La politica delle lampadine, quando si smette di immaginare il futuro
Da qualche tempo diventa persino difficile trovare uno spunto nuovo per scrivere di politica
Da qualche tempo diventa persino difficile trovare uno spunto nuovo per scrivere di politica. Le notizie si susseguono, i protagonisti restano gli stessi, gli annunci si ripetono e i problemi continuano ad aspettare soluzioni. Si ha la sensazione di assistere ogni giorno alla replica della medesima rappresentazione, con qualche variazione nei titoli e una quantità crescente di video, fotografie e reel. La politica sembra avere trovato una nuova occupazione a tempo pieno: raccontare se stessa. Ministri, parlamentari, presidenti, assessori e amministratori locali sono impegnati in una competizione permanente per conquistare qualche secondo di attenzione. Ogni iniziativa diventa un risultato straordinario, ogni finanziamento una conquista storica, ogni intervento un’occasione per celebrare capacità amministrative che, a giudicare dalla frequenza degli annunci, dovrebbero avere già trasformato profondamente il Paese. Eppure, osservando le condizioni reali di tanti territori, questa trasformazione continua a essere difficile da riconoscere. A livello nazionale, dopo quasi un’intera legislatura, tornano puntualmente alla ribalta promesse elettorali rimaste incompiute. Si annunciano piccoli benefici, agevolazioni per singole categorie, interventi temporanei presentati come grandi conquiste sociali. La programmazione economica sembra procedere attraverso una distribuzione selettiva di provvedimenti, ciascuno destinato a intercettare una parte dell’elettorato. Nel frattempo, nei territori, si afferma una forma di populismo amministrativo che meriterebbe ben maggiore attenzione. È quella che potremmo definire la politica delle lampadine.
Una strada asfaltata, una buca riparata, un lampione sostituito, qualche intervento di pulizia o manutenzione diventano occasioni per video celebrativi e dichiarazioni trionfali. Attività che dovrebbero appartenere al normale funzionamento degli uffici comunali vengono trasformate in grandi imprese politiche. Il fenomeno riguarda ormai tanto i piccoli centri quanto realtà urbane ben più importanti, nelle quali dovrebbe formarsi una classe dirigente capace di affrontare questioni economiche, sociali e amministrative complesse. Proprio in queste realtà, dove dovrebbero maturare competenze e visioni destinate a esprimersi anche su scala regionale e nazionale, assistiamo spesso alla progressiva sostituzione della politica con una sorta di ufficio manutenzione permanente, dotato però di un efficientissimo servizio di comunicazione. Naturalmente le strade devono essere sistemate, i lampioni devono funzionare e gli spazi pubblici devono essere curati. Ma chi aspira a rappresentare una comunità dovrebbe possedere capacità che vadano ben oltre la segnalazione di un guasto o la sollecitazione di un intervento ordinario. Il problema diventa ancora più serio quando proprio questo genere di attività costituisce il principale strumento di costruzione del consenso. Chi riesce a conquistare una certa popolarità attraverso piccoli interventi territoriali finisce comprensibilmente per considerarsi pronto a incarichi di maggiore responsabilità. Il passaggio dal consiglio comunale alla Regione, e magari successivamente al Parlamento, viene vissuto come una naturale progressione di carriera. Ma la popolarità acquisita attraverso la gestione delle piccole necessità quotidiane non garantisce la capacità di affrontare problemi di dimensione e complessità ben diverse. E così rischiamo di ritrovarci nelle istituzioni rappresentanti privi di una preparazione adeguata sui grandi temi economici, produttivi e sociali, capaci soprattutto di assicurare fedeltà agli schieramenti di appartenenza. Uomini e donne dell’alzata di mano, più che della proposta. Della presenza, più che dell’elaborazione. Dell’annuncio, più che della programmazione. In Calabria questo meccanismo assume un significato particolarmente preoccupante. Una regione che avrebbe bisogno di ripensare profondamente il proprio modello di sviluppo continua a misurarsi con problemi strutturali che richiedono competenze, coraggio e capacità di programmazione. Eppure, mentre si moltiplicano le apparizioni sui social, viene spontaneo domandarsi quanti cittadini conoscano effettivamente i propri rappresentanti in Parlamento e, soprattutto, sappiano indicare quali iniziative significative abbiano assunto per modificare le prospettive del territorio. Ancora più singolare è osservare figure presenti nelle istituzioni da quindici o vent’anni continuare a proporsi come interpreti del rinnovamento, quasi che cambiare incarico equivalga a ricominciare ogni volta una nuova esperienza politica. Questa progressiva selezione della classe dirigente sulla base della capacità di raccogliere consenso immediato finisce per produrre conseguenze che vanno ben oltre i confini locali. A livello nazionale assistiamo a un continuo confronto tra ministri e forze politiche per ottenere qualche risorsa aggiuntiva da destinare a questo o quel provvedimento. Ogni componente della maggioranza cerca di portare a casa qualcosa