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Quattro anni d’idee

È tempo di consuntivi. Il passaggio di questo giornale dalla tradizionale veste cartacea (verso la quale esprimo senza esitazione la mia incondizionata preferenza) a quella online, segna una soluzi…

Pubblicato il: 17/03/2015 – 10:45

È tempo di consuntivi. Il passaggio di questo giornale dalla tradizionale veste cartacea (verso la quale esprimo senza esitazione la mia incondizionata preferenza) a quella online, segna una soluzione di continuità nella storia del Corriere della Calabria e impone nuove metodologie, nuova impostazione editoriale, nuova veste grafica; probabilmente anche nuovi contenuti che tengano conto dell’esigenza di arrivare al pubblico dei lettori a ridosso delle notizie, in tempo reale. E dunque, tutto o quasi è destinato a cambiare. Sono passati quasi quattro anni da quando l’amico direttore mi propose di partecipare al nuovo impegno editoriale. Gli promisi che avrei preparato un pezzo per il primo numero e così feci. Solo che a quel contributo ne seguirono molti altri, quasi che avendo iniziato con i lettori un discorso, mi fosse impossibile interromperlo, se non eccezionalmente. Ancora oggi penso che molte sono ancora le cose da dire, troppi gli argomenti sui è quali mi sembra necessario fornire informazioni non in linea con quelle ufficiali, quelle che si leggono, con poche varianti, sulla cosiddetta grande stampa nazionale.
Come magistrato, peraltro, non è facile avere occasione di intervenire nel quotidiano dibattito su mafia, giustizia, riforme, e ancora meno in materia di vicende reggine, che pure in questi anni hanno conosciuto momenti di acuta tensione e di grave criticità. Coloro che hanno avuto la costanza di seguire i miei interventi, qualunque sia stata la denominazione datane dalla redazione, avrà notato che la mia attenzione si è concentrata su pochi argomenti, a mio avviso di primaria importanza per le sorti del nostro Paese. In primo luogo la mafia e la sua declinazione calabrese, la ’ndrangheta. Sono infatti convinto che si tratta del più grave problema che assilla l’Italia, che ne condiziona la crescita, lo sviluppo, l’economia. Dalla capacità di affrontarlo con determinazione e capacità deriva l’esistenza stessa della nostra democrazia, la sua qualità, la sua tenuta. Nonostante i conclamati successi investigativi e repressivi, le mafie proseguono, senza interruzione, la loro irresistibile ascesa e la conquista di sempre nuovi spazi nell’economia, la politica, le istituzioni. Godono di coperture politiche e massoniche, istituzionali e imprenditoriali, usufruiscono degli enormi profitti, appena scalfiti dalle misure patrimoniali applicate, derivanti dal traffico internazionale di droga, da me definita una concessione governativa esclusiva, gratuita e perpetua, sulla quale sarebbe ora che si apra, finalmente, una seria riflessione, come sta avvenendo in alcuni paesi europei (Olanda e Svizzera, ad esempio), negli Stati Uniti e in America latina.
Ho evidenziato i limiti del fronte antimafia, quello istituzionale e quello della società civile (del fronte politico c’è poco da dire, tanto risulta inesistente), per le contraddizioni, i contrasti, le discontinuità e le tentazioni mediatiche che lo attraversano. Ma quello che più conta, in negativo, è il ritardo nell’analisi di ciò che oggi è divenuta la mafia, la sua profonda trasformazione in entità nuova e diversa, il passaggio a nuovi metodi, sempre meno caratterizzati dall’intimidazione e sempre più dalla corruzione (sulla quale non a caso il dibattito politico è accesissimo), l’occupazione inarrestabile di nuovi territori geografici, politici, finanziari, imprenditoriali. La ’ndrangheta è in corsa per acquisire il titolo di “mafia nazionale”, le sue diramazioni internazionali sono attive su tutti i fronti dell’economia criminale, ma, ciò nonostante, il tema non è presente nell’agenda di governo, con l’urgenza che esso reclama, quella è riservata ai decreti legge punitivi dell’attività dei magistrati. Siamo di fronte ad un ulteriore, sconcertante, paradosso: i magistrati sono considerati elementi ostili e conflittuali, l’elogio di circostanza alla maggior parte di essi che svolge in silenzio il proprio dovere in contrapposizione ai pochi, malati di protagonismo politico, è la classica foglia di fico (tanto le riforme si applicano a tutti indistintamente…) che non riesce a coprire l’intenzione di fondo, peraltro più volte ostentata, che è quella di un ridimensionamento del loro potere in nome del primato della politica, quasi che si tratti di un problema limitato ad una categoria, peraltro poco numerosa, di dipendenti statali insofferenti ad ogni forma di controllo, e non invece della lesione di delicati equilibri costituzionali, affidati all’autonomia ed indipendenza della magistratura, alla quale è affidata una delle funzioni fondamentali dello Stato di diritto, pari, per dignità ed importanza, alla funzione legislativa e a quella di governo.
A questo proposito, ho evidenziato come la riforma della responsabilità civile dei magistrati produrrà una serie di effetti negativi, che vanno dal disfunzionamento dell’attività giudiziaria, all’appesantimento delle pendenze e dei carichi giudiziari, alla delegittimazione di un corpo di giudici tra i più qualificati professionalmente e più operosi del mondo, ma soprattutto rischiano di determinare una vera e propria mutazione antropologica della magistratura, dominata d’ora in poi, dalla preoccupazione di adottare soluzioni, sia in sede civile che penale, che non le facciano correre il rischio di essere oggetto di azione di risarcimento. Conformismo giurisprudenziale, riduzione delle misure personali e, ancora di più, di quelle patrimoniali nei confronti di soggetti forti, persone fisiche o giuridiche, esponenti di poteri criminali, imprenditoriali, finanziari, politici, scarsa propensione ad assumere responsabilità nell’innovazione giurisprudenziale, nel perseguimento di reati ambientali, economici, societari, fiscali, quelli più a rischio di azione di rivalsa risarcitoria. Chiudo con le riforme istituzionali, la sostanziale soppressione del Senato (quel che ne resta è un organo irrilevante, oltre che inutile), la riforma elettorale. Ho evidenziato come, nel complesso, si vada, passo dopo passo, verso una trasformazione, non dichiarata, del sistema politico del nostro Paese da democrazia parlamentare a democrazia presidenziale, con tutte le conseguenze che ne derivano.
Ho espresso l’auspicio che la nomina a capo dello Stato di un giudice della Corte costituzionale serva a rafforzare la cultura costituzionale in un momento in cui la sua autorevolezza era giunta ai minimi termini. Su questo terreno, anche un giornale a forte connotazione territoriale, come annunciato dalla sua testata, potrà nella nuova versione avere un ruolo ancora più importante, di quello, indubbio, avuto in questi anni. La diffusione online lo proietta nel dibattito nazionale, ne può diventare autorevole interlocutore. Questa rubrica proverà a fare la sua parte, con assoluta indipendenza rispetto a logiche politiche, corporative, di appartenenza di alcun genere. Come è avvenuto, settimana dopo settimana, per tutti questi anni, senza eccezioni.

 

*Magistrato

 

 

 

 

 

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