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Tengo famiglia

di Paolo Pollichieni   Leo Longanesi, ironizzando, proponeva che il motto “Tengo famiglia” venisse inserito nel tricolore a dimostrazione della sua estrema “italianità”. Carlo Puca, al quale v…

Pubblicato il: 28/02/2015 – 5:00

di Paolo Pollichieni

 

Leo Longanesi, ironizzando, proponeva che il motto “Tengo famiglia” venisse inserito nel tricolore a dimostrazione della sua estrema “italianità”. Carlo Puca, al quale va riconosciuto il merito di aver trattato l’argomento con obiettività e anche con garbo, ne ha fatto il titolo di un libro che certamente non perde mai di attualità.

Lo stesso Puca, infatti, in un’intervista osservava: «Molti pensano che sono stato fortunato dato che il libro è uscito in concomitanza con lo scandalo romano della “parentopoli” all’Atac, l’azienda dei trasporti, ma questa non è affatto fortuna. Ok, il mese scorso c’è stata questa storia dell’Atac, ma un mese prima c’era lo scandalo della “rimborsopoli” nei consigli regionali, questo mese è scoppiata la “parentopoli” del Veneto, e tra un mese ce ne sarà sicuramente un’altra. Per cui dico: in questo Paese, il momento giusto per un libro come il mio è… sempre». E c’è un altro merito che volentieri va riconosciuto a Carlo Puca, quello di non aver guardato solo dalle parti della politica, visto che nelle sue pagine non mancano i personaggi del mondo dello spettacolo e un intero capitolo è poi dedicato al mondo del giornalismo, le cui redazioni pullulano di figli, nipoti e parenti vari. Insomma è difficile che sul tema oggi si possa trovare chi scagli la prima pietra. Ma c’è anche un altro modo di intendere il “tengo famiglia” e qui il discorso diventa più serio perché riguarda quei territori dove maggiore è la pressione della criminalità mafiosa. Lì il “tengo famiglia” assume contorni più marcati e drammatici perché è il freno alla libertà di denunciare i soprusi, di testimoniare contro chi li consuma, di dare la giusta solidarietà alle vittime. E, infatti, come non sottolineare il ricorso nelle intimidazioni mafiose a chiamare in ballo i tuoi figli, i tuoi parenti, gli affetti più cari? Ecco, su questo forse una riflessione in più è auspicabile soprattutto qui in Calabria dove sono sempre più gli amministratori pubblici, gli operatori dell’informazione, i sindacalisti, gli imprenditori e quanti con il loro lavoro ostacolano gli interessi mafiosi che vengono colpiti, minacciati, intimiditi facendo ricorso alla leva dei sentimenti e delle paure per le sorti dei propri familiari.

Nel nostro piccolo, anche noi del Corriere abbiamo qualche “colpa”, visto che abbiamo iniziato con “Casta Calabra” un libro-inchiesta che ha suscitato indignazione ma non è un libro arrabbiato, non c’è nessun livore. Più che altro è un libro che sfotte, a tratti pungente ma soprattutto pieno di ironia. Ed è, a considerarlo e rileggerlo quattro anni dopo, un libro assolutamente inutile, visto che personaggi e interpreti non hanno subìto alcuna conseguenza politica o amministrativa (figuriamoci giudiziaria…). Manager senza titolo erano e restano in sella. Direttori generali buoni per tutte le stagioni erano e restano al comando. Drenatori di risorse pubbliche continuano indisturbati nelle loro scorrerie. In qualche caso, nelle aziende sanitarie o nelle autorità portuali, cambiano la qualifica, escono da presidenti e ci ritornano da commissari oppure escono da direttori generali e ci ritornano da consulenti.
Il mondo dell’informazione, o meglio un certo mondo dell’informazione, si accorge di loro solo a fine mandato. Che Melissari, giusto per fare qualche esempio, non avesse i titoli per gestire Calabria Lavoro era scritto in “Casta Calabra” già nel 2010, il cronista di razza lo scopre nel 2015. È il “tengo famiglia” che rallenta i riflessi fino a rendere assolutamente non sincronizzati sulla realtà. Così come è il “tengo famiglia” che ci regala il ruggito del coniglio che scopre tutte le tangentopoli del Dopoguerra avutesi in riva allo Stretto, ma dimentica proprio la più clamorosa: quella che venne aperta dalle dichiarazioni di un sindaco “pentito”, Agatino Licandro, immortalata in ventisette faldoni giudiziari e riassunta in un libro-verità stampato per Einaudi che bollava Reggio come “La città dolente”.

Così capita che i cronisti rampanti, diretti discendenti di quei tangentisti di razza, si avventurino in crociate che poco si addicono all’etica del casato di provenienza. Tengono famiglia, appunto!

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