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Showdown, il pentito: «Ho ricevuto minacce per non testimoniare»

CATANZARO Prosegue il processo “Showdown” davanti al tribunale di Catanzaro in composizione collegiale. Con Showdown la Dda del capoluogo – responsabile del fascicolo è il pm Vincenzo Capomolla – h…

Pubblicato il: 07/08/2015 – 20:19
Showdown, il pentito: «Ho ricevuto minacce per non testimoniare»

CATANZARO Prosegue il processo “Showdown” davanti al tribunale di Catanzaro in composizione collegiale. Con Showdown la Dda del capoluogo – responsabile del fascicolo è il pm Vincenzo Capomolla – ha colpito la cosca soveratese dei Sia-Procopio-Tripodi. Il procedimento che si sta svolgendo davanti all’organo colleggiale comprende, tra i vari reati, l’associazione mafiosa, il favoreggiamento, il furto e l’occultamento di cadavere. Si tratta, nel caso specifico, del cadavere di Giuseppe Todaro, figlio del collaboratore di giustizia, Domenico. Giuseppe Todaro è stato prelevato da casa e fatto sparire il 23 dicembre del 2009 e anche di questo si è parlato oggi in aula con il pentito siciliano Natale Carbè. Sentito come teste della difesa, Carbè ha premesso, prima della sua escussione, di essere stato fermato e minacciato, qualche giorno prima dell’udienza, nella località protetta in cui si trova. Il collaboratore sarebbe stato avvicinato da una persona che lui conosce, «un capo clan» che gli avrebbe intimato di non testimoniare. Carbè non ha voluto fare il nome dell’uomo che lo avrebbe minacciato poiché sul caso stanno indagando i carabinieri ai quali ha sporto denuncia. Ma la vicenda è ancora al vaglio degli inquirenti.

LA MORTE DI GIUSEPPE TODARO E IL DESIDERIO DI VENDETTA Carbè – divenuto pentito nel 2006, fuoriuscito e poi riammesso nel programma di protezione – ha affermato di avere conosciuto Domenico Todaro nel carcere di Secondigliano nel 2010 al termine dei 180 giorni previsti dalla legge in cui un collaboratore deve rivelare tutti i fatti di cui è a conoscenza. Tante sarebbero le confidenze che Todaro padre avrebbe fatto a Carbè e che quest’ultimo avrebbe confessato agli inquirenti, registrate nel verbale del 28 aprile 2011. Todaro – ha affermato oggi Carbè – gli avrebbe detto che riteneva responsabili della morte di suo figlio Giuseppe, la nuora, un parente di lei che abita a Pavia e un altro parente. Inoltre, Todaro riteneva che la causa della morte del figlio sarebbe da ricondurre a due ragioni, al fatto che questi fosse un trafficante di cocaina e al fatto che qualche giorno prima avesse esploso dei colpi contro la porta di Vittorio Sia, capobastone della cosca, ucciso il 22 aprile del 2010. «Todaro era adirato – ha detto Carbè – perché suo figlio Vincenzo non era riuscito ad ammazzare Sia». Stando alle parole del teste, Todaro gli avrebbe chiesto di uccidere la nuora e i parenti ritenuti coinvolti nella morte del figlio. «Forse me lo chiese sapendo che io economicamente non stavo bene e mi disse che i avrebbe pagato in cocaina o con 80mila euro», ha detto il collaboratore.

 

I BIGLIETTINI MANDATI AL FIGLIO DURANTE I 180 GIORNI Nel corso dell’udienza Natale Carbè ha inoltre affermato di avere ricevuto da Todaro la confessione che questi, durante i 180 giorni – periodo in cui vi sono restrizioni nei contatti con l’esterno – aveva mandato dei bigliettini a suo figlio Vincenzo durante i colloqui che aveva con la moglie. Alle domande del pm se questi bigliettini fossero riusciti a passare all’esterno o fossero stati intercettati, Carbè ha dichirato che in parte erano stati trovati dentro alcuni fazzolettini, ma qualcuno era riuscito a varcare le porte del carcere. Alle domande degli avvocati Salvatore Staiano e Vincenzo Cicino sul perché Todaro avrebbe dovuto fare tali confessioni, così delicate, a un perfetto sconosciuto, Natale Carbè non ha sapunto dare una spiegazione chiara e ha fornito solo supposizioni sul fatto che volesse coinvolgerlo o incastrarlo.
Tra le altre confessioni, Todaro avrebbe detto a Carbè di essere convinto che a uccidere Sia fosse stato Gugliemo su mandato di Garlace. «Tutti nomi e personaggi che non ho mai conosciuto e che non so chi siano».
Oggi il pubblico ministero ha, inoltre, messo a disposizione delle parti gli atti del fascicolo sulle misure cautelari sul caso Rombolà, che il 29 luglio scorso ha visto l’arresto di cinque persone ritenute coinvolte: Antonio Pantaleone Gullà, ritenuto esecutore materiale, Fiorito Procopio e Michele Lentini, ritenuti i mandanti e Vincenzo Bertucci, coinvolti nella logistica dell’agguato a Ferdinando Rombolà, freddato il il 22 agosto del 2010 sulla spiaggia di Soverato, al termine di una cruenta guerra di mafia nel soveratese. Le ragioni dell’agguato? Rombolà era, secondo gli inquirenti, ritenuto coinvolto dagli esponenti della cosca Sia-Procopio-Tripodi, negli omicidi di Vittorio Sia e Agostino Procopio.

 

Alessia Truzzolillo

a.truzzolillo@corrierecal.it

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