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Il pentito Lo Giudice e l`anno che verrà

REGGIO CALABRIA Liste di buoni propositi, solenni promesse (disattese generalmente nel giro di pochi mesi), grandi impegni (altrettanto rapidamente derubricati) e speranze a pacchi. L’anno che inizia…

Pubblicato il: 01/01/2013 – 16:44
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Il pentito Lo Giudice e l`anno che verrà

REGGIO CALABRIA Liste di buoni propositi, solenni promesse (disattese generalmente nel giro di pochi mesi), grandi impegni (altrettanto rapidamente derubricati) e speranze a pacchi. L’anno che inizia è per buona parte dell’umanità scaraventata sulla terra, tempo di bilanci e prospettive. Ma se per buona parte della suddetta umanità è raro che il pensiero voli oltre la trimurti lavoro/salute/amore, c’è chi deve fare i conti con una situazione un po’ più complessa. Non deve essere un fine d’anno sereno per Nino Lo Giudice, il pentito che si è autoaccusato delle bombe e degli attentati che hanno scosso Reggio Calabria nel 2010, è oggi al centro di alcuni dei maggiori processi in corso in città, ma le sue rivelazioni – in un primo tempo considerate fondamentali – via via che l’attività istruttoria prosegue iniziano a scricchiolare.

LA LOQUACITÁ DEGLI INIZI Quel Lo Giudice quasi affetto dall`inarrestabile logorrea degli inizi, ha lasciato spazio a un collaboratore molto più telegrafico, nervoso, quasi svogliato, spesso impreciso quando in aula viene chiamato a raccontare quello che dovrebbe essere il patrimonio di conoscenze acquisite nella sua vita da boss reo confesso. Tale è apparso ad esempio nelle ultime udienze del processo “Meta”, quando il pentito che per il proprio clan aveva disegnato un ruolo di primo piano nelle geometrie della `ndrangheta reggina, ne ha fondamentalmente ridimensionato il peso ammettendo  che i Lo Giudice sono solo «un`altra famiglia che si aggiunge al gruppo dei Condello».
Prima della guerra non controllano un territorio, afferma il pentito che pure ha spesso sottolineato in procedimenti e verbali il ruolo importante della cosca Lo Giudice, e non lo controlleranno neanche dopo. «All`indomani della guerra di `ndrangheta, i Lo Giudice – sottolinea – non hanno avuto voce in capitolo nel riassetto della città, Condello si era preso la responsabilità per noi. Io ero in carcere, quindi rimane tutto sospeso fino all`incontro fra me e Pasquale Condello». E «non sa, non ricorda, non potrebbe dire con precisione» quando viene messo a confronto con  l’album fotografico che – contrariamente a diversi esami sostenuti in precedenza – non contiene solo le immagini di volti e nomi noti e meno noti della galassia delle `ndrine di Reggio città,ma anche il materiale repertato il giorno della cattura di Pasquale Condello e decine e decine di foto, mappe, cartine, tracciati di percorsi gps che danno conto del lavoro certosino svolto dal Ros per arrivare al “Supremo”. Lo stesso “Supremo” che – stando a quanto più volte ha affermato Nino Lo Giudice –, lui stesso avrebbe contribuito a far catturare, dopo averne per lungo tempo gestito la latitanza, a causa dei «comportamenti di Condello e dei suoi familiari, ma la goccia che ha fatto traboccare il vaso è stato il mio arresto del 2007 – ha ribadito il collaboratore –. Io sono stato arrestato da innocente su indicazione di Pasquale Condello, che avrebbe detto a Lombardo di indicare i Lo Giudice come responsabili dell`omicidio Audino. Una tragedia che Condello aveva inscenato per scrollarsi di dosso la responsabilità dell`omicidio ed eliminare i Lo Giudice dal panorama criminale reggino».

