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‘Ndrangheta tra strategie e alleanze: a Roma la “lavatrice” della ristorazione che unisce tutti i clan nel business del riciclaggio

Dal riciclaggio nella ristorazione alla scalata ai fondi europei: i vertici della procura capitolina in Commissione Antimafia

Pubblicato il: 02/05/2026 – 19:27
di Mariateresa Ripolo
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‘Ndrangheta tra strategie e alleanze: a Roma la “lavatrice” della ristorazione che unisce tutti i clan nel business del riciclaggio

ROMA La Capitale come un grande hub del riciclaggio in cui quello della ristorazione è uno dei settori principali «in cui si assiste in maggior modo al reimpiego e all’utilizzo di denaro di provenienza illecita». Una porta d’accesso utilizzata dalle organizzazioni mafiose che permette di generare ricchezza legale. È questo il quadro allarmante emerso davanti alla Commissione parlamentare antimafia durante le audizioni del procuratore della Repubblica di Roma, Francesco Lo Voi, Maria Cristina Palaia, procuratrice aggiunta presso il Tribunale di Roma, e Francesco Cascini, sostituto procuratore presso il Tribunale di Roma.
Il procuratore Lo Voi ha aperto l’audizione soffermandosi sugli affari del clan Senese e sui legami con l’imprenditore Mauro Caroccia, citando anche i rapporti societari con l’ex sottosegretario Delmastro. Temi talmente delicati da aver richiesto il passaggio alla modalità segreta per gran parte della seduta.

Il sistema

Nella seconda parte dell’audizione, a descrivere la tecnica utilizzata dai clan per infiltrare l’economia romana, è stata la procuratrice aggiunta Maria Cristina Palaia, che ha evidenziato come il settore della ristorazione sia la porta d’accesso principale per “pulire” il denaro: «Ci sono indagini e misure di prevenzione di rilievo che documentano l’utilizzo di proventi illeciti da parte di gruppi legati alla ‘ndrangheta e alla camorra, come ad esempio il clan Moccia, oggetto di procedimenti giudiziari conclusi negli anni scorsi». Il vantaggio per i clan e i gruppi criminali non risiede solo nell’investimento iniziale, ma nella gestione ordinaria dei locali: «Consente di procedere anche a forme di riciclaggio nel corso dell’attività stessa, facendo scontrini sostanzialmente e quindi ricevendo denaro in contanti e facendo risultare la effettuazione di prestazioni che nel caso della ristorazione sono pranzi e cene». In sostanza, il ristorante diventa una “fabbrica di fatturato” che permette di giustificare flussi di cassa altrimenti inspiegabili. Un’analisi che fa comprendere come la criminalità organizzata, calabrese e non solo, abbia scelto il cuore economico della città per far sparire le tracce dei proventi del narcotraffico e di altre attività illecite.

‘Ndrangheta e alleanze: addio alle vecchie spartizioni

L’audizione ha smentito l’idea di una spartizione rigida della città per settori o aree di influenza. Se un tempo si pensava a una divisione tra clan calabresi, siciliani e campani, oggi la realtà è quella di una compenetrazione totale, dove sono coinvolte anche le mafie straniere. Palaia ha chiarito che «non si può proprio più dire che un tipo di mafia si occupa di un determinato settore e un altro di uno diverso».
I clan hanno operato una vera e propria metamorfosi imprenditoriale: «C’è una diversificazione per tutti, ciascun gruppo si può occupare di ristorazione, attività alberghiere e turistiche, acquisizioni di concessionarie». Anche i gruppi stranieri, forti nel narcotraffico, stanno seguendo questo modello, investendo «non solo proprio sul territorio della capitale, ma anche in alcuni comuni della provincia di Roma». La strategia è quella di occupare spazi che garantiscano stabilità nel tempo: «Sono degli strumenti che consentono tutta una serie di operazioni, anche a medio-lungo termine, specie se il locale ha effettivamente una sua attrattiva».
Ma l’affare non si ferma ai ristoranti del centro. Palaia ha spiegato che «si registra inoltre un ritorno all’acquisto di terreni, finalizzato all’ottenimento di sovvenzioni dalla Comunità Europea». Questo fenomeno, un tempo circoscritto, ha ora rotto gli argini geografici: «Questo fenomeno non è più limitato alla Sicilia, ma si riscontra anche in territori lontani dalle zone d’origine della mafia storica». Quello che un tempo era un «appannaggio tipico di Cosa Nostra e, per alcuni aspetti, della ‘ndrangheta», oggi è diventato un modello d’investimento globale che non permette più di fare «distinzioni settoriali basate sulla provenienza geografica dei clan».

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