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«Buchenwald, non ti dimenticherò mai»

REGGIO CALABRIA Un insolito evento ha interrotto la domenica di chi passeggiava, nonostante la pioggia, sul lungomare “Italo Falcomatà” di Reggio Calabria. Partendo dai marciapiedi della stazione L…

Pubblicato il: 09/02/2015 – 7:43
«Buchenwald, non ti dimenticherò mai»

REGGIO CALABRIA Un insolito evento ha interrotto la domenica di chi passeggiava, nonostante la pioggia, sul lungomare “Italo Falcomatà” di Reggio Calabria. Partendo dai marciapiedi della stazione Lido e risalendo le scale della fermata sotterranea sette persone (Cristina Merenda, Alberto Caristo, Giulia Serranò, Francesco Marino, Alinè Bochmann, Andrea Foti e Stefani Ziglio), componenti dell’associazione “Pagliacci clandestini”, si sono esibiti nello spettacolo “A5405. Contro l’indifferenza” per la regia di Santo Nicito, dopo essersi sistemati sotto la copertura esterna della stazione. La pièce prende vita dalle lettere di Nedo Fiano (il titolo è il numero che l’uomo aveva tatuato nel braccio) e Sophie Zawistowska, il primo ebreo italiano e la seconda ebrea polacca deportati nei campi di concentramento di Auschwitz e Buchenwald, ed è stato integrato con le poesie di Bertol Brecht, di Primo Levi e i testi della canzone “Caminati” scritta dallo stesso regista. Con una valigia in mano, indossando abiti tipici dei deportati, a turno gli attori hanno prestato la loro voce a chi è entrato nei campi di sterminio e ha avuto la fortuna di poterlo raccontare, ma anche alla memoria di chi non ce l’ha fatta. Non solo storie ebraiche, ma anche eccidi di omosessuali, disabili, dissidenti politi, rom, asociali, ognuno riconoscibile da triangoli distintivi. Sei attori su sette avevano, infatti, cuciti al petto: il triangolo rosa destinato agli omosessuali, il triangolo rosso quello dei dissidenti politici, socialisti, comunisti e anarchici, il triangolo marrone riservato agli zingari, il triangolo verde per i criminali, il triangolo nero apparteneva agli asociali, ai malati di mente, ai disabili e ai mendicanti. Storie di madri in fuga con i propri figli, di ariane internate con la colpa di essersi innamorate di ebrei, di chi, per conoscenza della lingua tedesca, veniva assoldato dalle SS ad Auschwitz e decideva chi andava nella lista della morte. «Riuscì a sopravvivere a quell’inferno grazie agli insegnamenti di mio nonno, che da bambina mi fece imparare il tedesco» ricorda l’attrice. Donne dalle cui mani vola la cenere di quello che un tempo era un proprio amico. La storia di Jacopo «Nato imperfetto, uno storpio. La cui unica identità è un numero cucito sul cuore», dell’ariano internato perché omosessuale «Buchenwald, non ti dimenticherò mai». Storie di stupri, di necrofilia forzata, di chi è costretto a possedere il corpo freddo di una tredicenne per salvare se stesso: «Dimostra chi sei?», chiedono gli ufficiali nazisti, «Io volevo solo stare vivo» ricorda con amarezza il personaggio senza nome. Solo una fra gli attori non ha né triangoli, né abiti da internata. Indossa un cappotto rosso e abiti eleganti. A lei il compito di rappresentare la contemporaneità, con una semplice domanda: «E se stesse succedendo ancora oggi come allora?» e l’elenco di tutte le guerre e le stragi in cui l’homo homini lupus controlla il pensiero e, con esso, le libertà altrui, e diviene carnefice dei propri simili. «Lì, dove i libri bruciano nelle piazze, alla fine verranno bruciate anche le persone. Succede ancora» recita la donna. Una candela, consegnata da un attore all’altro, viene accesa al centro della scena e gli spettatori sono invitati a lasciare un proprio ricordo come simbolo di partecipazione contro la violenza: una candela, una parola, un fiore, un sasso. «Lasciare un oggetto- spiega Santo Nicito – è un voler lasciare una memoria, che non è solo quello dello spettacolo, ma una presenza fisica, uno spazio della città dove altri possono vedere e interrogarsi sul perché ci siano degli oggetti in quel posto. La strada è il luogo in cui le persone si guardano, uno spazio scenico che diventa parte integrante dell’attore e essenziale allo spettacolo stesso. La rappresentazione per strada diventa funzionale per raccontare storie che ispirino il teatro sociale, di denuncia, che all’aperto ha anche un bacino d’utenza notevole. È il nostro volere andare dalla gente e non aspettare che la gente venga da noi. La cosa bella è che non si paga il biglietto e che si regala un momento d’arte alle persone che ci sostengono».

 

Miriam Guinea

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