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Giuseppe Berto, il più letto degli scrittori dimenticati

A giugno un’antologia inedita di articoli sul Sud. Il romanzo “Il male oscuro” arriverà a novembre

Pubblicato il: 16/05/2026 – 19:42
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Giuseppe Berto, il più letto degli scrittori dimenticati

«Mi chiamo Giuseppe Berto. Ho 58 anni e da trent’anni circa faccio lo scrittore. Sono un isolato». Così si presentò lui stesso, con quella franchezza senza fronzoli che era il suo stile anche fuori dalla pagina. Isolato: parola scelta con precisione chirurgica. Non emarginato per incapacità, non dimenticato per mediocrità, ma tenuto ai margini per eccesso di libertà. Berto (Mogliano Veneto, 1914 – Roma, 1978) non appartenne mai al coro. Non quello progressista che dominava l’industria culturale del dopoguerra, non quello conservatore, infinitamente più piccolo e altrettanto chiassoso. Camminò per la propria strada come se non potesse farne a meno, e ne pagò il prezzo con il silenzio.
Un silenzio paradossale, perché Berto fu tutt’altro che uno scrittore di nicchia. Il male oscuro, uscito nel 1964 dopo anni di crisi creativa e analisi freudiana, vendette 325mila copie solo in Italia. Molti altri suoi titoli superarono le centomila. Fu tradotto in mezzo mondo. Eppure nelle antologie scolastiche occupa un posto marginale o non compare affatto. La critica non gli perdonò il rifiuto dell’impegno militante: Pier Paolo Pasolini lo accusò di sprecare il talento in «storiette personali», Walter Pedullà mise in dubbio persino l’autenticità del suo conflitto col padre, Anna Banti liquidò il romanzo come una «furbesca strizzata d’occhio di quattrocento pagine». Carlo Emilio Gadda invece, nel 1965, andò alla radio a celebrarlo: «Questa è l’arte di Berto: esprimere l’angoscia col descrivere la nevrosi, esprimere la follia col penetrare lucidamente l’interno delirio». Indro Montanelli scrisse sul Corriere di essere rimasto prigioniero del libro, di non riuscire a staccarne l’occhio e il cervello. Ma la critica militante aveva già emesso la sua sentenza.
Il paradosso è che Il male oscuro, per quanto capolavoro, ha oscurato il resto. Per capire Berto bisogna capire il suo rapporto col fascismo, che non fu quello di chi lo combatté dall’esterno ma di chi lo attraversò dall’interno fino al disastro. Era volontario: sbarcò in Africa nel settembre 1942 come ufficiale della milizia, ventisettenne.