IL RUOLO DEL “SUPREMO” Ma sul perché il “Supremo” avesse deciso di “giocarsi” una famiglia che – stando a quanto riferisce Lo Giudice – tanto si era spesa per gestirne la latitanza, il pentito non sa rispondere. E questa non è l`unica domanda rimasta inevasa dell`ultimo esame – in ordine di tempo  del collaboratore, collegato in videoconferenza da sito protetto, contrariamente alle istanze del pm Giuseppe Lombardo che lo avrebbe voluto in aula «per riscontrare anche tramite la mimica e l`esibizione di materiale video-fotografico quanto racconta». Ma Lo Giudice in aula a Reggio Calabria, nell’ambito del processo “Meta” non ci è mai venuto. Pubblica accusa e difese – in modo quasi inedito, unite nella comune richiesta di avere il pentito in aula, guardarlo in faccia mentre risponde e si confronta con domande e materiali che gli vengono sottoposti – attendono al varco. Alla presidente Silvana Grasso hanno chiesto – più volte e con forza – che Nino Lo Giudice venga portato a Reggio o che sia il Tribunale a spostarsi per dare alle parti la possibilità di un confronto diretto con il collaboratore. Una richiesta alla qualelo stesso pentito non si è sottratto, affermando chiaramente: «Presidente, io voglio venire a Reggio per esame e controesame».

I PROBLEMI FISICI E LA SICUREZZA Eppure prima un’ostinata “lombosciatalgia”, poi una quanto meno curiosa nota della Questura, hanno impedito il trasferimento del pentito nella città calabrese dello Stretto. Il 14 dicembre scorso una segnalazione della Mobile fatta pervenire alla Procura e al Tribunale a ridosso dell’udienza ha evidenziato che per non meglio specificati «problemi di sicurezza» Lo Giudice a Reggio Calabria non può essere neanche temporaneamente trasferito. È rischioso. Contro di lui sarebbero stati registrati atti di natura intimidatoria che fanno temere «per la sua incolumità».
Circostanza – l`ennesima – che ha fatto “imbestialire” il pubblico ministero Giuseppe Lombardo, i cui nervi sono stati messi a dura, durissima prova soprattutto dall’irritualità delle procedure che per l`ennesima volta hanno evitato al collaboratore un esame in aula. «I problemi di sicurezza del collaboratore vengono gestiti dal mio ufficio, dal mio ufficio, non posso accettare che decisioni vengano assunte da un ufficio non competente», ha tuonato in aula in quell’occasione il pm Lombardo, promettendo che la questione verrà approfondita presso il ministero competente.
Anche perché – a quanto pare – i problemi di sicurezza riguardanti Lo Giudice sarebbero relativi al danneggiamento di uno dei chioschi della frutta di famiglia, avvenuto prima dell`estate. Peccato però che Lo Giudice – non più tardi di un mese fa – abbia presenziato in aula ad un processo che lo vede protagonista in Corte d`appello.

LE OMBRE Una questione che si spera venga chiarita con l’anno che arriva, ma che lascia dietro di sé un’ombra – un’ulteriore – che si aggiunge a quelle già numerose che si addensano su un collaboratore destinatario di rotonde sconfessioni. E non solo da parte di chi potrebbe avere interesse a farlo come suo fratello Luciano – del quale il pentito è il grande accusatore – che più e più volte ha chiesto e ottenuto la parola al termine delle udienze per affermare che «Nino Lo Giudice dice cose che non sa, parla di cose che non sa». O ancora da parte di chi – come suo fratello Maurizio, pentito ancor prima di lui – ha affermato che «non esiste una cosca Lo Giudice, non siamo mai stati una cosca di `ndrangheta, ma solo una famiglia molto numerosa. Ci muovevamo come un clan familiare, ma non siamo mai stati una cosca. La mia è una famiglia di lavoratori». Nel corso di un’intervista prima, in pubblica udienza poi, Maurizio Lo Giudice ha letteralmente scaricato il fratello, smontando una per una le dichiarazioni che il “Nano” ha messo a verbale e ripetuto in diverse occasioni. «Lui era l`unico ad essere fissato con la `ndrangheta, l`unico ad essere affiliato, gli altri non hanno mai avuto a che fare con tutto questo», ha affermato il collaboratore, che si è lasciato scappare:  «La collaborazione di Nino Lo Giudice e Consolato Villani è stata organizzata ben prima che entrambi iniziassero a parlare».

