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La Provincia di Cutro

Le indagini, quando sono fatte bene, si sovrappongono perfettamente: l`una conferma e dà sostegno all`altra. Così polizia e carabinieri partendo da due zone opposte della Calabria, da una parte Lamez…

Pubblicato il: 01/01/2014 – 9:16
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Le indagini, quando sono fatte bene, si sovrappongono perfettamente: l`una conferma e dà sostegno all`altra. Così polizia e carabinieri partendo da due zone opposte della Calabria, da una parte Lamezia e dall`altra il Soveratese, sembrano arrivare nello stesso identico punto: Cutro. Sarebbe, infatti, proprio il paesino della provincia crotonese, regno del clan Grande Aracri, il centro di potere nella nuova geografia della `ndrangheta. Una cosca sovraordinata ai “locali” che operano sul territorio e capace di tenere sotto controllo un piccolo impero: dallo Jonio al Tirreno. Non si tratta solo di una suggestiva congettura investigativa, gli elementi in mano agli inquirenti danno sostanza all`ipotesi su cui da mesi lavora la Direzione distrettuale antimafia.
Il riscontro più importante arriva da Lamezia Terme e da quella che potremmo definire una fonte diretta: il boss, ora collaboratore di giustizia, Giuseppe Giampà. Il capo della Mobile, Rodolfo Ruperti, ha più volte sottolineato l`importanza del pentimento del reggente della cosca lametina. E non solo per svelare le trame che da decenni controllano la vita sociale, economica e politica della terza città della Calabria. Le conoscenze di Giampà vanno ben oltre i confini comunali. Basta quanto messo a verbale nel primo interrogatorio, redatto subito dopo la sua scelta di collaborare, per comprendere la caratura del personaggio: «Per come mi chiedete posso dire che io nell’anno 2000 ho ricevuto in una sola volta tre doti di ‘ndrangheta, in quanto mi fu conferita direttamente la dote denominata “Sgarru” che viene dopo quella del “Picciotto” e del “Cammorrista”. Posso dire che sono stato il capo del clan Giampà a partire dal 2002 – 2003, anche se, avendo all’inizio poco più di vent’anni non dirigevo da solo l’organizzazione, ma ero affiancato da altre persone tra le quali mio zio Vincenzo Bonaddio detto “Lucky”, da Pasquale Giampà “millelire” e da Aldo Notarianni. Io, in particolare, mi occupavo degli omicidi e dei traffici di droga». Nel 2008 il giovane Giampà ha ormai abbastanza carisma ed esperienza per guidare da solo la cosca. «Nel 2011 dopo il mio arresto nel periodo di detenzione mi è stata conferita sempre da Pasquale Giampà e Aldo Notarianni la dote di “Padrino”, in ragione del ruolo che oramai avevo assunto nell’ambito della cosca Giampà». In questi anni Giuseppe Giampà ha intessuto rapporti, ha stretto mani, è stato introdotto nelle riunioni del gotha della `ndrangheta calabrese. Agli inquirenti ha così potuto raccontare alleanze storiche e nuovi accordi. Per esempio, ha spiegato che «nel 2000 i rapporti con Luni Mancuso erano tenuti da mio zio Pasquale, ucciso nell`agosto 2001. Tali rapporti erano determinati dalla necessità di mantenere collegamenti tra i gruppi presenti su Lamezia Terme, all’epoca uniti tra di loro, cioè i Giampà-Torcasio e i Mancuso intesi come famiglia storica di mafia». Ha fornito un quadro dettagliato dei rapporti avuti con gli altri gruppi criminali: «I Cannizzaro, i Bellocco, i Megna, i Mantella, i Gentile, i Lo Bianco, i Cracolici, gli Anello». Ma questo è il passato. Il boss “pentito” è al corrente di dettagli inediti sulla nuova struttura “istituzionale” della `ndrangheta. Parte prima dal particolare, dalla sua città: «La cosca di Grande Aracri aveva intenzione di aprire un locale di ‘ndrangheta a Lamezia, con il benestare di mio zio Pasquale Giampà detto “Millelire” e di Aldo Notarianni, ragione per cui attualmente si può affermare che il clan