Hydra, Nicastro rompe il silenzio dopo le accuse del testimone: «Ci conosciamo da una vita». E la telefonata intercettata accende lo scontro
Dopo la drammatica deposizione dell’imprenditore di Busto Arsizio, Dario Nicastro contesta la ricostruzione dei loro rapporti. In aula ascoltata anche una conversazione tra il testimone e il fratello…
MILANO «Ci conosciamo da una vita». Dopo ore di deposizione in aula dal testimone di giustizia che, davanti ai giudici del processo Hydra, ha raccontato le minacce, le intimidazioni e il pestaggio che sostiene di aver subito a Busto Arsizio, è Dario Nicastro a prendere la parola. Quella dell’imprenditore è stata a tratti una ricostruzione drammatica, alla quale poi l’imputato ha replicato personalmente, partendo da un elemento preciso: i rapporti tra le rispettive famiglie, le conoscenze risalenti all’infanzia e i legami personali che, secondo Nicastro, il testimone non avrebbe adeguatamente rappresentato. Un episodio diventato cruciale nel corso dell’udienza davanti all’ottava sezione penale del Tribunale di Milano, nell’ambito del processo sulla presunta alleanza tra ’ndrangheta, Cosa nostra e camorra in Lombardia.
«Ci conosciamo da una vita». La versione dell’imputato
Non solo la testimonianza dell’imprenditore, ma anche dal lungo controesame delle difese e dalla riproduzione di una telefonata intercettata pochi giorni dopo l’aggressione del maggio 2021.
Il testimone aveva raccontato di aver conosciuto Fabio Nicastro in occasione di alcuni lavori di ristrutturazione affidati alla sua impresa edile e di non aver avuto rapporti abituali con la famiglia. Aveva anche spiegato di essere venuto a conoscenza soltanto recentemente di un lontano legame di parentela. Una ricostruzione che Dario Nicastro contesta nelle dichiarazioni spontanee rese al termine dell’udienza. «Ci conosciamo da una vita», sostiene l’imputato, richiamando episodi e frequentazioni familiari che risalirebbero addirittura all’infanzia trascorsa a Gela. Nicastro afferma che sua madre avrebbe accudito il testimone quando era ragazzo e ricorda incontri tra le rispettive famiglie, occasioni conviviali e conoscenze comuni. Una versione diversa, dunque, da quella fornita dall’imprenditore, che aveva invece sottolineato come la sua vita lavorativa in Lombardia si fosse svolta sostanzialmente lontano dai Nicastro. Il testimone, peraltro, non aveva escluso l’esistenza di rapporti con alcuni familiari degli imputati, aveva parlato a lungo di un cognato attraverso il quale avrebbe conosciuto Fabio Nicastro quando si trovò nella necessità di ristrutturare un locale commerciale. La questione, dunque, non riguarda soltanto l’esistenza di conoscenze comuni, ma soprattutto la natura e l’intensità dei rapporti precedenti ai fatti contestati.
La telefonata del 24 maggio 2021
Uno dei momenti più significativi dell’udienza è stata la riproduzione di una conversazione telefonica intercettata il 24 maggio 2021, alle 16.48, tra il testimone e Fabio Nicastro. La telefonata risale a pochi giorni dopo l’aggressione del 18 maggio, denunciata dall’imprenditore il giorno successivo. Un elemento viene chiarito immediatamente: a chiamare Fabio Nicastro è stato il testimone. La conversazione, in dialetto gelese, presenta difficoltà di comprensione. Durante l’ascolto il Tribunale decide quindi di avvalersi anche della trascrizione predisposta dalla polizia giudiziaria, in attesa della versione peritale. È proprio il contenuto di questa intercettazione a diventare uno dei temi del controesame. La difesa, quindi, ha richiamato alcuni passaggi nei quali l’imprenditore avrebbe utilizzato espressioni di affetto nei confronti di Fabio Nicastro, tra cui «ti voglio bene». Parole che i difensori pongono in relazione con le dichiarazioni rese dal testimone sui rapporti precedenti e sulle pressioni che sostiene di aver subito. «Perché utilizzare espressioni tanto confidenziali nei confronti di una persona legata alla famiglia alla quale vengono attribuite intimidazioni e violenze?». Questo il senso delle domande rivolte all’imprenditore durante il controesame.