DI LANDRO PERPLESSO Un commento inquietante, soprattutto se letto alla luce di quelle dichiarazioni che vanno esattamente nella medesima direzione e provengono da un soggetto che con la ‘ndrangheta non ha mai avuto nulla a che fare, ma al contrario l’ha sempre combattuta: il procuratore generale Salvatore Di Landro. «Antonino Lo Giudice mente. Non è portatore di una sua causale. A costo di farsi tagliare la testa non può dire di essere portatore dell`interesse di qualcun altro perché lo uccide rebbero». È con queste parole pesantissime che il numero uno della magistratura reggina è intervenuto come testimone al processo contro i presunti autori degli attentati che hanno terrorizzato Reggio nel 2010 e di cui è stato vittima lo stesso Di Landro. Attentati di cui Nino Lo Giudice si è autoaccusato, chiamando in causa a vario titolo anche il fratello Luciano, Antonio Cortese e Vincenzo Puntorieri. Una ricostruzione che non convince per nulla il procuratore generale, che non ha avuto remora alcuna ad affermare che «se sono stati i Lo Giudice lo stabilirà il Tribunale. Ma se li hanno fatti è per conto di qualcuno. Lo Giudice mente con riferimento alla causale, non abbiamo niente a che spartire».

IL PENTITO NAPOLETANO Una sconfessione rotonda esplicitata attraverso dichiarazioni estremamente chiare. E che diventano pesanti come macigni soprattutto alla luce dei tanti particolari curiosi o anomali che hanno caratterizzato la storia di quell’inchiesta catanzarese nell’ambito della quale un soggetto – tecnicamente parte lesa – finisce per interrogare uno dei papabili testimoni chiave. È quanto successo il 2 dicembre 2011, quando alla presenza di Giuseppe Pignatone, all’epoca capo della Procura di Reggio Calabria, Vincenzo Lombardo, Procuratore della Repubblica a Catanzaro, Salvatore Curcio, sostituto procuratore distrettuale antimafia a Catanzaro e Beatrice Ronchi, sostituto procuratore distrettuale della Repubblica a Reggio Calabria, nel carcere romano di Rebibbia interrogano  il pentito pugliese Massimo Napoletano. E le dichiarazioni di Napoletano ingarbugliano ancor più la matassa di una vicenda che si infittisce via via che le udienze si accavallano alle udienze e la fase istruttoria dei diversi procedimenti arriva a conclusione, ma soprattutto sono l’ennesima inquietante versione su quella stagione di bombe e intimidazioni. Stando a quanto gli avrebbe riferito Lo Giudice, il fango sul numero due della Dna Alberto Cisterna – accusato da Nino di rapporti più che amichevoli con il fratello e per questo sottoposto a un procedimento penale che lo ha confinato a Tivoli, nonostante la Procura di Reggio abbia disposto l’archiviazione della medesima inchiesta – sarebbe  stata un`operazione programmata a tavolino dalle cosche reggine e Lo Giudice non sarebbe stato che un esecutore.
Un’affermazione che in seguito troverà eco nella lettera che lo stesso Napoletano invierà il 6 gennaio 2012 al giudice Cisterna – resa nota dalla stampa locale e nazionale qualche settimana fa – in cui si legge «sono stato interrogato il 23 settembre 2011 nel carcere di Rebibbia da Piero Grasso e il 2 dicembre 2011 da Pignatone Giuseppe ai quali ho detto che Nino Lo Giudice, con il quale sono stato detenuto, mi ha riferito che aveva accusato proprio lei, Cisterna, perché pilotato a questo scopo dalla ‘ndrangheta di Reggio Calabria. Lo Giudice mi parlò di un attentato al portone di un magistrato e mi parlò di un bazooka che venne fatto rinvenire vicino alla Procura, appositamente per rendere più credibile la sua collaborazione… Vi scrivo la presente per onestà collaborativa. Resto a disposizione per ulteriori chiarimenti in merito alla vicenda…».