Giampà fa riferimento al locale di Cutro, in virtù di questi rapporti creati in carcere». Ma il controllo del clan crotonese sarebbe molto più vasto: «Ho appreso che vi è stata anche una modifica negli assetti organizzativi della ‘ndrangheta regionale in quanto mentre in passato Reggio Calabria rappresentava per cosi dire la cosca madre di tutta la ‘ndrangheta, attualmente con il consenso di Reggio Calabria è stata creata una provincia distaccata a Cutro in cui la figura principale è rappresentata da Nicolino Grande Aracri, detto “mani e gumma”». L`importanza di quest`ultimo nello scacchiere della criminalità organizzata era già nota da tempo. Nel 2000 nell`ordinanza dell`inchiesta “Scacco Matto” si leggeva: «La sua figura ha assunto contorni di assoluta rilevanza nelle complesse strutture organizzative delle famiglie mafiose calabresi». Il pentito Angelo Cortese aveva poi spiegato che «nella ‘ndrangheta Nicolino Grande Aracri ha un ruolo particolare: il “crimine internazionale”. Gli unici ad averlo nella provincia di Crotone sono lui e Pasquale Nicoscia; grazie al capo dei capi Antonio Pelle di San Luca». Di recente, stando alle dichiarazioni di Giampà, il ruolo del clan Grande Aracri sarebbe ulteriormente cresciuto, tanto da avere una non meglio precisata autonomia da “mamma” Reggio che gli avrebbe riconosciuto un ruolo egemone nelle province di Crotone e Catanzaro.
L`espansione verso sud del clan sarebbe stata lenta ma inesorabile. Dapprima i territori di confine, come Botricello, poi la Presila catanzarese per anni attraversata da una sanguinosa e brutale faida. Ancor più datati i rapporti con il capoluogo di regione, con il clan dei “Gaglianesi” e con la criminalità rom. Ma la discesa sarebbe proseguita seguendo il percorso della statale jonica 106: da Borgia fino a Soverato. Il ruolo dei “cutresi” spunta fuori nelle indagini che il Comando provinciale dei carabinieri sta conducendo sull`ondata di violenza che ha attraversato recentemente il basso jonio catanzarese. Un territorio segnato, negli anni scorsi, dalla sanguinosa faida tra lo storico clan Gallace di Guardavalle e gli “autonomisti” del locale di Soverato. Le decine di arresti compiuti dagli inquirenti sembrava aver nuovamente “pacificato” il territorio. Negli ultimi mesi, però, qualcosa sembra essersi rotto nel fragile equilibrio che si era creato. Si è verificata una drammatica esclalation criminale. Minacce, intimidazioni, attentati, in poche settimane molte attività commerciali sono state “avvisate” con i classici segnali utilizzati dalle cosche: bottiglie di liquido infiammabile davanti alle saracinesche. Ma non solo, qualche commerciante si è trovato la porta del locale sforacchiata dalle pallottole, alla più importante realtà economica della zona, la Caffè Guglielmo, sono stati incendiati alcuni mezzi. E poi ci sono i morti. Il 19 febbraio, a Vallefiorita, vengono dilaniati da una pioggia di piombo il reggente del clan locale Giuseppe Bruno, 39 anni, e la moglie, Caterina Raimondi, 29. Due giorni dopo, a pochi chilometri di distanza a Montauro, viene ucciso l`imprenditore Francesco Chiodo, di 44 anni. Infine il 15 giugno a Stalettì in piazza viene freddato Ciro Scognamiglio di 36 anni. Per gli investigatori non ci sono dubbi che qualcosa nella mappa della criminalità stia mutando. L`ipotesi è che dopo la cruenta guerra tra cosche locali, il vuoto di potere sia stato colmato da chi poteva avere l`autorità per tenere a bada le mire “indipendentiste”. Gli elementi raccolti hanno portato i carabinieri di Catanzaro a lavorare in stretto contatto con i colleghi del provinciale di Crotone. La nuova “provincia” raccontata da Giuseppe Giampà sarebbe quindi già operativa, dal Tirreno allo Jonio.



(Questo articolo è stato pubblicato sul numero 114 del Corriere della Calabria)

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