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Dal "modello Reggio" al… "modello Regione"

Gelano il sangue, ancor prima di far posto all’indignazione e alla rabbia per la protervia e l’arroganza che un uomo politico si dimostra capace di dispiegare, le 281 pagine che motivano la condann…

Pubblicato il: 24/10/2014 – 14:11
Dal "modello Reggio" al… "modello Regione"

Gelano il sangue, ancor prima di far posto all’indignazione e alla rabbia per la protervia e l’arroganza che un uomo politico si dimostra capace di dispiegare, le 281 pagine che motivano la condanna inflitta a Giuseppe Scopelliti, ex sindaco, ex governatore ed ex un sacco di altre cose. Nulla viene lasciato in ombra, nella sentenza redatta dalla presidente Olga Tarzia e dai giudici relatori Teresa De Pascale e Filippo Aragona. Anche i tratti psicologici, i comportamenti supponenti, le contraddizioni tipiche di chi ritiene che la mistificazione può asfaltare la verità dei fatti, trovano spazio nel meticoloso lavoro del Tribunale: non solo ricerca della verità ma anche una sua risoluta difesa contro le manipolazioni, mediatiche e no, di chi quella verità cerca ancora oggi di dribblare in qualche modo.

È anche una sentenza pedagogica. Spiega, anzi dimostra, il perché quel tanto decantato “modello Reggio” altro non appare che un sistema criminale di fare politica; catturare il consenso speculando sui bisogni, piegare al fabbisogno di una ristrettissima oligarchia le esigenze e gli interessi, economici ma non soltanto economici, di una intera comunità.

Si prepari, chi vincerà le prossime elezioni regionali, a rivedere personaggi, metodi e crimini del “modello Reggio” anche nelle carte che gli toccheranno in eredità. Quel che è stato fatto a Reggio è stato replicato in grande stile a Palazzo Alemanni e a Palazzo Campanella.

Le regole del “modello Reggio” le troverete stampate nella sentenza depositata dalla presidente Olga Tarzia: nessun rispetto della democrazia; nessun rispetto delle regole e delle leggi; le risorse pubbliche usate senza alcun riguardo all’interesse pubblico. Si tratterà di vedere, quando il bubbone esploderà anche con riferimento alla gestione scopellitiana della Regione Calabria, chi prenderà il posto di Orsola Fallara. Chi sarà indicato come “traditore” della buona fede e della fiducia del Principe. I candidati non mancano, sono in tanti. Ma nel processo che ha portato alla condanna Scopelliti, in quel di Reggio Calabria, il depistaggio non ha funzionato.

Somme per centinaia di migliaia di euro elargite con un semplice post-it «x Orsola, ok»; pagamenti alle ditte senza un ordine cronologico ma solo seguendone uno «amicale»; partite di bilancio interamente truccate con debiti nascosti e crediti inventati di sana pianta; funzionari e dirigenti di settore esautorati di ogni competenza; milioni di euro destinati a pagamenti tributari sottratti dalle buste paga e mai versati. Tutto questo e per svariati anni ascrivibile per intero ed esclusivamente a Orsola Fallara, così oltraggiando anche la memoria di chi, qualsiasi colpa avesse, ha pagato con la vita.

Ma il tribunale dimostra il contrario e smonta ridicolizzandola la difesa di Scopelliti: «Una situazione del genere, secondo la difesa degli imputati, né il sindaco, né gli assessori, né i revisori contabili avevano percepito che nella gestione economico contabile dell’ente vi era qualcosa che non quadrava. Tuttavia, all’interno del comune se ne erano accorti i gruppi politici di minoranza, i quali, avevano sistematicamente denunciato in consiglio comunale le vistose alterazioni dei bilanci e la gestione dissennata della dott.ssa Fallara che quale dirigente del relativo settore redigeva la bozza di bilancio (denunce frettolosamente dismesse dalla maggioranza e liquidate come frutto di un’opposizione politica strumentale a far cadere il governo comunale). Cosa ben più importante, se ne era accorta anche la Corte dei conti, che più volte ha richiamato il comune di Reggio Calabria a rivedere la propria governance in materia economico-finanziaria, in quanto dai controlli eseguiti da quell’organo emergevano come in una cartina di tornasole tutte le alterazioni, gli artifici e le anomalie che successivamente sono state riscontrate dai consulenti del pm. Se ne erano accorti anche i rappresentati degli imprenditori, i quali mediante una semplice verifica presso la cassa depositi e prestiti avevano riscontrato che le somme destinate alle opere pubbliche erano distratte sistematicamente verso altri scopi. Anche l’associazione cittadina “Reggio non Tace” aveva protestato pubblicamente contro l’amministrazione comunale per il medesimo motivo vedendosi negato l’accesso ai documenti contabili del Comune».