«Mi sono fidato di lui»
Il testimone prova a chiarire il contesto. Spiega di aver conosciuto Fabio Nicastro molti anni prima, quando gli aveva affidato i lavori di ristrutturazione della propria attività. «Mi sono fidato di lui», afferma, ricordando che quella conoscenza risaliva al periodo in cui era stato realizzato il locale. Soprattutto, insiste su una circostanza: i contatti successivi all’aggressione sarebbero avvenuti mentre era in rapporto con un ispettore di polizia, al quale riferiva quanto stava accadendo. L’imprenditore sostiene di aver raccontato continuamente la situazione alle forze dell’ordine e di aver seguito le indicazioni ricevute. La difesa, invece, si sofferma sulla successione delle telefonate e delle dichiarazioni rese nel corso del tempo, chiedendo chiarimenti su alcuni passaggi che ritiene non pienamente coerenti. Viene richiamato anche un incontro avvenuto nei giorni successivi all’aggressione, che i difensori collocano all’inizio di giugno 2021. Il testimone non ricorda con precisione la data, ma conferma che Fabio Nicastro si sarebbe presentato proponendogli del denaro per mettere fine alla vicenda. Secondo la sua ricostruzione, gli avrebbe offerto una somma in cambio del ritiro della denuncia. Una circostanza che l’imprenditore aveva già riferito durante l’esame della Procura e sulla quale i difensori insistono per ricostruire i contatti intercorsi dopo il pestaggio.
Le contestazioni sulla ricostruzione dell’aggressione
Il controesame affronta anche alcuni particolari della violenza denunciata dall’imprenditore. Una delle questioni riguarda l’orario dell’aggressione. Il testimone la colloca intorno alle 22, ma la difesa richiama precedenti dichiarazioni nelle quali aveva fatto riferimento alle 18. L’uomo spiega di ricordare soprattutto che stava chiudendo il locale, nel periodo delle restrizioni legate alla pandemia, e di non essere in grado di indicare con esattezza l’orario. Un altro punto riguarda il ruolo di Rosario Bonvissuto. La difesa richiama alcune dichiarazioni precedenti nelle quali il testimone aveva riferito di aver sentito Bonvissuto invitare gli altri a interrompere l’aggressione. L’imprenditore ribadisce la propria ricostruzione, precisando che quelle parole non avrebbero significato, a suo giudizio, un tentativo di proteggerlo. Ha inoltre riferito di essere stato colpito anche da Bonvissuto, pur distinguendo quei gesti dalle violenze più gravi che sostiene di aver subito. È il terreno sul quale si sviluppa il contraddittorio: la Procura presenta la testimonianza come un elemento importante della ricostruzione accusatoria, mentre le difese cercano di verificarne attendibilità, cronologia e singole attribuzioni di responsabilità.
Il passato familiare e le dichiarazioni spontanee
Quando il testimone lascia l’aula, Dario Nicastro chiede di intervenire. L’imputato torna sui rapporti tra le famiglie e insiste sulla conoscenza personale dell’imprenditore, richiamando vicende che, nella sua versione, dimostrerebbero una frequentazione assai più risalente rispetto a quella descritta durante la deposizione. Parla anche di precedenti contrasti lavorativi del commerciante e della sua esperienza presso l’azienda nella quale aveva lavorato per anni. Sono dichiarazioni che introducono una versione alternativa del passato dell’imprenditore, senza modificare, da sole, il quadro delle contestazioni oggetto del processo. D’altra parte, lo stesso testimone ha riconosciuto durante il controesame che Fabio Nicastro non lo avrebbe mai minacciato personalmente, pur confermando le proprie dichiarazioni su altri episodi e sulla proposta economica ricevuta dopo la denuncia. Una precisazione rilevante, perché nel procedimento le posizioni e le condotte attribuite ai singoli imputati devono essere valutate separatamente.
Le due ricostruzioni davanti ai giudici
Alla fine della giornata restano dunque due versioni contrapposte. Da una parte il racconto di un commerciante che sostiene di aver subito intimidazioni, aggressioni e pressioni, fino a diventare testimone di giustizia e a entrare in un programma di protezione. Dall’altra le contestazioni delle difese e le dichiarazioni spontanee di Dario Nicastro, che richiama una lunga storia di rapporti personali e familiari con l’imprenditore. Nel mezzo, una telefonata intercettata, le dichiarazioni rese alla polizia e alla Procura e una serie di circostanze sulle quali il Tribunale sarà chiamato a pronunciarsi. (g.curcio@corrierecal.it)
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