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Fallara, un caso aperto

Il caso Fallara è ancora aperto. Nonostante i tentativi di rimozione ad opera del Palazzo, il suicidio della dirigente del settore Finanze e tributi del Comune di Reggio Calabria tiene ancora banco…

Pubblicato il: 29/07/2011 – 16:49
Fallara, un caso aperto

Il caso Fallara è ancora aperto. Nonostante i tentativi di rimozione ad opera del Palazzo, il suicidio della dirigente del settore Finanze e tributi del Comune di Reggio Calabria tiene ancora banco nei corridoi della Procura della Repubblica e incombe sulle stanze della politica. Corridoi e stanze
in cui si parla solo quando si ha la certezza di non essere ascoltati.
Sul fatto che Orsola Fallara si sia tolta la vita non ci dovrebbero essere dubbi stando alla richiesta di archiviazione avanzata al gip dai magistrati titolari dell’inchiesta sulla sua morte. Ma che la dirigente possa essere stata indotta, anche indirettamente, al suicidio è un altro discorso.
Resta un alone di mistero dai contorni torbidi. A partire dalla conferenza stampa, tenuta dalla Fallara poche ore prima di ingerire l’acido muriatico, durante la quale ha chiesto scusa all’ex sindaco Scopelliti che l’aveva appena scaricata addossandole, di fatto, tutta la responsabilità della gestione “allegra” delle casse comunali.
Finita la conferenza stampa, la Fallara trova forzata la sua auto da cui mancano alcuni documenti e un cellulare. Cosa contenevano quei documenti e quali segreti nascondeva quel cellulare?
Su questo, ancora, non si hanno notizie, ma sembra alquanto strana la coincidenza che, proprio quella sera, qualcuno abbia aperto una macchina parcheggiata nel centro storico di Reggio per rubare alcuni documenti e un telefonino. Ed è ancora più strana la tempistica della morte, poche ore dopo il furto regolarmente denunciato. Anche questo non è razionale: perché denunciare l’episodio quando la dirigente aveva già in mente di suicidarsi?
Ma la Fallara non è l’unica professionista morta in circostanze oscure mentre si trovava in un contesto che, da mesi, sembrava inquinato da apparati deviati. La sua non è la sola scomparsa sulla quale non è stata fatta piena chiarezza. Nel novembre 2006, due sicari hanno ucciso l’architetto Antonino Tripodi, funzionario della Provincia. Otto colpi di pistola esplosi in via Melacrino appena l’uomo aveva parcheggiato il suo furgoncino davanti alla propria abitazione. L’architetto Tripodi era impegnato nella costruzione di un albergo nei pressi di via Cardinale Portanova. Albergo che, oggi, è al centro di un’indagine che porta al Palazzo e a personaggi legati al dirigente comunale suicida.  
Sempre in via Melacrino, dieci metri più avanti, il primo febbraio 2008 viene ammazzato il broker Giovanni Filianoti, un uomo potente capace di spostare milioni di euro da un conto corrente all’altro e in poche ore. Stessa fascia oraria e stesse modalità di esecuzione. Due omicidi gemelli per quanto riguarda la dinamica dell’agguato. In entrambi manca ancora un movente e non sono stati individuati i responsabili.
Si è anche cercato di accostare il delitto Filianoti alle indagini sulla cosiddetta “mafia del mattone” senza però arrivare a nulla, a parte una montagna di soldi (13 milioni di euro circa) che dal ministero dell’Istruzione sono “volati” inspiegabilmente al Cairo. I misteri a Reggio hanno la puntualità di un orologio svizzero, così come gli omicidi strani. La sera del 7 gennaio due killer uccidono il parrucchiere ventiquattrenne Giuseppe Sorgonà mentre si trovava con il figlio in macchina. Il giovane lavorava presso l’istituto di bellezza che si trova a pochi metri dall’abitazione della Fallara ed a lei era legato da sentimenti di amicizia. Sul suo improvviso benessere economico indaga il pool che si occupa del caso Fallara.
Il 31 marzo scorso, alle sei del mattino, è stato ucciso Carmelo Morena, titolare di un negozio di vernici che era rimasto coinvolto nel 2007 nell’inchiesta “Vertice” contro la cosca Condello, ma era stato assolto. Neanche il tempo di bere il caffè che il sicario l’ha freddato davanti al bancone del bar Mina.
Un delitto strano che un filo rosso e sottile potrebbe collegare al suicidio della Fallara e agli omicidi dell’architetto Antonino Tripodi, del parrucchiere Giuseppe Sorgonà e del agente generale dell’Ina Assitalia, Giovanni Filianoti.
Un filo rosso che, se seguito, potrebbe svelare un sistema in cui si muovono liberamente personaggi inquietanti quanto ignoti. Personaggi capaci di sedere allo stesso tavolo con pezzi delle istituzioni e uomini delle ‘ndrangheta in un minestrone dove alcuni sapori vengono necessariamente sacrificati in nome del “bene comune” dello Stato. O dell’antistato.

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