Lombardo ai ragazzi: «Non fatevi schiacciare dalle opinioni altrui»
Chi è abituato a vederlo in udienza, passare in rassegna – severo – conoscenze e dichiarazioni di collaboratori, testimoni e imputati, difficilmente potrebbe immaginarlo a parlare per oltre un’ora co…

Chi è abituato a vederlo in udienza, passare in rassegna – severo – conoscenze e dichiarazioni di collaboratori, testimoni e imputati, difficilmente potrebbe immaginarlo a parlare per oltre un’ora con ragazzi poco più che adolescenti. Ma svestita la toga, lontano dalle aule severe del Cedir e del bunker, il pm Giuseppe Lombardo è con un linguaggio semplice e diretto che si rivolge ai ragazzi del liceo “Piria” di Rosarno. Una scuola diversa dalle altre non solo perché piantata al centro di un territorio ad alta densità mafiosa, ma soprattutto perché è sul riscatto dei figli della `ndrangheta che l’istituto guidato dalla preside Mariarosaria Russo ha voluto puntare. E sono tanti i ragazzi provenienti da famiglie dal cognome pesante e dalla storia difficile che abitano quelle aule, che la dirigente scolastica ha voluto aperte per i ragazzi non solo durante l’orario curriculare ma anche nel pomeriggio e nel weekend. Un segnale tangibile e concreto per dimostrare che in presenza di un’alternativa, un cognome non è necessariamente una condanna. Lontano dalla furia legalitaria di facciata, che corre a dividere il mondo in bianco e nero, salvando spesso quell’area grigia in cui si annida la forze vera delle `ndrine, il liceo Piria da anni cerca di dimostrare che anche nella Piana di Gioia Tauro, anche per i figli della `ndrangheta è possibile una vita diversa da quella di padri, madri, parenti e amici di famiglia. Una scommessa difficile per l’istituto in cui dividono i banchi figli di boss e figli di pentiti, o che ha visto portare via con un blitz nelle ore di scuola il figlio di una collaboratrice, o ancora che assiste alla crescita – scolastica e non – di ragazzi stretti fra l’esempio di un padre o un parente che ha deciso di collaborare e la famiglia che lo rinnega. Ma soprattutto ospita ragazzi normali, che con i figli di `ndrangheta hanno imparato a convivere senza cadere né nell’adulazione né nell’emarginazione, ma con la consapevolezza di essere tutti figli della medesima terra. Perché è nell’isolamento che un cognome diventa una condanna. Ed è a questi ragazzi che il pm Giuseppe Lombardo ha parlato del valore della scelta a partire da un argomento delicatissimo, soprattutto a Rosarno: i collaboratori di giustizia. Etichettati come infami, rinnegati dalle famiglie, i pentiti sono la bestia nera dei clan, ma sono anche padri, madri, parenti di ragazzi che si trovano stritolati fra realtà contrastanti. È a loro che Lombardo si è rivolto con un invito a più riprese ripetuto «non fatevi schiacciare dalle opinioni altrui, ma abbiate il coraggio di porvi delle domande, di formarvi la vostra verità».
Interrogativi che anche un magistrato di fronte a un pentito ha l’obbligo di porsi «in quei 180 giorni in cui un collaboratore è chiamato a fare le dichiarazioni che poi confluiranno nel cosiddetto verbale illustrativo, succede di tutto, perché chi per anni è stato affascinato o è stato parte di un contesto mafioso, quando contatta un pm, vive un percorso interiore travagliato». È un momento delicatissimo – spiega il pm ai ragazzi – in cui «una persona smette di vivere la vita degli altri e inizia a vivere la propria». Una vita nuova frutto di una scelta, non certo semplice, né gratuita. «Ho visto uomini di sessant’anni piangere come bambini dopo essersi resi conto di aver vissuto gran parte della vita secondo quella che un collaboratore ha definito la falsa politica della ‘ndrangheta”.
Una “politica” professata da chi, al riparo dei falsi valori di onore e rispetto ha commesso le peggiori bassezze, facendo della violazione sistematica di quei principi che affermava di professare, la propria condotta di vita. «Tutti i grandi capimafia che si scagliano contro i pentiti sono stati – ed è la storia a dircelo – confidenti delle forze dell’ordine. Hanno fatto dei rapporti ambigui con l’apparato dello Stato uno strumento per fare quello che personalmente non avevano il coraggio o la forza di fare», dice Lombardo ai ragazzi, incalzandoli con una domanda: «Se la ‘ndrangheta è formata da persone che non hanno coraggio, chi sono gli infami gli `ndranghetisti o chi ha la forza di ribellarsi a loro?».
Un lungo ragionamento che mette a nudo anche tutta la difficoltà, la ponderazione e la lucidità che un magistrato deve avere nel rapportarsi a un collaboratore, non solo perché «ogni pentito è una persona diversa, che va affrontata in maniera diversa e a cui vanno poste domande diverse, in modo diverso» o perché «accusare gli altri, spesso la propria famiglia, suppone un travaglio psicologico non indifferente». Ma soprattutto perché ci sono guerre che la ‘ndrangheta ha imparato a «combattere non solo con le armi, ma anche con le false verità”, montate ad arte per confondere le acque. Difficoltà che Lombardo non nasconde ai ragazzi che per oltre un’ora lo ascoltano irretiti. Ragazzi che – li sfida Lombardo – sono chiamati a scegliere. Una “scelta di campo” che non è richiesta solo a chi – da affiliato – decide di collaborare con la giustizia, ma anche – o meglio soprattutto – al cittadino comune e corrente, chiamato a decidere da che parte stare. «È come una casa costruita su fondamenta instabili, magari ridotte rispetto al progetto originario, che al primo piano ha un’inclinazione di dieci centimetri, ma via via che si costruisce si inclina di un metro e mezzo. E alla fine la casa crolla». È per questo che ai ragazzi il pm Lombardo ha chiesto ripetutamente di decidere da che parte stare. Prima che il piano inclinato dei silenzi e della rassegnazione all’esistente li conduca a una scelta obbligata.