da esibire al proprio elettorato, mentre le risorse disponibili restano limitate e le grandi questioni strutturali continuano a essere rinviate. Il problema economico di fondo è evidente: un Paese che non riesce ad aumentare adeguatamente la propria produttività, a sviluppare investimenti e a generare nuova ricchezza avrà sempre maggiori difficoltà a finanziare servizi pubblici, welfare e politiche di sviluppo. Le risorse non sono necessariamente destinate a diminuire in valore assoluto, ma rischiano di diventare sempre più insufficienti rispetto ai bisogni e agli impegni dello Stato. E la produttività di un Paese non cresce riparando una buca, inaugurando una rotonda o distribuendo qualche agevolazione temporanea. Richiede politiche industriali, formazione, ricerca, infrastrutture, innovazione, capacità amministrativa e soprattutto una classe dirigente preparata a comprendere le trasformazioni prima che queste producano conseguenze difficilmente reversibili. Occorrono persone capaci di capire quale direzione prendere quando la curva è ancora lontana. La sensazione, invece, è che buona parte della nostra classe politica sia già nel pieno della curva, senza essersi accorta della direzione che sta prendendo. O, peggio ancora, fingendo di non accorgersene. Il fenomeno attraversa tutti i livelli istituzionali. Nei territori emergono piccoli Masaniello della manutenzione, elevati al rango di grandi interpreti delle esigenze popolari. Ai livelli superiori troviamo politici di lungo corso pronti a cavalcare qualunque argomento possa garantire visibilità e conservazione del consenso. L’immigrazione, un fatto di cronaca, una protesta, una polemica diventano occasioni per occupare la scena pubblica, spesso senza che alle dichiarazioni seguano proposte credibili e risultati verificabili.
Anche sulla scena internazionale assistiamo a una progressiva spettacolarizzazione della politica. Il linguaggio della provocazione e della ricerca dell’attenzione immediata arriva a prevalere persino nei comportamenti di leader chiamati ad assumere decisioni che riguardano il destino di milioni di persone, ed i social hanno certamente amplificato questa trasformazione, offrendo a chi governa la possibilità di costruire quotidianamente una rappresentazione della propria attività, spesso sottraendosi al confronto e alla verifica dei risultati.
Ma l’aspetto più preoccupante di questa deriva riguarda i cittadini.
Quando la politica rinuncia a proporre grandi obiettivi, anche le aspettative collettive finiscono progressivamente per ridimensionarsi. Ci si abitua a chiedere sempre meno, a considerare straordinario ciò che dovrebbe essere ordinario, a giudicare un rappresentante pubblico sulla base della sua disponibilità a risolvere una piccola questione personale o territoriale.
Una lampadina sostituita diventa una prova di buona amministrazione. Una pratica sbloccata diventa un favore da ricordare. Una presenza costante sui social viene scambiata per impegno istituzionale.
E mentre il cittadino si accontenta, la politica perde ogni incentivo a migliorare.
Si crea così un circolo vizioso nel quale la riduzione delle aspettative favorisce la selezione di una classe dirigente sempre meno preparata, la cui inadeguatezza produce ulteriore sfiducia e allontanamento dalla partecipazione pubblica. Chi è impegnato quotidianamente ad affrontare difficoltà economiche, familiari e lavorative finisce per considerare la politica un mondo distante, popolato da professionisti del consenso preoccupati soprattutto di conservare le proprie posizioni. E proprio questo progressivo abbandono della partecipazione lascia ancora più spazio a chi della politica ha fatto una professione permanente.
È probabilmente questa la conseguenza più grave della situazione attuale: una società che smette di pretendere una classe dirigente migliore finisce per considerare normale anche la mediocrità.
Recuperare una politica capace di programmare significa allora ricostruire anche una domanda di buona politica da parte dei cittadini. Tornare a chiedere competenza, preparazione, risultati misurabili, idee capaci di andare oltre la prossima scadenza elettorale. Significa pretendere che chi aspira a governare una città, una regione o un Paese sappia spiegare quale futuro intende costruire, con quali strumenti, attraverso quali risorse e assumendosi quali responsabilità.
Le grandi trasformazioni non si improvvisano quando i problemi sono ormai esplosi, richiedono studio, capacità di previsione e il coraggio di compiere scelte i cui risultati potrebbero maturare quando chi le ha assunte non ricoprirà più alcun incarico. È questa, forse, la differenza più profonda tra chi considera la politica un servizio alla collettività e chi la vive come una successione di postazioni da conquistare e conservare.
Il rischio che stiamo correndo è quello di consegnare alle nuove generazioni una società impoverita nelle opportunità, nelle ambizioni e persino nella capacità di immaginare un futuro diverso, e sarebbe davvero una ben magra consolazione lasciare loro un Paese senza prospettive, ma con tutte le lampadine finalmente funzionanti.
Osservatorio per il Socialismo Riformista “Anna Kulischioff”