E lo stesso tribunale stigmatizza: «Mentre tutto ciò si verificava sul versante interno dell’ente territoriale, all’esterno la città lentamente languiva tra rifiuti per le strade, dipendenti comunali e dipendenti delle società partecipate dal comune che protestavano per il mancato pagamento dei lori stipendi, creditori del comune che lamentavano enormi ritardi nell’adempimento delle obbligazioni contrattuali nei loro confronti, bollette della luce erogata a favore del Comune che non venivano pagate, buoni libro per gli studenti che non venivano più concessi, importanti opere pubbliche i cui cantieri si arenavano inesorabilmente».

E quando viene messo alle strette l’imputato Scopelliti (purtroppo per lui in tribunale si va senza la claque delle conferenze stampa) scende finalmente dal pero e se la cava così: «Adesso, presidente, noi tutti abbiamo pensato che questo tipo di bilancio avesse delle anomalie e che, quindi, qui qualcuno avesse falsificato il bilancio, avesse messo delle poste diverse, avesse scritto cifre a caso e così via. Questo probabilmente, come dice la Dottoressa, sarà anche accaduto, io sicuramente non ho questo… né il mot… non avevo né il motivo e né l’esigenza di verificarlo».

Avete letto bene: Scopelliti incalzato dalle domande del presidente Olga Tarzia e del pm Sara Ombra ammette che pure quando il dubbio (sic!) che il bilancio «qualcuno lo avesse falsificato» gli si è appalesato, lui non è andato oltre perché non ne aveva «né il motivo, né l’esigenza».

E resta allibito il tribunale dal successivo passaggio della deposizione dell’imputato Scopelliti, tanto da riportarlo in neretto nella sentenza, «aggiungendo (Scopelliti, ndr) però subito dopo che se egli avesse avuto piena conoscenza del problema finanziario dell’ente avrebbe chiesto al governo il finanziamento necessario per porvi rimedio (se io avessi conosciuto e saputo il problema, sicuramente, come fu per Roma e per Catania e per Palermo, avrei chiesto al governo Berlusconi di avere 30 – 40 milioni di euro di finanziamento straordinario per la città di Reggio, sarebbero bastati per poter fare la normale attività e per andare incontro alle esigenze)». Grande esempio di rispetto della legalità, quello dispiegato da Scopelliti: se scopre qualcuno che sottrae soldi alle casse comunali non interverrà per licenziarlo ma semmai chiederà al governo amico di mandare altri soldi. Cosi fan tutti!

Orsola Fallara però era e doveva restare intoccabile. Almeno finché era in vita. Perché era lei il propulsore nucleare che consentiva al “modello Reggio” di mietere consensi. Lo spiega mirabilmente la sentenza: «Nessuno era in grado di muovere rilievi sostanziali alla dott.ssa Fallara che pure non poteva avere costruito il suo “ruolo” in modo autonomo dalla “politica”, ragionevolmente dovendo solo tradurre in numeri le indicazioni che provenivano dall’organo politico, per meglio dire del sindaco, il capo dell’amministrazione, eletto dalla comunità per rappresentare i propri interessi, il quale, a sua volta, aveva scelto la Fallara come suo braccio destro, consentendole la commissione di una serie infinita di abusi, di irregolarità, di prevaricazioni, funzionali ad occultare la reale situazione di difficoltà dell’Ente, al fine evidente di evitare conseguenze impopolari in termini di perdita di consenso e/o a gratificare con elargizioni che sfuggivano dai normali canali, fasce e/o categorie di elettori».

Ricordiamoci tutti che questo è stato! 

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