LUCIANO LO GIUDICE L’ennesima tessera impazzita di un mosaico che assomiglia sempre di più ad un pantano in cui più di uno rischia di sprofondare. Anche perché le affermazioni di Napoletano, in un certo senso non sono nuove, ma trovano eco nelle dichiarazioni spontanee che più di una volta Luciano Lo Giudice ha chiesto e ottenuto di fare al termine delle udienze cui ha assistito in collegamento in videoconferenza dal carcere di massima sicurezza di Ascoli Piceno. Il 5 giugno scorso, Luciano aveva infatti affermato: «Io non ho nulla su cui collaborare, io posso solo dire la verità e la verità è che non ho nulla a che fare con la `ndrangheta. Non mi faccio usare da persone delle istituzioni in una guerra contro altri magistrati». Parole pesantissime, quelle del fratello del boss Lo Giudice, “Nino il nano”, cui quasi con rabbia Luciano dice: «Cosa vuol dire collaborare? Mettersi nelle mani di Pignatone, Prestipino e del dottore Cortese per essere usato contro Cisterna, Mollace, Macrì, i servizi di intelligence o i carabinieri? Se qualcuno – Cortese, Pignatone, Prestipino – hanno intenzione di distruggere i magistrati che davvero hanno raso al suolo la maggior parte della `ndrangheta di questa città, non conti su di me».
Un attacco durissimo e che getta ombre pesanti su chi fino a poco tempo fa ha coordinato l`attività della Procura di Reggio Calabria, incluse le inchieste che hanno messo in ginocchio il clan Lo Giudice. E che hanno messo nei guai l`ormai ex numero due della Direzione nazionale antimafia, Alberto Cisterna, all’epoca candidato in pectore al posto di futuro procuratore capo di Reggio Calabria.
Sulla stessa lunghezza d’onda, poco più di un mese dopo, Luciano era tornato a intervenire: «Il collaboratore dice che sarei andato a Roma in via Giulia per incontrare il dottore Cisterna. Bene, io non sono mai stato in via Giulia, ma a Roma sono andato per accompagnare mio figlio Giuseppe dalla dottoressa Alfieri. Ho incontrato il dottore Cisterna solo una volta per ringraziarlo per quello che ha fatto per mio figlio e un`altra volta l`ho sentito per un problema che avevo avuto con dei poliziotti. Cisterna non mi ha mandato in nessun posto, né da nessuno – sottolinea Luciano Lo Giudice – Non mi ha mai parlato di Maisano».
Dichiarazioni tutte che fanno il paio con quelle fatte mettere agli atti al processo di Catanzaro, dove Luciano Lo Giudice, per gli inquirenti il volto imprenditoriale del clan, è intervenuto per ribadire: «Volevano indurmi a fare nomi di magistrati. Non ce l`hanno fatta ed hanno usato mio fratello Antonino. Con la `ndrangheta non ho mai avuto a che fare, ho sempre lavorato onestamente e alcuni magistrati li ho conosciuti ma non sono mai stato loro amico. E non ho mai dato informazioni per la cattura di Pasquale Condello». Torna a parlare di quell’interrogatorio a Rebibbia Luciano, e ancora una volta le sue parole sono pesantissime ma estremamente chiare: «Gli dissi – ha detto collegato in videoconferenza – che non avevo niente da collaborare. Dopo vennero anche i procuratori Pignatone e Prestipino dicendomi che Nino aveva detto che ero stato in Austria a comprare armi. Io in Austria non ci sono mai stato. Il fatto è che Nino ha perso la testa per una donna ed ha preso i miei risparmi. Ero “scannato” a morte con lui. Mi ha distrutto la vita e continua a farlo. Volevano farmi accusare i magistrati Mollace e Cisterna, ma non ero loro amico. Poi Cortese è tornato per dirmi che avevo fatto un patto per fare arrestare Condello, ma io non ho fatto nessun patto. E dopo 20 giorni mia moglie viene arrestata. Sono state tutte ritorsioni per farmi parlare. La Questura di Reggio Calabria ha fatto informative false. Sono ancora incensurato, non ho avuto condanne definitive e sono pronto al confronto con chiunque. Sono innocente».
Informative che non casualmente ritornano nelle denunce di Cisterna, che più di una volta ha segnalato anomalie negli atti depositati in Procura, o fatti pervenire – in via anomala e extraprocedurale – a Roma.

LE TESSERE DEL MOSAICO Parole pronunciate pubblicamente a Reggio come a Catanzaro, esposti, dichiarazioni messe a verbale e lettere personali: sono tante le tessere del mosaico che come un ologramma si compone dietro Nino Lo Giudice. Tutti elementi che rischiano di tracimare ben oltre i procedimenti in cui il collaboratore è imputato o di cui è testimone chiave e che – forse – proprio in questi giorni di bilanci e prospettive il collaboratore starà valutando in vista della prossima udienza del processo “Meta” in cui è chiamato a deporre. E in cui – forse – tutte le contraddizioni di questa vicenda potrebbero arrivare a sintesi.

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