nella disperazione. Al contrario, la consapevolezza del “buio” serve a ridestare la necessità della testimonianza e della speranza cristiana, ricordando che ogni notte è destinata a confrontarsi con l’attesa dell’alba. Allora apriamo mente e cuore affinché nessuna mezzanotte ci colga impreparati e al buio.

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