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Omicidio Provenzano, l'ordine arrivò da Cirò Marina

L’ordine di uccidere Roberto Provenzano, muratore 37enne originario di Maida, nella notte fra il 28 e il 29 maggio del 2005 è arrivato dalla Calabria, precisamente da Cirò Marina, nonostante la dis…

Pubblicato il: 15/01/2015 – 10:30
Omicidio Provenzano, l'ordine arrivò da Cirò Marina

L’ordine di uccidere Roberto Provenzano, muratore 37enne originario di Maida, nella notte fra il 28 e il 29 maggio del 2005 è arrivato dalla Calabria, precisamente da Cirò Marina, nonostante la distanza geografica, vero e proprio centro decisionale degli affari e degli equilibri dei clan radicati in Umbria. A rivelarlo a sua insaputa agli investigatori che lo ascoltano è Giuseppe Affatato, elemento di vertice della costola perugina dei cirotani, che l’8 maggio 2005 parla – preoccupato – con la sua amante, Catia Fioriti. L’uomo è in Calabria da alcuni giorni, proprio nello stesso periodo in cui gli investigatori registrano la presenza di Salvatore Papaianni, Francesco Elia e Gregorio Procopio. Quel giorno, Affatato avrebbe dovuto fare rientro a Perugia, ma alla compagna è costretto a dire che non può. È – dice – «una cosa seria» perché «il capo di Cirò.. della cosa.. non posso neanche parlare.. comunque domani mattina devo andare là». La donna capisce la gravità della questione, allarmata gli dice «prendi la macchina e riparti», ma la risposta di Affatato è netta: «no, non posso. Capisci che vuol dire un rifiuto? È morte istantanea». E per gli inquirenti proprio di morte in quell’incontro si doveva parlare, proprio allora è stato deciso che Roberto Provenzano, ucciso nelle settimane immediatamente seguenti, doveva essere punito. Una spada di Damocle che la vittima predestinata sospettava pendesse da tempo sulla sua testa. Per questo, nei mesi precedenti aveva contattato proprio Affatato per chiedergli esplicitamente: «Ho sbagliato qualcosa?», per poi invitarlo ad un incontro «a quattr’occhi perché voglio la sincera verità». Provenzano è preoccupato per una ragione molto precisa, all’orecchio gli sono arrivate voci che lo fanno temere per la sua vita, ma solo dopo innumerevoli giri di parole lo confessa ad Affatato: «A me – ammette – hanno raccontato un’altra storia, ma io non ci credo capito? Perché, dico è possibile che una persona che è qua quattordici anni che è qua, è una vita … Quanti anni sono che sei qua Pino? (…) Ci sono persone dicono che vai camminando con il nome di tizio, caio e sempronio destra e sinistra, guarda che ti stai sbagliando… A me hanno detto che gli è arrivata la comanda da là sotto, Pino». Parole dal significato chiaro per gli inquirenti: Affatato risponde ai comandi che arrivano dalla Calabria e dalla Calabria è arrivato l’ordine di tirare giù Provenzano dalle spese. Ma non in quel momento. Per questo, quando il suo interlocutore lo sorprende con una domanda esplicita , tenta di tranquillizzarlo. Ma non dovrà passare più di qualche settimana perché il suo atteggiamento cambi radicalmente. In una conversazione captata dagli investigatori, si ascolta infatti Affatato ricordare all’uomo il suo ruolo di supremazia – «non mi chiamo Gregorio, mi chiamo Pino» – quindi rimproverarlo per un lavoro commissionato e non portato a termine, sottolineando che è pericoloso prendere in giro un soggetto del suo calibro. Dopo, le cimici del Ros registreranno solo i vani tentativi che Provenzano farà per contattare “Pino” , che regolarmente ignora le sue chiamate, mentre con gli altri sodali non esita a bollare l’uomo che disperatamente lo cerca come «quel bastardo di Provenzano». È proprio in questo periodo che si inserisce il viaggio in Calabria durante il quale – si legge nell’ordinanza di custodia cautelare – è stata «certamente affrontata la questione relativa a Roberto Provenzano, la cui morte verosimilmente è stata in quella sede definitivamente e irrevocabilmente decretata». Un’ipotesi suffragata non solo dalle rivelazioni dei testimoni di giustizia Luciana Marca e Giuseppe Mastrototaro, che con certezza hanno indicato Affatato come uno dei mandanti dell’omicidio, ma soprattutto dalle conversazioni che in quello stesso periodo il Ros registra. È il caso – ad esempio – di quella intercettata fra Vincenzo Bartolo e Gregorio Procopio, colui che verrà scelto come killer di Provenzano. Nonostante il nome della vittima predestinata venga sostituito da uno di fantasia – Minniti – per gli inquirenti è certo che i due stanno parlando dell’uomo di cui le ‘ndrine di Cirò avevano decretato la morte. E proprio in nome di quelle ‘ndrine, Bartolo è autorizzato a dire: «Onestamente abbiamo preferito il compare (Papaianni, ndr) e a voi, ed onestamente abbiamo scartato a Minniti (…) Quindi, arrivato a questo punto permetti che ci mettiamo di nuovo in carreggiata e facciamo vedere alla gente quello di cui siamo capaci». Di quel «Minniti» sarà lo stesso Bartolo a rivelare l’identità, lasciandosi scappare: «Compà Gregò, noi si è lavorato nei primi anni insieme a PROV … a coso … a Minniti di Strongoli no? È un ragazzo… i primi tempi compà Gregò i lavori me li faceva per bene, quando si è fatto, che si è fatto i soldi che mò è miliardario nel vero senso della parola no, mò è costruttore, in due anni lo abbiamo fatto diventare costruttore a questo cornuto di merda». Uno sgarro che Provenzano ha pagato con la vita.

 

Alessia Candito
a.candito@corrierecal.it