Sul taccuino che portava in tasca scrisse che sarebbe stata necessaria «una rivoluzione nel fascismo e non contro il fascismo». Poi vennero la ritirata precipitosa, i comandi in fuga, le veline ridicole del Duce, i soldati sulle spiagge di Hammamet, le zattere mitragliate dagli Spitfire nel canale di Sicilia. Il dubbio divenne certezza: l’Italia era entrata in guerra convinta «che sarebbe stata uno scherzo da poco, per il quale non era necessaria una seria preparazione». Berto uscì dal fascismo non per conversione ideologica ma per visione diretta del suo fallimento. Questo lo rese indigeribile per la cultura ufficiale del dopoguerra: era uno che aveva raccontato, senza retorica. Gli appunti libici furono rielaborati nel 1955 nel diario Guerra in camicia nera. Voleva scrivere parole «libere da quell’accanimento con cui abbiamo combattuto gli uni contro gli altri, e soprattutto libere dalla retorica». Il risultato asciutto e magnetico come certi racconti di Hemingway fu accolto col silenzio e l’accusa: fascista. Berto si illuse che l’Italia fosse pronta a discutere alcune verità scomode. Si sbagliava. Per i suoi detrattori aveva semplicemente confessato.
Prima ancora di Guerra in camicia nera c’era stata la deportazione a Hereford, Texas. Dopo la disfatta africana del 1943 Berto fu nel campo di prigionia americano, finendo nel settore riservato ai non collaboranti. Tra i compagni di prigionia c’erano Dante Troisi, Gaetano Tumiati e Alberto Burri. L’ambiente, paradossalmente, era stimolante: c’era da mangiare, almeno all’inizio, e molto tempo libero. Dalla prigionia, protrattasi fino al febbraio 1946, uscirono molti racconti e due romanzi: Le opere di Dio e Il cielo è rosso, pubblicato da Longanesi poco prima del Natale 1946. Non era il neorealismo che sembrava: niente partigiani né fascisti, niente tesi ideologica, ma una banda di ragazzini sopravvissuti al bombardamento di Treviso alle prese con le scelte elementari dell’esistenza. Il mito prendeva il sopravvento sulla cronaca. Poi vennero la lunga crisi, e infine il recupero con La cosa buffa, La gloria, Anonimo veneziano.
Ma c’è un Berto ancora poco frequentato, che è poi il Berto più scomodo: il saggista e il giornalista politico. Per anni scrisse sul Resto del Carlino e su Il Settimanale cose che quasi nessun altro avrebbe avuto il coraggio di mettere nero su bianco. Berto smontava il Sessantotto, smitizzava la Resistenza, analizzava partiti e magistratura con il piglio di chi non ha nulla da perdere perché ha già perso tutto
Il coronamento di quella stagione è la Modesta proposta per prevenire, pubblicata nel 1971 da Rizzoli. Come suggerisce il titolo alla Swift, lo scrittore formula con ironia la sua «modesta proposta». Il risvolto di copertina fu scritto dallo stesso Berto e vale come manifesto d’intenti: il libro è «un libretto semiclandestino, di provocazione, destinato soprattutto alle signore le quali non sanno mai cosa pensare della cosa pubblica, e le quali, dopo averlo letto, comprenderanno che è assolutamente ragionevole non sapere cosa pensarne». Il titolo originario del progetto era Strumento per la perfetta controrivoluzione: già questo dice molto di quanto fosse consapevole della provocazione che stava confezionando. Berto lo aveva letto e capito. Il cuore del pamphlet è una definizione di moralista che Berto elabora in uno degli elzeviri e che vale come chiave di lettura dell’intera sua opera: «Persona onesta che si ribella pubblicamente quando la disonestà altrui acquista forza di corruzione pericolosa per la società». Non il borioso maestrino della vulgata corrente, ma chi ha il coraggio di chiamare le cose con il loro nome quando farlo è scomodo. Berto opponeva lo sguardo morale alle ideologie: le ideologie assolvono l’individuo dalla responsabilità delle proprie scelte consegnandola al collettivo; la morale no, la morale rimette ogni scelta sulle spalle di chi la compie. Le reazioni furono il silenzio e l’insulto. Eppure, sospinto dallo scandalo, esaurì rapidamente tre edizioni arrivando a quasi quarantamila copie: un risultato considerevole per l’epoca, che oggi sarebbe un successo clamoroso.
Al Salone del libro di Torino, oggi, in occasione del Premio Ernesto Ferrero e dell’omaggio che Settecolori tributa allo scrittore veneto, verrà annunciato un progetto editoriale di ampio respiro: la pubblicazione sistematica dell’intera opera di Berto nel catalogo Settecolori, con un programma pluriennale che parte dai titoli fondamentali. Il 24 giugno uscirà la raccolta inedita di reportage, viaggi e scritti dedicati al sud d’Italia Il mare dove nascono i miti e, a novembre, sarà il momento de Il male oscuro.
Un segnale importante, perché significa restituire a Berto la continuità che la frammentazione editoriale degli ultimi decenni gli aveva negata. Nel frattempo si favoleggia di archivi traboccanti carte ancora inedite…

(c) Il Giornale

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