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'NDRINE IN GERMANIA | Clan capaci di clonarsi all'estero

REGGIO CALABRIA Avevano aperto pub e avviato cantieri al confine fra Svizzera e Germania, ma per risolvere dissidi e controversie si rivolgevano comunque al Crimine calabrese. È questa la fotografia…

Pubblicato il: 07/07/2015 – 11:57
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'NDRINE IN GERMANIA | Clan capaci di clonarsi all'estero

REGGIO CALABRIA Avevano aperto pub e avviato cantieri al confine fra Svizzera e Germania, ma per risolvere dissidi e controversie si rivolgevano comunque al Crimine calabrese. È questa la fotografia scattata dall’operazione “Rheinbrücke” della Dda di Reggio Calabria, che oggi ha portato all’arresto di dieci persone fra la Germania e la Calabria, nel commentare l’esito dell’operazione “Rheinbrücke”, che ha portato all’emissione di una misura cautelare in carcere per dieci persone, tutte ritenute affiliate alle ‘ndrine di Fabrizia, radicate tanto nel vibonese come in Germania, nelle città di Singen, Rielasingen , Ravensburg ed Engen, dunque a vario titolo accusati associazione mafiosa e concorso esterni, entrambi aggravati dalla transnazionalità. Un grimaldello tecnico giuridico che ha permesso ai magistrati della Dda di Reggio Calabria di vincere le resistenze di inquirenti e investigatori tedeschi, frenati dall’annosa ma mai colmata lacuna giuridica presente negli ordinamenti europei, in cui tuttora manca il reato di associazione mafiosa. «Questa indagine è stata più complessa e laboriosa delle precedenti perché noi procediamo per 416 bis, un reato che in Europa non è riconosciuto, dunque abbiamo avuto non poche difficoltà a convincere la magistratura tedesca e la Bka (polizia investigativa) della necessità di approfondire gli elementi che noi avevamo tratto dalle conversazioni registrate in una bocciofila» sottolinea il procuratore aggiunto Nicola Gratteri, mentre il procuratore capo della Dda di Reggio, Federico Cafiero De Raho, aggiunge quasi con rammarico: «Nonostante questa indagine dimostri come la ‘ndrangheta sia ormai presente a livello internazionale, all’estero non c’è ancora consapevolezza sulla necessità di portare il contrasto oltre i confini italiani». Eppure gli elementi collezionati in questa, come in altre indagini sono chiarissimi e per l’ennesima volta dimostrano plasticamente come la ‘ndrangheta, pur mantenendo testa e plancia di comando in Calabria, abbia esteso i propri tentacoli in ogni angolo del globo. Una conferma inoppugnabile a quell’unitarietà delle ‘ndrine che oggi è pietra angolare di ogni impianto investigativo di un’indagine che ambisca a superare lo scoglio della valutazione di un giudice, ma che i magistrati calabresi – ci tiene ad evidenziare Gratteri – avevano intuito più di quarant’anni fa. «Nel 1969, il presidente Musolino nella memorabile sentenza sul summit di ‘ndrangheta di Montalto, spiegava che la ‘ndrangheta è unitaria. Purtroppo, quell’impostazione non è stata riconosciuta dalla Corte d’appello, dunque abbiamo dovuto aspettare gli anni duemila per poterla affermare processualmente». A sottolinearlo – conferma Salvatore Dolce, da poco nominato sostituto procuratore di collegamento fra gli uffici calabresi e la Dna «è anche la parola articolazione che il gip utilizza per indicare i locali all’estero. C’è dunque un Crimine che è il centro di comando e sta a Reggio Calabria, che si relaziona con articolazioni all’estero che hanno autonomia decisionale limitata ai propri ambiti territoriali». Non a caso, Antonio Nesci, capo società di Singen – già condannato a 8 anni e 4 mesi in appello nel processo Crimine – spiega ai sodali «”…. senza ordine di quelli di lì sotto non possono fare niente a nessuno». Per questo, quando Bruno Nesci, capo locale di Fruenfeld – cittadina vicina, poco al di là del confine con la Svizzera – inizia a manovrare per mettere le mani anche sul locale vicino, Bruno Nesci si rivolge a Mico Oppedisano, condannato come capo locale del Crimine di Polsi, per chiedere protezione. Contatti che erano emersi già nel procedimento Crimine che ha visto tanto Nesci come Oppedisano processati e condannati, per approfondire i quali erano state fatte una serie di rogatorie «in tempi non sospetti – spiega il tenente colonnello Michele Miulli, comandante del Reparto operativo, dei Carabinieri di Reggio Calabria – ma cui investigatori e inquirenti tedeschi hanno dato seguito dopo molto tempo. Allo stesso modo ci è voluto tempo perché l’ordinanza del gip, depositata nel febbraio scorso, fosse regolarmente eseguita. Timidezze e ritardi che non sembrano comunque aver inficiato il risultato». «Siamo di fronte ad un’operazione importante che dimostra la capacità della ‘ndrangheta di replicare la propria struttura anche all’estero, in Paesi come la Germania , che non hanno il portato culturale storico del fenomeno mafioso, ma comunque oggi sono profondamente infiltrati», dice il comandante provinciale dei Carabinieri di Reggio Calabria, Lorenzo Falferi, mentre Cafiero de Raho sottolinea «gli interessi economici hanno spinto la ‘ndrangheta ad operare in maniera sempre più pervasiva anche all’estero». Ma la comunità internazionale continua a fare orecchie da mercante.

 

Alessia Candito
a.candito@corrierecal.it

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